
Costantinopoli, X secolo d.C. Sotto dinastie come quella macedone, la città vive una fase di straordinaria rinascita. Per chi arrivava da Occidente o dal mondo islamico, Costantinopoli appariva come qualcosa di quasi irreale: mura imponenti, come le celebri Mura Teodosiane, palazzi imperiali sfarzosi, e una popolazione che poteva superare le 400.000 persone. Era la città più ricca e sofisticata del suo tempo, il centro politico, economico e culturale del mondo mediterraneo. Una metropoli che, agli occhi dei contemporanei, non aveva rivali.
Nei suoi mercati si incontravano commercianti provenienti dal mondo islamico, dalle steppe eurasiatiche e dall’Europa occidentale. Il porto sul Corno d’Oro era uno dei più attivi del mondo: spezie, seta, metalli preziosi e manufatti circolavano continuamente. La città controllava le rotte tra Europa e Asia, Mar Nero e Mediterraneo, rendendola un potente nodo economico globale.
Ma, se aveste provato a chiamare “Bizantino” qualcuno dei suoi abitanti, non solo non vi avrebbe capito, ma probabilmente sareste stati trascinati e presi a pugni in qualche vicolo di Costantinopoli. Perché? Per il semplice fatto che i “Bizantini” non si chiamavano affatto così: si chiamavano Romani e si sarebbero definiti così fino all’ultimo, nel 1453, anno della presa di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani, in cui non vi fu solo un cambiamento di civiltà, ma una vera e propria una retrocessione di civiltà.
In questo nuovo articolo, il curatore della Rubrica “La Stele di Rosetta”, pubblicata da IQ, intende contribuire a rimuovere i condizionamenti mentali e scolastici attraverso un viaggio nella vera storia dell’Impero Romano d’Oriente, a lungo volutamente relegato ai margini della Storia, intenzionalmente sminuito e disprezzato per esaltare i regni occidentali (tipo il Sacro Romano Impero di Carlo Magno, per intenderci) che, in modo illegittimo, si consideravano eredi di Roma, ignorando che le leggi che regolavano la vita dei cittadini dell’Impero d’Oriente discendevano da Roma stessa e che l’imperatore si considerava (e lo era sul serio) il successore diretto di Cesare. Bisanzio, in quanto entità statale altra rispetto all’Impero Romano, è un’invenzione storiografica di epoca moderna, un equivoco della Storia che sarebbe finalmente l’ora di buttare nel dimenticatoio, perchè non vi furono mai due imperi distinti. L’uso moderno di “bizantino” è del tutto convenzionale, un termine di comodo, ma non smettere di usarlo non fa che continuare a tramandare l’idea, fuorviante e sbagliata, che voglia indicare qualcosa che non è romano, cosa che naturalmente è falsa, sbagliata, al limite della pseudostoria. Ed è per questo che non ci piace. Perchè tra le due parti non vi fu rottura, ma continuità. Perché l’Impero Romano non è caduto nel 476, ma nel 1453.
Siete pronti a scoprire come stanno le cose? Con il supporto di cartine e contenuti multimediali, possiamo allora partire. Buona lettura!
INDICE DEI CONTENUTI
UNO DEI PIU’ GRANDI EQUIVOCI DELLA STORIA
I “ROMANI CHE NON ABBIAMO RICONOSCIUTO
UN MITO DA SFATARE: L’ESISTENZA DI DUE IMPERI COME ENTITA’ DISTINTE
IL CAMBIAMENTO CULTURALE (che ha ingannato gli storici)
UN NOME CHE CREA DISTANZA E CHE NON CI PIACE
UNO DEI PIU’ GRANDI EQUIVOCI DELLA STORIA
Partiamo da qui per parlare di uno dei più grandi equivoci della storia: l’idea che l’Impero Bizantino fosse qualcosa di diverso dall’Impero Romano d’Oriente, un’idea così radicata che oggi sembra naturale, ma che, in realtà, è profondamente fuorviante. Basti pensare che le leggi che regolavano la vita dei cittadini dell’Impero d’Oriente discendevano da Roma e che l’imperatore stesso si considerava (e lo era sul serio) il successore diretto di Cesare. Bisanzio, in quanto entità statale altra rispetto all’Impero Romano, è un’invenzione storiografica di epoca moderna, che sarebbe finalmente l’ora di buttare nel dimenticatoio.
L’uso moderno di “bizantino” è del tutto convenzionale, un termine di comodo, ma non smettere di usarlo non fa che continuare a tramandare l’idea, fuorviante e sbagliata, che voglia indicare qualcosa che non è romano, cosa che naturalmente è falsa, sbagliata, al limite della pseudostoria.
UN NOME NATO DOPO LA FINE
Il termine “bizantino” non è antico né medievale. Non è nemmeno rinascimentale nel senso pieno.
La dicitura di “Impero bizantino” fu introdotta nel 1557 dallo storico tedesco Hieronymus Wolf che in quell’anno stampò il libro Corpus Historiae Byzantinae.
Seguì nel 1648 il libro Byzantine du Louvre e nel 1680 l’Historia Byzantina, di Du Cange, coi quali si diffuse il termine “bizantino”.

Il nome deriva da Bisanzio, la città su cui sorse Costantinopoli. Bisanzio era stata infatti una cittadina greca sul Bosforo, scomparsa nel 330 d.C. con la fondazione di Costantinopoli, edificata ex novo, su sette colli e con rito etrusco e chiamata con il nome ufficiale di “Nuova Roma”, chiamata popolarmente “città di Costantino”, nome che poi le rimase in futuro. Di Bisanzio venne conservata solo la falce di luna (o mezzaluna) di Artemide, protettrice della città, ereditata da Costantinopoli, successivamente divenuta turca e infine, di tutto l’Islam (ci chiediamo se gli islamici siano consapevoli di avere un simbolo pagano tra i loro emblemi). Il nome Costantinopoli scomparve quasi per incanto dai libri di storia moderna. Si parlò unicamente di Bisanzio, non di Impero Romano ma di Impero bizantino, di bizantinismo per indicare la decadenza orientale spirituale del tutto inventa.
Ma c’è un problema evidente: gli abitanti di quell’impero non si sono mai chiamati così.
I “ROMANI CHE NON ABBIAMO RICONOSCIUTO
Per tutta la sua esistenza — fino al 1453 — l’entità politica con capitale Costantinopoli si è definito Impero dei Romani. I suoi cittadini si chiamavano Rhomaioi (Romani). I suoi imperatori erano basileis ton Rhomaion (imperatori dei Romani).
Non era una metafora e nemmeno nostalgia. Era identità politica, giuridica e culturale. Dal punto di vista istituzionale, non c’è una rottura netta tra Roma antica e quella che noi chiamiamo “Bisanzio”. C’è una trasformazione. Ma prima bisogna aprire una parentesi sulla cosiddetta caduta di Roma per meglio comprendere i concetti successivi.
LA “FALSA” CADUTA DI ROMA
Tradizionalmente ci si rappresenta l’inizio del Medioevo come effetto della caduta dell’Impero Romano nel 476 o, pensando di essere più precisi, della caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Si può tuttavia validamente argomentare contro tale interpretazione.
L’Impero Romano non è caduto nel 476 e la sua porzione occidentale non costituiva un impero a sé (che potesse quindi cadere). L’Impero Romano comprendeva anche la porzione orientale che includeva anche la nuova capitale Costantinopoli, rimasta intatta.

Quando, nel 395, alla morte di Teodosio il Grande (che, nel 380, aveva fatto a tempo a imporre il Cristianesimo come religione di Stato), l’Impero era stato “diviso” tra i suoi due figli Arcadio e Onorio, la divisione tra Oriente (assegnato ad Arcadio) e Occidente (assegnato ad Onorio) aveva svolto una funzione puramente amministrativa, non diversamente dalla divisione in quattro sezioni al tempo della tetrarchia di Diocleziano (fine del III sec.). Non si trattava, cioè, della nascita di due distinte entità politiche, ma soltanto di una separazione “di comodo” legata alla difficoltà di controllare da parte di un solo imperatore territori tanto vasti.

La perdita delle regioni occidentali (e dell’antica capitale, Roma), passate di fatto ai barbari, per quanto dolorosa, non comportava la “fine” dell’Impero, neppure dell’Impero d’Occidente, perché non esisteva alcuna entità politica con questo nome. Comportò piuttosto la fine dell’unità romana del bacino mediterraneo (il cosiddetto mare nostrum) e privò la romanità superstite dell’antica patria.
L’Imperatore romano d’Oriente continuò comunque a considerare l’Italia e Roma, culla della civiltà romana, come una parte dell’impero, mentre Odoacre e poi Teodorico, come patrizi d’Italia, ufficialmente svolgevano il ruolo di governatori per conto del sovrano di Costantinopoli, pur essendo di fatto regnanti autonomi.
Infatti, nel 476 Odoacre depose certamente l’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo, (come in precedenza altri capi militari di origine barbarica – o meno – avevano deposto altri imperatori), ma proclamandosi “patrizio romano” e, mandando le insegne imperiali a Costantinopoli, mostrò formale obbedienza all’unico imperatore rimasto, Zenone (dunque almeno formalmente l’Italia rimaneva parte dell’impero, non diversamente dagli altri regni romano-barbarici i cui sovrani, in genere, si consideravano “foederati” o “dediticii” rispetto a Roma).

Nota a margine: durante il periodo 476-480, Giulio Nepote fu formalmente riconosciuto Augusto d’Occidente sia dall’imperatore Zenone che dal patrizio d’Italia Odoacre stesso (su richiesta di Zenone), anche se non gli fu permesso il rientro a Ravenna. Anche se il suo successore Romolo Augustolo viene comunemente ritenuto l’ultimo imperatore d’Occidente, Giulio Nepote è considerato da alcuni storici l’ultimo vero imperatore legittimo d’Occidente, avendo de iure detenuto il titolo sino alla morte.


UN MITO DA SFATARE: L’ESISTENZA DI DUE IMPERI COME ENTITA’ DISTINTE
Siamo talmente abituati a parlare di “impero romano”, da dare spesso per scontato che anche i Romani stessi chiamassero o definissero così il loro Stato. Ciò che emerge dalle fonti però non è proprio questo…
Infatti, lo Stato romano continuerà a essere chiamato, anche durante il periodo imperiale, res publica (un termine usato ancora all’epoca di Giustiniano), reso in greco con politeia.
Nelle fonti antiche certamente si usa imperium, così come il suo corrispettivo greco, basileia.
Tuttavia, questi termini usualmente non indicano (salvo alcuni casi) una forma di governo o un’entità statale.
Si tratta piuttosto del potere imperiale stesso, del diritto o l’autorità di dominare. L’imperium era il potere supremo di comando, originariamente illimitato, conferito ai magistrati di rango più elevato come consoli, pretori e dittatori.
Per questo, diventa chiaramente insensato parlare di divisione in imperi, anche perché non è mai avvenuta. Ma ha totalmente senso parlare di divisione dell’imperium tra più persone. Del resto, nel corso della Storia dello Stato romano, moltissime volte questo è stato spartito, e spesso tra più di due persone. Basti pensare alla Tetrarchia o ai figli di Costantino (e del resto nessuno si sognerebbe di dire che l’Impero venne diviso in tre o quattro Stati).
La famosa divisione di Teodosio del 395 non fu che una delle tante divisioni amministrative del territorio imperiale (suddivisioni che hanno i loro inizi già da Augusto) che, pur governato da due imperatori colleghi, rimase sempre unito come un unico Stato romano. Se eliminiamo questo concetto fondamentale, per esempio non capiremo mai le continue aspirazioni dei Romani durante il medioevo, da Giustiniano in poi, di riportare sotto l’egida imperiale l’occidente.

Parlando di imperium e non di Impero, si capiscono anche meglio alcuni passi di autori del VI-VIII secolo che parlano della “caduta dell’impero romano d’Occidente”. Fonti latine dopo il 476 come il Comes Marcellino, Giordane e Paolo Diacono parlano chiaramente di come l‘imperium dei Romani a Roma termini, muoia o altri verbi simili.
È senz’altro vero che lo Stato romano e la sua struttura in Occidente, nel V secolo, vanno a sparire. Ma dalle loro parole appare evidente come ci si stia riferendo al potere degli imperatori, e non allo Stato romano – anche perché ovviamente tutti parlano di Romani successivamente al 476-480, nelle loro opere. Per questo è decisamente più corretto dire che nel V secolo non termina l’Impero Romano d’Occidente (entità statale mai esistita), ma cessa l’imperium dei Romani in Occidente. In questo modo, tutto torna nella sua originaria e più corretta prospettiva storica.
CONTINUITA’, NON ROTTURA

E’ fondamentale comprendere che dal punto di vista politico e geografico, tra antichità e medioevo non vi è soluzione di continuità nello Stato romano, perchè non si viene a creare una nuova entità politica. Naturalmente, questo è comprensibile solo se ci togliamo un ennesimo paraocchi storiografico che ci hanno lasciato in eredità gli studi scolastici: l’Impero Romano non venne mai diviso in due imperi.
L’idea moderna di “Impero Bizantino” suggerisce una cesura: come se dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. fosse nato qualcosa di completamente nuovo. Ma non è così. L’impero orientale, infatti:
- mantiene il Diritto Romano
- conserva le strutture amministrative
- continua la tradizione imperiale
In questo Stato romano che prosegue senza soluzione di continuità si vive, ovviamente, sotto la legge romana. Una legge che si evolve su e da modelli romani, continuamente in aggiornamento per mano di diversi imperatori (Teodosio II, Giustiniano, Leone III etc.), che si preoccupano di semplificare e ordinare, e quando serve archiviare, le vecchie leggi. Sotto Giustiniano I (che si sentiva Romano fino al midollo), per esempio, si tentò addirittura di ricostruire l’unità imperiale, riconquistando parte dell’Occidente, progetto che tuttavia fallirà nei secoli successivi con l’affermazione dei regni di Franchi, Visigoti e Longobardi, e la nascita del Sacro Romano Impero sotto la spinta del papato.

E soprattutto, venne codificato il diritto romano nel Corpus Iuris Civilis, uno dei pilastri della tradizione giuridica europea.
Non è la fine di Roma. È la sua evoluzione.
Un altro concetto fondamentale è quello della cittadinanza. Per il periodo medievale dell’Impero Romano è un tema ancora poco studiato, ma ciò che sappiamo è che la Constitutio Antoniniana del 212 (meglio noto come Editto di Caracalla) stabiliva che tutti gli abitanti liberi dell’impero fossero cittadini romani. Considerando che tale provvedimento non è mai stato abrogato, la cittadinanza romana è passata di generazione in generazione, fino alla fine dell’epoca medievale.
Cittadini romani, che vivono sotto la legge romana, nello Stato romano. Cos’altro serve per ammettere che i “bizantini” sono un’invenzione?

IL CAMBIAMENTO CULTURALE (che ha ingannato gli storici)
Allora perché lo chiamiamo “bizantino”? È ovvio che lo Stato romano cambi e si evolva nel tempo per diverse contingenze, e questo vale ancora per l’Evo antico. Se portassimo un “antico” romano, diciamo Cicerone, al II o III secolo d.C., visti i cambiamenti radicali che avrebbe subito il “suo” mondo, ne uscirebbe senz’altro di senno. Dobbiamo imparare a ragionare a mente fredda e cercare di razionalizzare il fatto che lo Stato romano ha avuto un’estensione temporale talmente ampia, che è impossibile che potesse restare sempre uguale a sé stesso.
Perché, nel tempo, l’Impero cambia:
- la lingua amministrativa diventa il greco
- la cultura si indirizzò verso l’Oriente
- il cristianesimo diventa elemento centrale
La lingua greca
Nel V e VI sec. a Costantinopoli era ancora presente una cultura latina accanto a quella greca. Il latino era utilizzato nella ricerca storica, in campo giuridico (Codice teodosiano e Codice giustinianeo), e in campo linguistico: la grammatica latina di Prisciano di Cesarea fu la più diffusa in Europa e in Asia, insieme a quella di Donato, durante tutta l’età medioevale.

Si cominciò a parlare nei testi di Impero d’Oriente dal 364 d.c., ma ufficialmente iniziò nel 610, con l’ascesa al trono di Eraclio I, il quale modificò la struttura dell’Impero, sostituendo il greco come lingua ufficiale al latino e assumendo il titolo imperiale di Basileus, in sostituzione del titolo di Augustus.
Questa argomentazione è forse quella che va per la maggiore, quando si vorrebbe dimostrare che “Bisanzio” non è l’Impero Romano, con una certa tendenza anche ad attribuire una valenza di tipo etnico-culturale al fatto che i “Bizantini” parlavano greco e non latino.
Va ricordato che lo Stato romano nasce e si sviluppa in un mondo fortemente ellenizzato ed ellenofono, con il quale si confronta continuamente. Prima di essere conquistate a partire dal II secolo a.C., le regioni orientali dell’Impero Romano erano state ellenofone, sin dal periodo delle conquiste di Alessandro il Grande. Con l’occupazione romana di questi territori la situazione ovviamente non cambiò, se non per quanto riguarda i vertici e l’esercito: è infatti impensabile pensare che un così vasto numero di persone, su un’area così estesa, cambiasse la propria lingua in un batter d’occhi solo perché erano passati sotto un altro Stato.
Il fatto che nel VII secolo si passi ad usare, non solo per l’uso corrente ma anche per quello amministrativo e di corte, in modo preponderante e definitivo il greco non è certo un cataclisma che nega la romanità dell’impero, ma una conseguenza dei tempi e degli avvenimenti in atto. In uno Stato romano del quale è rimasta intatta la parte orientale, e dalla quale vengono anche le classi dirigenti e gli eserciti inviati a controllare l’Occidente riconquistato, è naturale iniziare a non utilizzare più le vecchie e ormai artificiose diciture latine e a utilizzare solamente quelle greche (che, questo deve essere chiaro, già esistevano affiancate a quelle latine da secoli), adattando quindi anche la lingua della burocrazia (e anche in questo il greco già era usato nell’evo antico) alla lingua ormai maggiormente parlata.
La percezione dei contemporanei
Durante l’epoca medievale, i popoli confinanti e aventi rapporti con l’Impero Romano d’Oriente sapevano perfettamente di avere a che fare con i Romani. Il termine arabo per i Romani durante il medioevo, adottato dagli Ottomani, è rhum, cioè Romano. E non è infatti un caso che uno dei maggiori sultanati turchi selgiuchidi in Anatolia si chiamasse Sultanato di Rum (ovvero, stabilito su terre romane), e che il territorio ottomano balcanico prendesse il nome di Rumelia (ovvero, terra dei Romani). Gli imperatori romani erano conosciuti come Qaisar-e-Rum o Kayser-i Rum (letteralmente, Cesare dei Romani), titolo del quale gli imperatori ottomani vollero fregiarsi dopo la definitiva conquista di Costantinopoli nel 1453, quasi a voler continuare una linea che, però, era a quel punto definitivamente spezzata.

Il Cristianesimo
Il Cristianesimo si è affermato solo dopo un processo durato almeno tre secoli, e all’inizio non era altro che una delle innumerevoli nuove religioni orientali che i Romani iniziarono a praticare. Con l’inizio della tarda antichità, semplificando un po’ il discorso, arriva a essere una delle principali religioni dell’impero, affiancate a culti come quello del Sol Invictus e di Mitra: tutti chiari segnali che, ad ogni modo, il mondo romano stava già naturalmente tendendo verso culti principalmente monoteisti. Alla fine, il Cristianesimo vinse perché, oltre al supporto imperiale, aveva già al suo interno una struttura gerarchica tale da permetterne un’organizzazione su vasta scala, che alle altre religioni mancava del tutto.

Quando il Cristianesimo divenne la religione forse più praticata nell’Impero, anche dagli imperatori, ed essendo di fatto l’imperatore a capo della Chiesa e della cristianità, ci volle poco a formulare il concetto che, per conferire stabilità allo Stato, così come vi era un solo imperatore doveva esserci una sola religione (e di questa religione, una versione sola). Questo spiega i provvedimenti dell’imperatore Teodosio tra 380 e 391-392 (clicca qui per l’Editto di Tessalonica)
Non si negherà qui la realtà: i pagani erano ancora molti, e quando questi provvedimenti furono messi in atto ne seguì una scia di intolleranza e, spesso, di sangue. La nuova religione, infatti, si impose, al contrario di ciò che riferiscono i libri scolastici, attraverso l’abbattimento o la trasformazione dei luoghi di culto, delle immagini religiose, dei templi, stabilendo le nuove immagini sacre e soprattutto le nuove chiese in modo ossessivo, cancellando ogni preziosa traccia del passato, distruggendo un mare di opere d’arte, macinando statue, e infilando cappelle votive fin dentro le mura aureliane di Roma. Ma soprattutto obbligando la gente a convertirsi, pena l’emarginazione nonché la morte. L’influenza cristiana finalizzava l’arte e la conoscenza solo alla propaganda religiosa.

Antiochia e Alessandria d’Egitto, immensi centri di scienza e cultura, vennero distrutte.
Ne fa fede l’uccisione di Ipazia, famosa maestra di scienze e culture uccisa nel 415 dal vescovo Cirillo che per questo fu fatto santo. La storia narrata nel film “Agorà” non è del tutto fedele, Ipazia non venne soffocata, ma, su istigazione di Cirillo, denudata e linciata dalla folla dei cattolici che la smembrarono viva. Alla sua figura abbiamo dedicato un intero articolo (clicca qui per approfondire).
L’adozione del Cristianesimo fu uno di quei molti cambiamenti, importanti e gravidi di conseguenze, che erano avvenuti e continuarono ad avvenire nel mondo romano. E soprattutto, in nessun modo segna la “fine” della romanità, poiché è la romanità a fare proprio il cristianesimo: da quel momento in poi, definirsi Romano ma non cristiano diventerà una cosa impensabile.
Agli occhi degli storici occidentali, soprattutto moderni, questi cambiamenti rendono l’Impero d’Oriente “altro” rispetto alla Roma classica. Ma questa è una prospettiva retrospettiva. Per chi viveva nell’Impero, non c’era alcuna rottura identitaria. Roma non era solo una lingua o una città. Era un’idea politica.
UN NOME CHE CREA DISTANZA E CHE NON CI PIACE
Chiamare l’Impero Romano d’Oriente “bizantino” ha conseguenze. Non è solo una questione terminologica. È una questione di interpretazione.
Il termine, infatti:
- separa artificialmente l’Oriente dal resto della storia romana
- rafforza l’idea di una “decadenza” rispetto a Roma antica
- marginalizza un millennio di storia
In altre parole, crea distanza dove c’è continuità. È anche per questo che “bizantino” è diventato sinonimo di qualcosa di complicato, oscuro, decadente — un’eredità linguistica che riflette più i pregiudizi moderni che la realtà storica.
C’è una ragione se nei libri di Storia si enfatizza la (presunta) caduta dell’Impero nel 476 e si dà importanza alla storia dei regni barbarici e, in particolare, alla figura di Carlo Magno, come se egli rifondasse un impero che aveva cessato di esistere da secoli (mentre, come abbiamo visto, era “vivo e vegeto” in Grecia e Asia minore): i principali studi storici dell’Ottocento e del Novecento fiorirono in Francia e in Inghilterra, Paesi che si riconoscevano nella tradizione dei regni costituiti dai barbari e cercavano, in qualche modo, di celebrare le proprie origini nell’Alto medioevo barbarico, sottovalutando l’apporto dei cosiddetti “Bizantini” spesso considerati con un sottile disprezzo (come se si fosse trattato di una civiltà statica, immobile, al tramonto ecc.); l’impero d’Oriente cadde sotto i colpi dei Turchi nel 1453 e nessuno Stato attuale (con la sola parziale eccezione della Grecia) può esserne considerato erede. Dunque, non vi è una tradizione nazionale di studi storici che abbia interesse a valorizzare le vicende di questo impero.
E così si inventarono i “Bizantini” come fossero un popolo o una civiltà al pari dei Persiani o dei Longobardi. Gli storici inglesi ripresero un sentimento di rivalità che già era presente in Occidente e che indicava l’Impero Romano orientale come Imperium Graecorum quasi a volerlo ridimensionare. Come se Roma fosse stata solo una città e non un’idea di civiltà come avvenne in realtà.
Come nota a margine, aggiungiamo che a usare termini quali Imperator Graecorum erano soprattutto gli imperatori germanici occidentali dopo il IX secolo, i quali si fregiavano del titolo (illegittimo) di Imperator Romanorum e avevano pretese di dominio universale al pari degli imperatori romani. In altre parole: se si sentiva il bisogno di screditarli, in occidente si era perfettamente consapevoli che l’Impero Romano e i suoi imperatori erano ancora in piedi.
E ALLORA, COME DOVREMMO CHIAMARLO?

“Bisanzio” è un’invenzione e bisogna iniziare sempre di più a chiamare con il suo nome, anche per il medioevo, l’Impero Romano. Quello che si deve evincere e che dovrebbe rimanere maggiormente impresso, è il fatto che la storia dello Stato romano è, prima di tutto, una storia di continui adattamenti, cambiamenti, evoluzioni, e che dobbiamo essere capaci di abbattere molti preconcetti e schemi mentali che ci portiamo appresso.
È per questo che sempre più studiosi oggi preferiscono parlare di:
- Impero Romano (semplicemente)
- Impero Romano d’Oriente
Non per provocazione, ma per precisione. Perché, se vogliamo capire davvero quella civiltà, dobbiamo partire da come essa si definiva, non da come è stata etichettata secoli dopo.
Il grande bizantinista Georg Ostrogorsky ebbe a dire che “la storia bizantina è in primo luogo un nuovo periodo della storia romana e lo Stato bizantino nient’altro che una continuazione dell’antico Impero Romano. Il termine ‘bizantino’, com’è noto, sorgerà solo molto più tardi e i veri ‘bizantini’ non lo conoscevano. Essi continuavano a chiamarsi ‘Romani’ (Ῥωμαῖοι), gli imperatori bizantini si consideravano imperatori romani, successori ed eredi dei Cesari dell’antica Roma. Essi restarono dominati dal prestigio del nome di Roma per tutto il tempo che visse il loro impero, e fino all’ultimo la tradizione dello Stato romano dominò il loro pensiero e la loro volontà politica. L’impero, eterogeneo dal punto di vista etnico, fu tenuto insieme dal concetto romano di stato e la sua posizione nel mondo fu determinata dall’idea romana di universalità.”
CONCLUSIONE: IL PESO DELLE PAROLE NELLA STORIA
Le parole non sono neutrali. Creano categorie, tracciano confini e influenzano il modo in cui pensiamo il passato. “Impero Bizantino” è una di queste parole: comoda, diffusa, apparentemente innocua. Ma anche profondamente fuorviante. Ed è anche per questo che non ci piace.
Perché dietro quel nome c’è una verità semplice, spesso dimenticata: Roma non è caduta nel 476 d.C. È sopravvissuta e ha continuato a esistere per quasi mille anni. Nato il 17 gennaio 395 e caduto il 29 maggio 1453, l’Impero Romano d’Oriente è il più lungo nella storia, e se considerato insieme alla sua parte occidentale, di cui fu unico e legittimo successore, durò dal 27 a.C. fino al 1453 d.C., quindi per un millennio e mezzo, esattamente 1480 anni. Chapeau.
Fonti:
- Platon.it
- Romanoimpero.com
- Farodiroma.it
- Wikipedia.org
- Tribunus.it
- Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino
