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Pace, amore, empatia: 30 anni senza Kurt Cobain, colui che bruciò in fretta

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martedì, Luglio 16, 2024

“Meglio bruciare in fretta, che spengersi lentamente” sono le parole cantate da Neil Young e trascritte con un inchiostro di sangue e di lacrime da Kurt Cobain il 5 aprile del 1994. Una filosofia che il cantante ha personificato alla perfezione, come i suoi predecessori del club 27 quali Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones, tutti trascinati via troppo presto da questo mondo che avevano fatto loro profetizzando le leggi del rock.Trent’anni fa si concludeva la storia di Kurt Cobain, con il sordo e terrificante suono di un fucile. Un suono diverso da quello che ha sempre prodotto con la sua voce e con la sua chitarra, un suono che per la prima volta dopo 27 anni lasciò nella sua vita lo spazio al silenzio. Un silenzio durato tre giorni, quanti quelli che sono passati dal momento dello sparo autoinflitto al ritrovamento del corpo nella sua villa sul lago Washington. Al fianco della sua solitudine una lettera d’addio, il suo ultimo componimento, il suo ultimo brano scritto senza gli accordi se non la triste intonazione del dolore di Courtney, Frances e dei numerosissimi fan, ma più in generale dell’intero mondo musicale che ha perso quel giorno la sua ultima rockstar.

Kurt Cobain

La celebrità dura tre anni

“Sono così incompreso che non si comprendono neanche i miei lamenti di essere incompreso”, con questa frase Soren Kierkegaard ha cercato di riassumere il dolore della depressione che negli anni ha portato i numerosi artisti a metter fine alla propria vita con le loro stesse mani (Ian Curtis, Keith Emerson, Chester Bennington, la lista è tristemente lunga). Anche Kurt Cobain ha ceduto ai malori della psiche, dilaniato dal profondo dolore che ha finito per ucciderlo. Si potrebbe dire che la celebrità dura tre anni, lo si riscontra nella vicenda di Buddy Holly che in breve tempo ha riqualificato il rock per poi scomparire tragicamente il 3 febbraio 1959 e lo si può pensare anche per l’icona della generazione X. Tra la pubblicazione di Nevermind, l’album per eccellenza del grunge dei Nirvana, e il 5 aprile 1994 sono trascorsi 924 giorni, poco meno di 3 anni.

Kurt Cobain

Pace, amore, empatia

“Un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere un bimbo lamentoso” è questa l’ultima definizione che Kurt Cobain dà di sé stesso, nelle prime righe della lettera di addio scritta prima di premere il grilletto contro di sé. Il suo testo finale, con il quale ha salutato un mondo che lo ha amato a tal punto da arrivare a distruggerlo “Non provo più emozioni nell’ascoltare la musica e nemmeno a crearla. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole” racconta il disamore verso il suo lavoro, verso quel mondo musicale che lo ha reso grande, lo ha trasformato in un’icona e che lui stesso è riuscito a cambiare e modellare a suo piacimento dando origine alla corrente grunge. Tuttavia, questa parola utilizzata per identificare il Seattle Sound dei Nirvana dei primi anni Novanta, non è mai menzionata da Cobain nel testo del suo congedo. Prima di concentrarsi sulla sua opera personale e sull’insoddisfazione jaggeriana che lo affliggeva (furono i Rolling Stones, con il testo di I can’t net no Satisfaction, ad aprire la strada ad una sorta di poetica leopardiana del rock incentrata sull’insoddisfazione personale), Kurt ha utilizzato il termine punk-rock e appunto, non ha mai nominato il grunge, nell’analizzare il suo percorso musicale.

Kurt Cobain

Kurt Cobain è rimasto vittima della sua stessa insoddisfazione, (“Mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco”) derivata da un mondo agognato, sognato e forse idealizzato dai milioni di rocker che in tutto il globo sono cresciuti con questa musica e i suoi infiniti – ma unici- sottogeneri. Nella lettera il leader dei Nirvana ha spiegato come essere la rockstar più amata e desiderata del momento abbia finito per spengere il suo entusiasmo infantile che i poeti maledetti del rock hanno costantemente rimpianto e ricercato. A tal proposito pensiamo alla filosofia di Jim Morrison e alla sua immagine del bambino: “Bimbo, mi chiedi cos’è l’amore? Cresci e lo saprai. Bimbo mi chiedi cos’è la felicità? Rimani bimbo e lo vedrai“. Ecco spiegata la giustificazione che Cobain dava alle sue dipendenze al suo uso smisurato di sostanze stupefacenti: “Ho bisogno di stordirmi per ritrovare quell’entusiasmo che avevo da bambino”. Da quel punto la lettera inizia ad assumere i toni più tragici della composizione di Cobain, in cui l’artista arriva a non saper più spiegare l’origine del suo dolore: “Perché non ti diverti e basta? Non lo so. Ho una moglie divina, (Courtney Love, ndr) che trasuda ambizione ed empatia e una figlia (Frances Bean Cobain, ndr) che mi ricorda di quando ero come lei, pieno di amore e di gioia”. Proprio sulla figlia si concentrano le attenzioni di un padre che anche pervaso e trascinato silenziosamente nell’abisso dell’eroina (oltre al fucile e alla lettera vennero ritrovate varie dosi della Brown Sugar accanto al cadavere), ha la forza di rivolgere un pensiero al futuro della sua primogenita augurandole una vita diversa, una vita lontana dagli eccessi, dai grandi riflettori e dal dolore della musica convinto che la sua scomparsa la renderà migliore: “Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva, rocker come me… Ti prego Courtney, tieni duro per Frances. Per la sua vita che sarà molto più felice senza di me”. Come se fosse un ultimo concerto la lettera si chiude con i ringraziamenti alla gente che lui ama e per la quale si “rammarica troppo”. Riprendendo il discorso sull’empatia, iniziato nelle righe precedenti della lettera, Cobain ammette la sua sconfitta: “Dall’età di sette anni sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Io sono un bambino incostante e lunatico. E non ho nessuna emozione… Pace, amore Empatia, Kurt Cobain“.

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