Nicola Pietrangeli, l’Azzurro Davis del romanordino da Tunisi.

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Nicola Pietrangeli

Adesso non si può più rimandare neanche se piove come da titolo della sua biografia. Nicola Pietrangeli non c’è più, è andato incontro a quell’ultimo appuntamento immancabile nella vita di tutti e che speriamo di poter posticipare il più possibile. Addirittura ha voluto riorganizzare il suo funerale seguendo questo mantra, sperava si tenesse sul suo campo che gli è stato intitolato al Foro italico, un impianto di tremila posti a sedere e dove c’è un buon parcheggio per potere capire chi si sarebbe presentato e chi no. Un ultimo saluto che avrebbe voluto fosse stato organizzato a modo suo, my way come disse Sinatra nella canzone che nel piano di Nicola dovrebbe accompagnare la bara nell’uscita al campo, in quel tunnel dove si sarebbe potuto riparare in attesa del rinvio per pioggia, seguendo fino in fondo la filosofia del “Se piove rimandiamo“. Usiamo il condizionale perchè invece il funerale si terrà alla Chiesa della Gran Madre di Dio a Ponte Milvio mercoledì tre dicembre alle 15, e al campo più affascinante del mondo, incastrato tra le statue del Foro ci sarà la camera ardente.

Pietrangeli, romanordino d’Africa

Roma Nord per semrpe nel cuore, dalle giovanili della Lazio fino ai campi del Tennis Club Parioli dove la storia ha dato vita a nuovi cicli tennistici con il suo successore Adriano Panatta. L’avventura di Nicola Chrinsky Pietrangeli però inizia al di là del mare, sulle coste della Tunisia: il nonno era emigrato dall’Abruzzo e arrivò a Tunisi per fare il muratore, stando ai racconti di Nicola “Tirò su mezza Tunisi”. Si sposò con una napoletana dalla quale ebbe cinque figli uno dei quali era Giulio che insieme ad una nobildonna russa scappata dalla rivoluzione d’ottobre perché figlia di un colonnello zarista diede alla luce Nicola. Trascorse un’infanzia benestante con il padre che era possessore orgoglioso di una macchina da corsa americana, un lusso che sparì all’improvviso con la guerra, le bombe rasero al suolo la loro casa e con l’invasione alleata della Tunisia Giulio e Nicola vennero chiusi in un campo di prigionia. Alla fine della guerra però i francesi decisero di espellere dalla Tunisia gli italiani, gradualmente prima i più anziani e poi i giovani: il padre e i suoi zii vennero espulsi restando in contatto con la famiglia attraverso le lettere. A quel punto la madre trovò un’escamotage e riuscì a farsi espellere imbarcandosi nel natale del 1946 su una barca che li portò a Marsiglia, da dove dovevano poi dirigersi a Ventimiglia. Il padre però non poteva andarli a prendere a Marsiglia perchè proprio i francesi lo avevano espulso da Tunisi e non poteva sconfinare, quindi si dovettero arrangiare per raggiungere la frontiera e riunirsi. Partirono alla volta della Capitale, e un vetturino di un calesse li lasciò a Piazza di Spagna; si stabilirono in una camera di fortuna per tre persone in centro con un bagno in comune e la cucina pure con un onorevole di Bologna che poi divenne anche ministro. Il giovane Nicola, come la madre, non parlava italiano, solamente francese e russo e li intervenne il calcio di strada, come nelle storie dei più grandi campioni. Per palleggiare, per svagarsi nell’Italia ancora ferita e segnata del dopoguerra Nicola scendeva nelle vie con un pallone in mano, si avvicinava ad altri suoi coetanei e riuscì anche ad integrarsi grazie alle sue doti calcistiche: così imparò la lingua e iniziò la sua carriera sportiva, con una maglietta delle giovanili della Lazio. Tuttavia la gavetta del pallone non era qualcosa nel suo stile, il club biancocleeste firmò per il suo passaggio in prestito alla Viterbese in Serie D; un altro cambiamento, un trasferimento e l’abbandono della grande città per l’hinterland. Nicola non poteva accettare, e quindi la fine della sua carriera a 19 anni nella Lazio significò anche la chiusura con il calcio. Fu in questa fase che subentrò il tennis. Con il padre, durante il periodo nel campo di prigionai aveva disputato un primo torneo di doppio, memore di questo ricordo genitore-figlio iniziò a bazzicare i campi del TC Parioli con il soprannome di “Er Francia” per via della sua R moscia che portava con se il sapore di una nobiltà decaduta. Ma è proprio dalla Francia che poi legò il suo nome alla storia di questo sport portandolo diventare l’unico italiano presente nella Tennis Hall of Fame di Newport.

Nicola Pietrangeli, Italia Coppa Davis 1976, Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli, Paolo Bertolucci

I due Roland Garros e le sconfitte in Coppa Davis

Gli è sempre piaciuto il Bois de Boulougne, anche per via della sua lingua madre, tant’è che l’impianto della Ville Lumiere divenne una sua seconda casa. La prima ovviamente era il Foro Italico dove oggi sorge un campo a lui intitolato. La data storica del tennis italiano, la prima giornata memorabile è quella del 30 maggio 1959 quando Nicola era il prossimo numero tre del mondo (posizione che conserverà fino al 1961) e aveva già nel palmares una vittoria agli internazionali d’Italia nel 1957 (titolo al quale si aggiungerà anche quello del 1961). Di fronte a lui il sudafricano Ian Vermaak, nessun italiano aveva mai vinto un grande slam e lui aveva la grande occasione di affrontare un giocatore sfavorito, giunto all’ultimo atto a sorpresa dopo aver sconfitto il terraiolo Ayala. Proprio grazie al ruolo di outsider il sudafricano iniziò in maniera sciolta, spensierata, non aveva nulla da perdere e si prese il primo set, ma Nicola stava iniziando a carburare come un diesel. Pareggiò i conti, vinse il secondo, il terzo e poi giunse l’intervallo, cosa ad oggi sconosciuta, ma ai tempi in caso di quarto set c’era una pausa di 15/20 minuti. Vinse con un conclusivo 6-1, il Roland Garros del 1959 era entrato nella storia del tennis italiano perché per la prima volta un giocatore azzurro aveva vinto un titolo dello Slam. Erano altri tempi, e lo possiamo vedere dal price money del torneo, 150 dollari: l’equivalente di 93 mila lire ossia neanche due mensilità della casa in affitto dove viveva Nicola che pagava 55 mila lire al mese. Il Roland Garros è quindi il posto del cuore di Nicola, li dove ha poi vinto anche il doppio maschile al fianco di Orlando Sirola e dove si è ripetuto nel 1960. Ma è anche il luogo dove ha trovato il tributo più carico di emozioni della sua carriera, quello dei quarti di finale del 1964 quando dopo aver sconfitto Roy Emerson tre set a zero il pubblico francese lo richiamò in campo per tributargli un lungo applauso, simile a quello del 2022, alla sua comparsa al torneo di Napoli dove vide Lorenzo Musetti e lo caricò del ruolo di suo erede. D’altronde Lorenzo e Nicola erano simili, sulle orme di Pietrangeli l’artista carrarino ha imitato l’abitudine di giocare il rovescio a una mano lungolinea non come un colpo difensivo, ma come una mossa d’attacco, cosa che ad oggi sembra normale ma ai tempi suonava di rivoluzione.

Nicola Pietrangeli Foto di Luca Pagliaricci/CONI

Gli hanno sempre rinfacciato la scelta di vivere una vita sregolata, smodata, di arrivare alla chiusura della Capannina de Franceschi durante il torneo di Viareggio o al Festival del Cinema durante quello di Cannes, e di accompagnarsi sempre con donne bellissime e famose invece di allenarsi. Storie chiacchierate e seguite anche a quei tempi, come la sua relazione con Licia Colò di 30 anni più giovane- per lei abbandonò Roma Nord “Mi trasferì a Casal Palocco, una bella prova d’amore”– e le sue amicizie con l’Avvocato Agnelli, Sean Connery, Marcello Mastroianni o Virna Lisi. “Si ma se mi fossi allenato di più per vincere di più mi sarei divertito di meno” ha sentenziato. Insomma in un epoca in cui la differenza tra la vittoria di una finale e la sconfitta era di 10 mila lire, Nicola ha abbracciato la notorietà e il dilettantismo affrontando la vita del tennista a modo suo. Erano tempi in cui, nel 1961, quando era bicampione in carica del Roland Garros e sua moglie Susanna Artero stava per partorire potè informare il giudice arbitro della sua decisione di lasciare la Ville lumiere e di tornare una volta nato suo figlio: rimase a Roma per tre giorni e senza nutrire grandi speranze tornò a Parigi dove scoprì che lo avevano aspettato. Perse con Manolo Santana, uno dei suoi milgiori amici tra i tennisti, in finale, una delle sconfitte che fanno esperienza e che sono parte integrante del suo mito anche perchè come diceva lui “Arrivarci in finale non è mica così semplice”. Se ne ricorda bene quelle del 60 del 61 in Coppa Davis, parti integranti del suo record di maggior numero di incontri disputati e vinti nella coppa della grande insalatiera. Furono due sconfitte brucianti per l’Italia, mai giocate in casa entrambe in Australia che al tempo si giocava sull’erba sia al White City di Sydney che al Kooyong di Melbourne. Un rapporto di amore e odio con l’erba, la superficie stregata per l’Italia fino all’attuale era d’oro in cui abbiamo giocato tre finali in singolare tra maschile e femminile vicendone una nel tempio di Wimbledon. A Church Road andava in scena nel 60 il più grande rimpianto della carriera, una partita contro Rod Laver che in termini odierni potrebbe essere paragonata al quarto di finale di USOPen 2022 tra Alcaraz e Sinner; una partita memorabile conclusa al quinto set, dopo che Nicola non aveva sfruttato la palla del 2-0 al quinto. In finale avrebbe incontrato Neale Fraser, un giocatore che il più delle volte usciva sconfitto nel confronto con Pietrangeli.

Il tennista italiano Adriano Panatta (C) e l’allenatore Nicola Pietrangeli (S), festeggiano la vittoria nel match decisivo della semifinale di Coppa Davis Italia – Australia al Foro Italico, Roma, 27 settembre 1976. ANSA

Pietrangeli, la Davis da allenatore e il difficile rapporto con gli eredi

Il pubblico cerca di dimenticare solitamente le finali perse anche se alcune sembrano irremovibili dalla memoria sportiva. Ne sono esempi la finale olimpica di volley di Atlanta, e quella dei mondiali USA1994 e anche il tennis ha la sua disfatta similmente traumatica. E’ quella della Coppa Davis del 1977, quella che pose fine alla carriera di Pietrangeli come capitano non in campo dell’Italtennis della prima generazione d’oro. Era ancora una volta il White City di Sydney lo scenario della disfatta, giunta questa volta per i colpi di Tony Roche, John Alexander e Paul Dent. Una sconfitta che ha portato all’ammutinamento della squadra magica degli anni Settanta, alla rivolta di quegli stessi quattro campioni che un anno prima andavano Santiago del Cile a vincere l’Insalatiera e che dopo aver perso a Sydney chiesero la testa di Pietrangeli. Come ricorda Nicola stesso fu un tradimento che costò caro all’Italia che poi l’anno successivo venne eliminata al primo turno dall’Ungheria. “Intanto imparate a perdere perché a vincere son capaci tutti” insegnava, anche se quell’Italia poi non risucì più a ripetersi e senza il suo capitano non trovò più la via della gloria segnando il tramonto di un’epoca d’oro. E’ cambiato in due anni il mondo dell’Italtennis, anche se lo stesso capitano vincitore del 76 si è deresponsabilizzato dai meriti e dai difetti di quella squadra “In campo ci vanno i giocatori”, ma in quel complicato 76 il merito fu pirncpalmeten di Pietrangeli se la squadra riuscì a partire per la Davis e a tornare da vincitrice andando oltre anche al dibattito parlamentare e alzando la testa con la maglietta rossa di fronte al regime cileno di Pinochet. I campioni del 76 vennero accolti con freddezza, con indifferenza tornando da una lunga sosta a Rio e senza trovare nessuno ad attenderli al rientro in Italia, come se quella coppa l’avessero rubata. Uno scenario totalmente diverso da quello al quale siamo abituati oggi: d’altronde un’immagine diversa per un tennis diverso.

Nicola Pietrangeli

Quelli di Pietrangeli erano ancora i tempi dell’armonia in campo, delle discese a rete e dei passanti lungolinea. Non esattamente il power tennis che conosciamo oggi. Non è un segreto che quindi in un’intervista alla Gazzetta di alcuni mesi fa abbia definito Musetti il giocatore che gioca meglio, mentre Alcaraz un cavallo pazzo. Non la stessa ammirazione che ha provato per Panatta dopo il tradimento del 77: “Era il fratello piccolo che non avevo mai avuto per questo ho sofferto tanto per il suo tradimento. La squadra di Davis mi convocò in Hotel, era un plotone di esecuzione” e da quel giorno le schermaglie tra i due non si sono mai placate fino ad una pace simbolica, ma forse non totalmente sanatoria nel corso della Davis 2023, proprio in occasione del confronto tra Italia e Cile. E Su Sinner? Dall’euforia alla critica anche inquietante del caso, prima ha esaltato il suo trionfo all’Australian Open “Mi ha superato nel numero di Slam vinti, i record sono per essere battuti: è troppo forte” e poi lo ha criticato per l’assenza in Davis e alle Olimpiadi “Lo scopo di uno sportivo è mettere la maglia azzurro, ma purtroppo parlo di un’altra epoca” il tutto riassunto nel commento conclusivo della scorsa stagione 2024: “Volevo dire che è il miglior tennista italiano di tuti i tempi. E forse pure austriaco”. D’altronde dal recordman di presenze in coppa Davis è comprensibile aspettarsi una difesa costante dell’Insalatiera, fino alla fine. Tra i tanti personaggi del tennis che Nicola ha ammirato, consociuto e con cui si è confrontato non si può non menzionare Lea Pericoli: non sono mai stati una coppia, ma da sempre sono stati loro i volti congiunti del tennis italiano. Rivoluzionari per vittorie e stili, due campioni italiani che per primi hanno posto le basi per rendere a loro modo il tennis Mainstream. Nicola non ha potuto salutare la sua migliore amica quando un anno fa lo ha preceduto nell’ultimo viaggio, con lei aveva condiviso 65 anni di tennis e adesso dopo questa pausa potranno di nuovo prenotare insieme il loro rettangolo di gioco, sulla terra rossa dove si può giocare in maniera incantevole, come in paradiso.

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