Napoli, al Teatro San Carlo la fiaba musicale e contemporanea “Picture a day like this” di George Benjamin.

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Photo: Luciano Romano

Una fiaba musicale e morale contemporanea, tra l’onirico e il noir, misteriosa e crudele, scritta appena due anni fa eppure dal sortilegio antico e universale. A narrarla, una drammaturgia testuale asciutta e sferzante riflessa in pentagrammi acuminati e dissacranti, inquietanti, incantatori, simili a un graffio profondo sullo specchio etico del nostro tempo. Una fiaba che lascia conquistati e interdetti, facendo amaramente riflettere.

È Picture a day like this (Immagina un giorno come questo), nuova opera in un atto unico da settantacinque minuti e in sette stazioni composta dal londinese George Benjamin (classe 1960 e precoce talento avviato ai primi studi musicali nel Conservatorio parigino sotto gli alti insegnamenti di Olivier Messiaen) in quarta collaborazione sul bel libretto di Martin Crimp, giunta dopo la première del 5 luglio 2023 al Théâtre du Jeu de Paume d’Aix-en-Provence per la prima volta in Italia, fra applausi e qualche isolato dissenso, al Teatro San Carlo di Napoli, in coda di stagione lirica quale frutto di una virtuosa commissione e coproduzione condivisa in altisonante filiera dal Festival d’Aix-en-Provence, Royal Opera House-Covent Garden, Opéra national du Rhin, Opéra Comique, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, dall’Oper Köln e appunto dalla Fondazione lirica partenopea.

Nel complesso, un’operazione a radici britanniche dalla perfezione notevole, scritta a regola d’arte impiegando le tecniche più disparate (dalla musica aleatoria alle forme proprie dell’opera) quindi allestita con mezzi essenziali fra pannelli a specchio scorrevoli e un’installazione video a forte impatto visionario, eseguita a dovere sia su un fronte canoro affidato a cinque interpreti che su quello strumentale, assegnato all’Orchestra del Teatro San Carlo in formazione da camera (ventidue gli strumenti in partitura) guidata con salda lucidità strutturale e pregevole sensibilità timbrica da una direttrice donna, Corinna Niemeyer, valente collaboratrice dell’autore e direttore d’orchestra Benjamin.

Photo: Luciano Romano

La trama drammatica, tratta da un racconto popolare (La camicia dell’uomo felice) dalle radici lontane, europee ma anche orientali, è semplice e dolorosa, arcana e iniziatica nella graduale presa di coscienza di quel che ci circonda e dell’ineluttabilità del destino. Praticamente un viaggio interiore a metà strada fra l’impossibilità di poter salvare un figlio come in Erlkönig e la ricerca di una felicità inesistente come nelle fiabe di Calvino e Tolstoj. Ebbene, nella reinvenzione del drammaturgo Crimp, in primo piano, non c’è il principe della fiaba d’origine ma una donna dei nostri giorni. Una madre disperata e dolente che tenta invano di restituire la vita al proprio figlioletto morto andando alla ricerca entro la mezzanotte, secondo quanto le viene suggerito, di un uomo felice, dalla cui manica dovrà poi staccare un bottone. L’impresa sulle tracce della lista consegnatale dai ministri si rivela presto senza via di uscita, incappando come in un morality play (oltre all’itinerario di crescita attraverso casi e confronti, lo suggerisce anche il nome generico della protagonista, semplicemente Woman) in differenti incontri illusori poi rivelatisi altrettanti casi umani che neanche sanno cos’è la gioia: ossia, una coppia di amanti poliamorosa dove lui si scoprirà traditore seriale, un artigiano neanche a dirlo proprio di bottoni con istinti suicidali, una brillante compositrice con agente al seguito preoccupata solo dalla fama e dai suoi ingaggi, un collezionista d’arte solitario e ossessivo rifiutato ma compassionevole. Infine incontra Zabelle, la proprietaria di uno strano giardino che, come allo specchio del proprio inconscio, confessa di esser felice perché non esite e, implicitamente, l’invita a non guardare oltre al proprio angolo di orto felice come un odierno Candide.

Tutto si consuma dunque nell’istantanea di un giorno. Un giorno in cui il destino ribalta d’un colpo la routine di una vita normale. Ed è nel tentativo spasmodico di cambiarne il tracciato che si disvela, più che l’elaborazione di un lutto, il vero e disincantato volto della vita. Soprattutto quella di oggi, fatta com’è di amori liberi e sempre più insoddisfatti, di nevrosi e di sostanze stupefacenti, di un potere accumulatorio che è vuoto solitario dell’anima.

Il contenitore visivo, realizzato con mano esatta per regia, scene, drammaturgia e luci da Daniel Jeanneteau e Marie-Christine Soma, è concepito come una moderna camera scura e opprimente dal basso soffitto, di volta in volta cangiante come un alternarsi di pensieri immaginati grazie agli studiati e sferzanti bagliori delle luci giocate sulle porte scorrevoli fra trasparenze o a contrasto netto e drammatico con le ombre. È una camera mentale in cui le presenze e i gesti dei cantanti come degli attori (Lisa Grandmottet, Eulalie Rambaud, Matthieu Baquey) sono calibrati con dovizia intersecando i piani del reale e dell’inconscio, della sospensione da fiaba, dell’ironia salace. In via analoga, entro una rara simbiosi di parole e musica, saltano fuori i diversi ritratti, scolpiti anche grazie ai funzionali costumi di Marie La Rocca: la donna in abiti comuni, continuamente in bilico fra illusione e rassegnazione, gli amanti uniti nell’estasi e separati dall’ostentato dongiovannismo del maschio che però voce virile non ha, spingendo l’intera sua parte in falsetto da castrato, l’apparentemente mansueto artigiano con il suo abito tempestato di bottoni dai mille colori chiuso invece, come una fiera pericolosa, in un box-gabbia di vetro, fino a scoprire le ferite autoinferte e la sua dipendenza. A seguire, una compositrice di successo che, affiancata da un agente con il fiato sempre sul suo collo, cammina a passo veloce su un tapis roulant verso i tanti impegni elencati entro una corsa che sa molto di nulla, quindi un elegante collezionista tutto d’un pezzo che si dichiara “harmless”, disarmato e dunque innocuo, ma al limite del maniacale.

Photo: Luciano Romano

Poi, all’Interludio immaginifico, il coup de théâtre: con moderni mezzi virtuali l’efficacissimo video di Hicham Berrada, artista celebre per i suoi quadri chimici, ci porta dritti in un autentico paese delle meraviglie alla Carroll, costruito in fieri. In coda alla scena precedente il collezionista raccoglie il foglio con la lista stropicciata e gettata in terra dalla donna su uno dei suoi tappeti. Tappeti, lui dice stupito, che dicono appartengano a lei. E lì tirando lateralmente un semplice siparietto in velo partono le proiezioni, con giganteschi rimasugli di cibo e polvere che piovono dall’alto su un tappeto come visto al microscopio con gli occhi di una piccolissima Alice. Via via fioriscono strane piante pari a microrganismi colorati e alieni, come in un giardino proibito e neanche abitabile. Dunque impossibile. Ed è lì che esiste e non esiste il bottone (o pulsante?) della felicità datole da Zabelle, lasciando libero e aperto il finale dell’opera.

A garantire rigore e suggestione alla complessità di una partitura sempre molto nitida ma dalle forme e dalle timbriche molteplici è Corinna Niemeyer, sul podio di un’Orchestra della Fondazione attenta nel dar senso emotivo e suono mirati ai diversi, tanti dettagli della narrazione drammatica serrata entro un vortice di sospensioni da sogno e bruschi smascheramenti, morbidi tappeti armonici per archi, fiati e arpa a fronte di squarci massivi o taglienti affidati a ottoni e percussioni, tra segnali ciclici e suoni fissi, ance sinuose, campane tubolari lontane, impasti acidi, sbalzi di tempo e di ritmo.

Ottima infine la resa del cast d’interpreti, tutti al debutto sulle scene sancarliane.
Il mezzosoprano australiano Xenia Puskarz Thomas (Woman) è con morbida plasticità madre speranzosa e coraggiosa, ben timbrata e ponderata a garanzia di una fonazione e di una linea sempre intense e ben chiare, simbolo di verità e di espressione del cuore, tanto nel declamato intonato quanto nelle impennate e negli stanchi abbandoni lirici. Superbo, inoltre, il primo piano potentemente drammatico riservatole alla quinta scena (Aria), un lamento in piena regola e in soluzione strofica delicato, interrogativo e dolente, esasperato ma pur sempre filtrato nel sogno contrappuntato, com’è, da arpa, archi e celesta.

Nel bellissimo duetto trasfigurato all’acuto e in gran parte a canone spicca anche la strana coppia dei due amanti, formata dal dolce canto del soprano francese Marion Tassou (Lover 1) accanto alla straordinaria duttilità d’estensione, tenuta e colore del controtenore persiano-canadese classe 1992 Cameron Shahbazi (Lover 2), entrambi in doppio ruolo per dar vita a seguire a due figure di segno totalmente opposto, la compositrice indaffarata (Composer), dal sillabato sbrigativo o liricizzato all’estremo, sbalzato e quasi isterico fra un’indicazione agogica da apporre in partitura e una città da raggiungere accanto al suo zelante agente (Composer’s Assistant), pronto ad amplificarne le parole e il canto ad eco. Entrambi, scritti a meraviglia e con humor very british, risultano scontornati con acuta ironia gestuale, canora e onomatopeica tipicamente inglese.

Impegnato in duplice personaggio è anche il baritono americano John Brancy, artigiano (Artisan) dal canto ben plasmato per volume e dinamiche sinuose che, all’incalzare delle richieste della donna, dal grave si inerpicano con sicurezza e bel suono fino al suo range più acuto, sfociando nella spinta di voce finale. Nella parte del collezionista (Collector) un po’ demiurgo, invece, sfaccetta ulteriormente il ruolo passando dal dialogo portato con virile calma nell’illustrare con orgoglio la propria collezione di miracoli, contenente anche un Manet, un Matisse, la Gold Marylin di Andy Warhol, alla dura reazione dinanzi al rifiuto delle sue profferte d’amore. Fino a cambiare ancora piglio, mostrandosi al termine compassionevole e aprendo alla donna la porta verso un giardino d’incanto. L’incontro fra Woman e la Zabelle di delicata magia interpretata dal soprano austro-britannico Anna Prohaska, finalmente ascoltata a Napoli, tocca al termine vette di qualità sublime entro un duetto anche in tal caso cesellato sposando parole e canto, duri accenti drammatici e stemperate emissioni estatiche.
Lunghi e meritati gli applausi per il compositore Benjamin, per l’ottima squadra di artisti e per la prima nazionale di un’opera dei nostri giorni che rende valore e merito al palco partenopeo.

Teatro San Carlo – Stagione 2024/25
PICTURE A DAY LIKE THIS
Opera in un atto

Testo di Martin Crimp
Musica di George Benjamin
Performed by arrangement with Faber Music, London

Woman Xenia Puskarz Thomas
Zabelle Anna Prohaska
Lover 1 / Composer Marion Tassou
Lover 2 / Composer’s Assistant Cameron Shahbazi
Artisan / Collector John Brancy
Attrici e Attore | Lisa Grandmottet, Eulalie Rambaud, Matthieu Baquey

Orchestra del Teatro di San Carlo
Direttrice Corinna Niemeyer
Regia, scene, drammaturgia e luci Daniel Jeanneteau e Marie-Christine Soma

Costumi Marie La Rocca
Video Hicham Berrada

Produzione co-commissionata e co-prodotta da
Festival d’Aix-en-Provence, Royal Opera House – Covent Garden,
Opéra national du Rhin, Opéra Comique,
Les Théâtres de la Ville de Luxembourg,
 Oper Köln e Teatro di San Carlo

Paola De Simone

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