Mondiali di Nuoto, Cerasuolo salva l’Italia. Pellacani/Santoro meraviglia.

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Chiara Pellacani

La vita non è aspettare che passi la tempesta ma imparare a ballare sotto la pioggia affermò un tempo Gandhi. Saper attendere quindi senza farsi travolgere dagli eventi, senza trascinarsi verso l’autoconclusione del momento complicato. Rapportato allo sport questo è quanto accaduto ai mondiali di nuoto a Singapore 2025 per l’italia. Eravamo già pronti a stampare su quest’edizione l’etichetta con su scritto fallimento, eravamo pronti a dover analizzare il declino del nuoto italiano che nel precedente mondiale post olimpico raggiunse il record di ori in corsia con 9 podi e il terzo posto nel medagliere e quest’anno stava ancora attendendo il primo titolo iridato dopo aver incassato le delusioni parziali dei suoi olimpionici. In tutti gli sport non si può solo attendere la tempesta perché questa lascia sempre delle tracce, che possono prendere la forma di uno spettro del ricambio generazionale assente, e più a lungo termine dell’oblio di questo determinato sport che negli ultimi vent’anni ha portato tante gioie e soddisfazioni all’Italia. Aspettando i mondiali di volley ci siamo accorti che oltre all’onnipresente calcio il più popolare tra gli sportivi è solo Sinner: Federica Brignone è ancora alle prese con l’infortunio di fine stagione, Gimbo Tamberi e Marcell Jacobs sembrano in declino anche se aspettiamo i mondiali nella loro Tokyo per dirlo e nella scherma è mancato il titolo individuale alla rassegna di Tbilisi. A un anno di distanza dai giochi di Parigi dei record l’onda lunga delle medaglie d’oro non si è propagata nelle corsie della piscina mondiale di Singapore, ma nella tempesta un fulmine azzurro ha colpito otto centesimi prima di tutti gli altri, quasi sincronizzato con un altro successo piovuto dal cielo che ha tinto anche la piscina dei tuffi di un celeste azzurro triocolore.

Simone Cerasuolo

Cerasuolo e il futuro della Rana: il suo oro è storico

Glielo aveva anticipato il padre, “Sei davvero forte oggi la vinci”, non una gufata una profezia di quel 26″54 un tempo più veloce di soli otto centesimi rispetto a Krill Prigoda e 13 più veloce di Haiyan Qin il campione di tutto della rana. Simone Cerasuolo si è preso la sua vasca, nella distanza che a Parigi non era olimpica e questo non fa altro che aumentare il rammarico, ma fa anche lievitare le ambizioni per Los Angeles quando Simone avrà ancora 25 anni e la sua distanza sarà inclusa nel programma a cinque Cerchi. Partito da Imola, città che porta semrpe con se nel cuore e sulla pelle con quel CAP 40026 tatuato sul braccio, Simone supera ogni suo predecessore e riesce a vincere i 50 rana che erano sfuggiti sia a Domenico Fioravanti, a Tete Martinenghi sia a Fabio Scozzoli che ora lo segue insieme a Cesare Casella, colui che lo ha convinto a passare dallo stile libero alla rana. Appassionato di Formula Uno e tifoso della Ferrari, come potrebbe essere altrimenti per chi è cresciuto a due passi da quell’autodromo che è dolorosamente scomparso dal calendario del 2026, ma anche sostenitore di Sinner e della Juventus. Esplosività in partenza, efficacia nella subacquea e potenza nello sprint conclusivo con cui si è messo al collo la medaglia più prestigiosa della sua giovane carriera, ma quello di Simone Cerasuolo non è un nome nuovo per gli esperti del settore: nel 2021 aveva stabilito ben due record mondiali juniores nei 50 ed è il detentore di quello juniores dei 100. La prima medaglia internazionale è del 2022, negli europei a Roma al Foro Italico proprio nei 50 rana, ma quella volta fu un argento in 26″95, davanti a lui c’era un Niccolò Martinenghi al tempo inarrivabile. Arriva poi anche un bronzo nei mondiali in vasca corta di Melbourne e un argento ad Otopeni in corta nel 2023 agli europei di nuovo alle spalle di Tete. La prima immagine che si ricorda di lui però è un’immagine di lacrime, quelle del 2023 davanti ai microfoni Rai commosso per il ritiro del suo idolo, di colui che lo ha avvicinato al nuoto e che ora è nel suo staff, Fabio Scozzoli che tuttavia di ori ai mondiali non ne ha mai vinti (non dimentichiamo però che si trovava al fianco in corsia ad un certo Adam Peaty). Ai microfoni di Sky dopo la premiazione ha affermato che preferirebbe una Champions League della Juventus a un bronzo olimpico a Los Angeles, tuttavia si sa, i successi si realizzano in ritardo e chissà se la penserà allo stesso modo quando capirà di esser diventato CerasuORO.

Chiara Pellacani Matteo Santoro

Pellacani Santoro, Commozione a Singapore

Un fotogramma da Singapore riassume tutte le emozioni che può conferire lo sport. Chiara Pellacani che salta in braccio a Matteo Santoro con le lacrime agli occhi per la felicità di aver battuto gli strafavoriti cinesi e quindi di aver ipotecato la medaglia d’oro ai mondiali di tuffi. Non era ancora arrivata la certezza matematica, gli australiani con la fenomenale Maddison Keeney si dovevano ancora tuffare e non era escluso un loro punteggio altissimo, ma poco contava. Chiara era la portabandiera del rammarico olimpico insieme a Simona Quadarella, le due romane che nella piscina di Parigi hanno incassato ben due quarti posti a testa e che quindi hanno sentito il loro nome pronunciato ben due volte nella lista di quelli che in un contesto olimpico sono in maniera crudele i primi degli sconfitti. Simona si era già ripresa una rivincita avvicinandosi come non mai a Katie Ledecky qui a Singapore, e anche Chiara una prima soddisfazione se l’era tolta in apertura dei mondiali di tuffi con un terzo posto nel trampolino da un metro con un margine di soli 0.35 punti. Quella era la prima medaglia solamente sua, che ha portato alle prime lacrime di commozione. 7 anni fa era diventata la più giovane campionessa italiana della storia a 15 anni, nel 2022 si era imposta nel trampolino da tre metri a Roma, casa sua che ha abbandonato per far crescere la sua carriera approdando con l’allenatore Dario di Fazio in America, a Miami. Fu un suo compagno di scuola a convincerla a passare dal nuoto che non la entusiasmava ai tuffi. Ha un fratello calciatore in serie D, una sorella minore e un padre giornalista per La7, orgogliosi al completo già al bronzo e già da quando aveva iniziato a frequentare il podio internazionale insieme al giovanissimo Matteo Santoro. Ecco, con lui nei tuffi sincronizzati misti da 3 metri che è arrivato il titolo più bello e brillante della carriera. Per la quarta volta in un mondiale di tuffi risuona l‘inno di Mameli, ci erano riusciti farlo riprodurre prima Klaus Diabiasi nel 73 e 75 e poi Tania Cagnotto. Tra gli allenamenti di Chiara e di Matteo c’è un oceano di distanza, eppure hanno vinto insieme e ora anche Santoro, che ha 18 anni e ha concluso il percorso di studi scolastico potrà raggiungerla in America. Si riunisce la famiglia perchè ormai sono come fratello e sorella “Ci conosciamo da quando eravamo piccoli”, si erano conosciuti in spiaggia l’estate, a Santa Marinella uno dei litorali più frequentati dai romani. Sono già campioni europei, è la quarta medaglia che vincono insieme ai mondiali di tuffi ed è un vero peccato pensare che il sincro misto non sia specialità olimpica, ma si tratta di una competizione giovane (la prima gara fu a Kazan 2015 con Cagnotto-Verzotto di bronzo). A Budapest 2022 Matteo proprio grazie a Chiara è diventato il medaglista mondiale già precoce. Un oro costruito sulle basi del rapporto, assolutamente non sentimentale, basato sulla fiducia ed è il caso di dirlo sulla sincronia reciproca che, loro insegnano, si può riscontrare anche in chi non ha legami di sangue. Cassiel Rousseau e Maddison Keeney si sono fermati a 0.87 punti, distacchi estremamente ravvicinati, ma sarebbe stata una beffa dopo l’errore dei cinesi perdere quell’oro. La Keeney è stata la prima, anzi la seconda dopo Matteo ad abbracciare Chiara. Sono arrivati anche i complimenti di Tania Cagnotto “Sono felicissima per loro, hanno fatto una gara pazzesca, erano sicuramente i più eleganti sul trampolino” e di Klaus Dibiasi che li ha seguiti dalla televisione. Si accende il medagliere dell’Italia a Singapore, due ori da chi non ti aspetti nell’arco di poche ore, non abbiamo aspettato la fine della tempesta, l’abbiamo affrontata cantando anzi Danzando nella pioggia.

Singing, anzi Dancing in the Rain.