Come nel 2010, è da inizio mondiale che lo diciamo, dalla prima partita che è stata la stessa di Sudafrica 2010, la sfida tra i Bafana Bafana e il Messico. Come nel 2010 è stata Shakira a comporre e cantare il tormentone dell’estate inno ufficiale del mondiale, come nel 2010 la conclusione è stata affidata ad un gol nei supplementari della Spagna che ha vinto il suo secondo mondiale partendo dal girone H, dopo aver vinto l’europeo, con 8 giocatori del Barcellona, con un Real reduce da una stagione senza titoli e pronto a iniziare l’avventura con José Mourinho. La storia si ripete, corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico che ancora una volta vanno ad intrecciarsi con il calcio e con le sue trame. A segnare la rete che consegna il titolo alla Roja è Ferran Torres, un altro Torres stesso cognome di colui (Fernando) che era un elemento cardine di quella Spagna del 2008-2012 capace di vincere due europei e un mondiale nell’arco di un quadriennio. Dopo l’Europeo, davanti agli occhi di Insista, Xavi, Puyol, Ramos e compagnia vincente, la Roja aggiunge anche il mondiale al suo secondo periodo magico.
Spagna-Argentina, una finale noiosa porta alla segunda Estrella
A specchio rispetto 4 anni fa, una delle finali più belle della storia, stavolta nessuno riceverà delle critiche ad etichettare come noioso l’atto conclusivo di USA-Canada-Messico 2026. Non per demeriti della Spagna, che anzi non è più la squadra del Tiki Taka, ma ha saputo dominare il campo, riempire gli spazi e mantenere il possesso nascondendo il pallone agli avversari e infatti per tutto il torneo hanno subito solamente un gol, da Charles De Ketelaere. Dall’Altra parte gli argentini scelgono di non entrare in campo e al MetLife Stadium li stanno ancora aspettando. Fino alla conclusione del primo tempo supplementare i campioni del mondo uscenti non avevano mai tirato a fronte di venti occasioni iberiche, la partita era bloccata comunque, la difesa argentina sembrava l’unico elemento funzionante tra i ragazzi di Scaloni e il salvataggio di Montiel è emblematico in tal senso. Arginato Messi non ha ricevuto neanche un pallone provando ad accendersi solamente con alcuni tocchi quando tutto era già perduto, la sua ultima recita si chiude in lacrime come fu per Maradona nel 1990, anche in quel caso l’Argentina campione del mondo dopo il 1986 andò a perdere la finale mondiale. L’altro Lionel, Scaloni, quindi ha optato sempre per scelte difensiviste, lasciando in panchina Lautaro e mettendo Paredes per Nico Gonzalez passando ad un 4-1-3-2 perdendo però le fasce e costringendo i terzini ad alzarsi e dando a Yamal l’occasione di attaccare in quella zona libera di campo. Infatti dal secondo tempo la Spagna è incisiva, aumentano più pericoli per il Dibu Martinez che tiene in partita i suoi e li trascina fino ai supplementari, l’Argentina sopravvive ma Enzo Fernandez ha reso catastrofica una situazione già di perse molto complicata: espulsione sacrosanta per un fallo su Cubarsi e tutto l’extra time viene giocato dalla Spagna in superiorità numerica. Accadde anche nel 2010, quando il cartellino venne esposto a John Heitinga. Dopo Alcuni minuti dall’espulsione a Johannesburg arrivò il gol di Iniesta, stavolta con Don Andrès a far da spettatore in tribuna la sua eredità è stata raccolta da Ferran Torres, al primo gol nel suo mondiale ricevendo un assist da Nico Williams. Una reazione di orgoglio l’ha avuta Messi negli ultimi minuti, facendo correre dei brividi agli spagnoli che hanno veramente rischiato di trasformarsi in una beffa, ma ci ha pensato Cubarsì con un intervento equiparabile ad un gol da parte del classe 2007 votato come miglior giovane del torneo. La Spagna è campione del mondo per la seconda volta e De La Fuente è il terzo allenatore ad aver vinto sia il mondiale che l’europeo insieme a Helmut Schon e al suo punto di riferimento Vicente Del Bosque.

Il mondiale della Spagna, le origini con De La Fuente
A scortare in campo la Coppa, oltre a Carlos Alcaraz c’erano anche Mario Kempes e Andres Iniesta proprio colui che vinse il primo mondiale della Spagna sul campo, segnando al 115esimo nove minuti più tardi del gol di Ferran Torres a New York. “Ho segnato io ma credo che il gol appartenga a 47 milioni di persone non solo a me. Il destino era scritto dovevamo vincere” le parole del giocatore che ripercorso le orme di Iniesta, anche lui al tempo giocatore del Barcellona anche se non è certo se nella prossima stagione Ferran sarà ancora blaugrana. Un successo che ha effettivamente origini lontane perché quella della Spagna è una scommessa vincete che ha premiato l’intero movimento negli ultimi anni, basti pensare che Rodri ha completato il calcio con pallone d’oro, Champions League (decisa da un suo gol), Europeo e Mondiale. La Spagna ha scelto De La Fuente dopo 18 mesi di inattività, era il 2013, e dopo due anni aveva già raggiunto un primo obiettivo, l’Europeo under 19 in Grecia, vinto con il doppio pivot Rodri-Merino e con Unai Simon in panchina. Nel 2018 la prima promozione, in Under 21, il gruppo stava già crescendo e infatti porta in italia per la fase finale dell’europeo di categoria Fabian Ruiz, Dani Olmo, Oyarzabal e lo vince. Nel mentre anche dall’under 19 arrivano nuovi talenti, anche loro vincitori in quell’anno ci sono Eric Garcia e soprattutto Ferran Torres. Alle Olimpiadi la Rojita è guidata da De La Fuente che perde in finale a Tokyo contro il Brasile e insime a lui ci sono sempre Eric Garcia ma anche Pedri, mentre tre anni dopo sotto la guida di Denia l’oro olimpico va a Pubill, Garcia, Cubarsi, Baena, Joan Garcia e in questi mondiale manca Fermin Lopez che sarebbe stato parte della spedizione americana ma si è dovuto operare per un infortunio poco prima. La Spagna è campione di tutto, mondiali maschili, europei maschili, mondiali femminili e olimpiadi maschili.

Il cammino della Roja: da Vozinha a Ferran
De La Fuente ha saputo ovviare anche alle difficoltà. Con Yamal e Nico Williams che glia avevano reso facile la vita in Germania, stavolta si è trovato con le ali spuntate, infortunate fin da subito e lo si è visto dall’esordio con Capo Verde. Si sono presi la scena Oyarzabal, Mikel Merino e Ferran Torres mentre è cresciuto Alex Baena fino a diventare titolare. Curioso come la scuola spagnola di allenatori si sia affidata per la nazionale a un prodotto delle giovanili con tanti fenomeni della panchina che ha sparsi per l’Europa: da Luis Enrique a Unai Emery ma anche Iraola, Guardiola, Arteta ecc… Invece De La Fuente è ormai la scelta vincente da sempre perché ha superato il record di Mancini di partite consecutive senza sconfitte e come detto è al pari di Schon e di Del Bosque, lui che è anche stato maestro di Scaloni ai tempi della scuola per allenatori di Las Rozas. Evidentemente qualche consiglio lo ha tenuto per se. Per la verità ha faticato a carburare questa Spagna iniziando con un pareggio inatteso con Capo Verde, scontrandosi col muro Vozinha. Anche quando poi è entrato Yamal non sono cambiate le cose in quell’esordio, ma si capiva dall’atmosfera durante il suo ingresso in campo che sarebbe in ogni caso stato il volto di questa Spagna pur non avendo inciso come due anni fa in Germania. Un infonrutio lo aveva tenuto lontano dai campi, Ma De La Fuente non rinuncia mai al suo talento che è diventato il terzo più giovane di semrpe a vincere il mondiale dopo Pelè e Bergomi. Neanche Messi alla sua età poteva vantare un tale palmares anche se quella foto in cui tiene in braccio un neonato Lamine è profetica ed incredibile, sembra quasi scattata dal destino perché le proabbilità di rivedere quei due in finale di un mondiale erano pari quasi a 0. Non si sono mai incrociati invece in prima squadra, solo nelle giovanili considerando che Messi è andato via nel 2021 e Lamine ha esordito l’anno dopo, lanciato da Xavi che come De La Fuente non ha mai dubitato di lui e non ha esitato ad affidargli le redini del Barcellona. Il ragazzino era arrivato in Catalogna quando aveva 7 anni, quando Leo vinceva il secondo triplete quello con Luis Enrique e insieme a Suarez e all’idolo di Lamine, Neymar. Di contro Messi al primo mondiale uscì ai quarti senza mai giocare, senza mai entrare nelle grazie di Pekerman, ma Lamine questa pressione non l’ha mai sentita: “Nella vita ho dovuto affrontare situazioni molto più difficili di un avversario tosto o una partita di calcio delicata. La pressione è un’altra cosa”.
Non è stato il miglior torneo di Lamine Yamal, è vero, un solo gol contro l’Arabia Saudita al girone, ma è proprio dalla seconda partita che si sono scatenate le altre furie rosse, uno su tutti Oyarzabal. Attaccante fantasma, sempre fedele al Real Sociedad, spesso rientra dalla posizione di centravanti anche più indietro di Dani Olmo trequartista per aiutare la regia mobile di Fabian Ruiz e per contribuire a sfruttare il rigore tattico di Rodri, colui che ha completato il calcio. Eccolo il vero fuoriclasse di questa nazionale, mai in rete, ma sempre decisivo per le dinamiche tattiche della Spagna di De La Fuente con qualunque compagno al suo fianco, che sia Ruiz, Olmo o Pedri come nella terza partita del girone, contro l’Uruguay vinta per un gol di Baena. Ecco la rivelazione, l’esterno attaccante dell’Atletico Madrid, che piano piano ha saputo prendere il posto di Ferran stesso e ovviare all’assenza di Nico Williams dopo diversi anni di apprendistato al Villarreal. Non ruba l’occhio con giocate e accelerazioni, ma non sbaglia mai una scelta offensiva e infatti contro l’Austria viene confermato titolare. Sa sempre quando lasciar spazio alla salita del terzino, da quel lato Cucurella prossimo al Real, e lo stesso vale dalla parte opposta quando attacca Pedro Porro arrivato anche al gol sia contro l’Austria che contro la Francia. Ad Arlington nessuno si aspettava un derby iberico, con il Portogallo agli ottavi, ma i lusitani hanno dovuto fare i conti con la Colombia prima nel girone e quindi hanno finito per scontrarsi con il jolly di De La Fuente, Mikel Merino che nel corso della carriera è passato dal ruolo di pivot al fianco di Rodri a quello di centrocampista di inserimento e infatti in pieno recupero ha eliminato Cristiano Ronaldo. Teatro del brivido è il SoFi stadium in California, ad Inglewood quindi Los Angeles dove la Spagna subisce il primo ed unico gol del suo mondiale, firmato da Charles De Ketelaere anche se poi è sempre Merino all’88esimo a chiudere il risultato. Sta anche qua la forza di questa squadra, in una difesa esemplare che fa del possesso e del dominio la sua migliore arma perché perché se il pallone lo hanno gli spagnoli non c’è modo per gli avversari di insidiare la porta di Unai Simon premiato come miglior portiere. Abbiamo detto che Yamal non è stato il protagonista, ma solo il volto di questa Spagna mondiale, ma la sua giocata ha una rilevanza tattica e storica fondamentale nella corsa al titolo. Una corsa senza palla contro l’anello debole della difesa Francese, contro Lucas Digne che ingenuamente cade nella trappola e commette fallo da rigore, trasformato poi da Oyarzabal e di fatto una rete che chiude le porte della terza finale consecutiva ai Trasnaplini. Poi arriva la finale, sappiamo come è andata, con l’Argentina spaventata e gli iberici arrembanti, ma con criterio. Il ritorno delle Furie Rosse in questa nuova Era del calcio spagnolo è dominate, come e forse anche più del quadriennio rojo 2008-2012: la roja vulve a Ganar.
