Ricordiamo l’Alice di Lindsay Kemp. Non mancava nulla. Il reverendo Charles Dodgson, alias Lewis Carroll, scrittore, diacono della Chiesa d’Inghilterra, docente universitario, amoralità al limite dell’equivoco. Fantasia irrefrenabile, temperamento timido, voce inceppata dalla balbuzie. È il padre di Alice. Una visionaria contraddittorietà simile a quella del visionario Lindsay, meno spettrale e anzi investito da quella sua speciale happiness che suonava come una beatitudine laica. Lindsay lo avevamo incontrato. Anche in Alice, come in Dentro lo specchio, non parlava che di se stesso, “per amore e identificazione”. I costumi erano quelli ottocenteschi pensati dallo stesso Carroll. C’erano energia e soprattutto un’equilibrata distribuzione dei vari elementi: la bellezza, il fascino, la verità espressa all’incontrario, perché il mondo è troppo grande per essere contenuto tra le sue braccia. La sua era un’Alice di Lenci immersa in un mondo borghese.

Al Teatro alla Scala, dove debutta Alice’s Adventures in Wonderland con la coreografia di Christopher Wheeldon, il fascino non è lo stesso di Lindsay, genio folle e imprevedibile, ma vive nella bella musica, scandita dalle percussioni e tuttavia fortemente lirica e fiabesca, di Joby Talbot.
La differenza fondamentale rispetto a coreografi, scrittori e amatori dei tempi successivi a Carroll – che si rivolgono a tutti e non solo ai bambini – è che ciascuno ha cercato, e talvolta trovato, tangibili risvolti psicoanalitici, veri caratteri della tumultuosa e inquieta crescita della ragazzina. Qui, invece, tutto sembra risolversi sostanzialmente nelle magnifiche scene e negli accattivanti costumi di Bob Crowley, nell’eccellenza del Ballo scaligero forgiato da Frédéric Olivieri e nella superba conduzione di Koen Kessels.

La festosità e la fastosità del balletto, nei vari cast alternati, fanno impazzire di felicità e stupore platea e loggione. Lo spettacolo è molto bello, anche se forse un po’ lungo. I danzatori mimano e ballano sulla scia di una danse d’école di modello britannico: viene in mente Frederick Ashton. Intanto passano enormi Regine di Cuori, saltellanti Bianconigli (“ho fretta, ho fretta”) con occhiali, bruchi, cappellai matti, lepri, gattoni, ghiri, cuoche, rane, pesci e giardinieri: tutti mossi da un sapere millimetrico, mentre cresce lo stupore per la bellezza e l’originalità dell’allestimento.
Alice è la deliziosa Agnese Di Clemente; il suo Fante di Cuori Navrin Turnbull; il Bianconiglio/Lewis Carroll Claudio Coviello; il Bruco Mattia Semperboni; la perfida Regina di Cuori, l’étoile Nicoletta Manni; il borbottante Re di Cuori Marco Agostino. Per ciascuno, un altissimo livello.
Poco da capire: Jacques Lacan è lontano, e i libri di Dodgson pure.
Elsa Airoldi
