“Che tu possa incontrare il trionfo e il disastro e fronteggiare questi due impostori allo stesso modo” scriveva Rudyard Kipling autore del libro della giungla e firma anche di alcuni articoli come corrispondente di guerra sul fronte italiano della prima guerra mondiale, occasione nella quale ha conosciuto anche Cortina e le Dolomiti che la sovrastano. Quella frase, che è stampata all’ingresso del circolo di tennis più famoso al mondo, quello di Wimbledon, si adatta perfettamente alle vicende di Stefania Constantini e Amos Mosaner. Pensando alle emozioni sportive di questo inizio 2026 non sappiamo se essere più rammaricati per la semifinale persa da Sinner con Djokovic in Australia o per questa del curling alle Olimpiadi che però ha avuto un riscatto immediato perchè i nostri olimpionici (vinsero nel 2022 il primo storico oro italiano in questo sport) hanno sconfitto, in maniera quasi insperata, la Gran Bretagna nella fianlina per il bronzo. Nella stessa giornata però, poche ore prima quella dell’Italia è diventata una festa sul versante opposto di questa Olimpiade diffusa, a Milano al Forum di Assago i pattini azzurri hanno fatto risuonare l’inno di Mameli trionfando nella prima gara per le medaglie dello short track, la staffetta mista. Arianna Fontana e non solo, da una staffetta nel 2006 a un’altra, ma un titolo di squadra che si estende in parte anche alla grande assente, (c’è sempre un assente di lusso ad ogni trionfo, ricoridiamoci di Elena Pietrini e Daniele Lavia con le nazionali di Volley) Martina Valcepina. Oltre alla trentacinquenne valtellinese portabandiera di questi Giochi festeggiano anche Luca Spechenhauser, Chiara Betti, Thomas Nadalini, Elisa Confortola e Pietro Sighel che ha già regalato un’immagine simbolo dell’Olimpiade tagliando il traguardo girato di spalle per abbracciare subito il resto della staffetta.

Esulta Italia, secondo Oro dai pattini: Arianna Fontana meno uno da Magiarotti
Qualcuno avrà pensato alla fase finale dell’esultanza di Cristiano Ronaldo quando anche lui si gira di schiena per festeggiare e ricevere l’abbraccio dei suoi compagni, altri malpensanti l’avranno vista come un’uscita fuori luogo e antisportiva nei confronti degli avversari ma ci lo stesso Pietro Sighel ci teneva a smorzare sul nascere qualsiasi polemica: “Non era assolutamente un gesto di superiorità nei confronti degli avversari, era per rivolgere un tributo al pubblico”. Come ultimo frazionista della staffetta mista, che anche nel biathlon ha portato l’Italia sul podio, Pietro aveva preparato nel dettaglio la festa ma per metterla in atto avrebbe dovuto dominare come l’Italia ha fatto per tutta la gara. Chissà da quanto la prepara considerando che ha affermato di averci pensato da tempo a come esultare lui che nonostante i 26 anni è uno dei veterani di questa squadra di short track che seguendo il mantra del vincere aiuta a vincere (ha aperto i libri di storia di questo sport Arianna Fontana) ha onorato il ruolo di padrona di casa. La staffetta mista è solo alla seconda edizione e di nuovo ha vinto la nazione di casa, a Pechino fu la Cina davanti a Italia e Ungheria, questa volta a Milano è Italia, Canada e Belgio. E’ il secondo oro italiano di questa edizione delle Olimpiadi dopo quello di Francesca Lollobrigida semrpe ottenuto in Lombardia e semrpe sui pattini ma della pista lunga, è il quarto di semrpe nello short track. La tradizione italiana nella pista corta l’aprì Mirko Vuillermin nell’Olimpiade dei record, delle 20 medaglie di Lillehammer con il suo argento nei 500 e poi con un oro nella staffetta anche se le primissime medaglie sono arrivate a Calgary 1988 quando era sport dimostrativo. Dopo anni in cui per noi è rimasto uno sport di ricordi e nulla più, è arrivata Arianna Fontana a Torino 2006 con quella prima medaglia, un bronzo, nella staffetta che aprì la strada per il suo personale record di medaglie: nessuno come lei nella storia dello short track e nella storia delle Olimpiadi invernali italiane, è ad un solo podio da Mangiarotti per pareggiare il primato. Inziò come detto tutto quando aveva meno di sedici anni a Torino, un primo bronzo in staffetta, quando i suoi rivali odierni (William Dandjinou su tutti, il nuovo crac dello short track) avevano appena messo i pattini ai piedi. A Vancouver la prima medaglia individuale, nei 500 metri di nuovo bronzo, altri due terzi posti a Sochi ma anche l’argento in quella che è ormai diventata la sua distanza favorita. Già allora le chiedevano dei suoi ulitmi giochi, anche perchè prima delle Olimpiadi in Russia erano emersi degli attriti con la nazionale e si era sposata con Anthony Lobello. Il clima non sereno che respirava e la volontà di dedicarsi alla famiglia stavano per allontanarla dalla pista corta, invece a Pyeognchang 2018 fu portabandiera, oro nei 500 metri e argento nella staffetta. A Pechino l’impresa venne completata, superò Stefania Belmondo diventando l’atleta italiana più vincete della storia ai giochi invernali, adesso manca solo un podio per prendere Mangiarotti e diventare la più titolata in termini assoluti, comprendendo anche le edizioni estive.

Constantini-Mosaner, grazie di averci insegnato il Curling
Un po come con Sinner e il tennis, con Furlani e il salto in lungo, Tomba e lo sci, Valentino e la Moto Gp (lo short track su due ruote se vogliamo ribaltare la definizione che Fontana ha dato al suo sport ossia la MotoGP del ghiaccio), quando qualche atleta italiano si afferma come il migliore del mondo in uno sport che non è il calcio tutto il paese si appassiona e si scopre esperto di quella determinata disciplina. Noi italiani siamo bravissimi a diventare tuttologi nel bene e nel male: che si tratti di pandemie, guerre o semplicemente di eventi sportivi diventiamo immediatamente virologi, esperti di geopolitica e teorici della tattica del tennis. E’ successo di nuovo, e gennaio è stato di nuovo il mese in cui nei bar a colazione o in una conversazione in taxi con un autista socievole l’argomento principale era la sconfitta di Sinner con Djokovic e le varie opinioni si basavano su mezze frasi ascoltate in televisione e personalizzate da un “secondo me” all’inizo del discorso. “Secondo me non regge più di quattro ore di partita” (che è la versione nazional popolare della statistica che vede Sinner sempre sconfitto quando le partite si prolungano più di 3 ore e 50), adesso in tempi olimpici il centro dei discorsi è il curling. Uno sport in cui i tesserati (e non sarebbe neanche il termine giusto considerando che non esista una federazione di riferimento ma si fa capo FISG) nel 2022 si aggiravano tra i 300 e i 400, di cui solo 15 sono professionisti. Fino ad oggi il momento d’oro era Pechino 2022 quando Stefania Constantini e Amos Mosaner vincevano un titolo da favola, da imbattuti ed erano subito diventati gli invincibili di questa strana e curiosa disciplina. Per la verità è uno sport intuitivo, già elegante delle bocce con le stone che sembrano le stelle di una costellazione e quel movimento domestico che fa cambiare traiettoria ai tiri “spazzando” per conferire gli effetti. Ecco che a Milano Cortina è esplosa la mania del curling e improvvisamente i volti di Amos e di Stefi sono diventati riconoscibili come quelli di Jannik o dei calciatori di Serie A. Sono arrivati alle Olimpiadi di casa, in cui lui è stato portabandiera e lei ha pronunciato il giuramento degli atleti, da campioni olimpici e del mondo in carica e solo nel corso dell torneo hanno perso la prima partita dopo 23 vittorie consecutive insieme intervallate anche da alcuni anni di separazione. “Da qualche parte nel mondo c’è una sconfitta per ognuno” dive John Steinback, ma Stefi non si aspettava di perdere proprio nella sua seconda casa, quello stadio olimpico di Cortina che lei conosce in ogni suo angolo. Si sono arresi all’ultima Stone nella semifinale con gli Stati Uniti davanti agli occhi di Federica Brignone che era li per supportarli, contro avversari che avevano battuto nel round Robin quella stessa mattina e che poi hanno perso la finale con la Svezia. Don’t look back in anger cantavano gli Oasis, c’era ancora un bronzo ugualmente storico da vincere ma di fronte si sono ritrovati la miglior squadra del round Robin, la Gran Bretagna che appunto nel girone li aveva sconfitti. Non poteva concretizzarsi in un legno, l’effetto magico del pubblico di casa (che in Cina era assente per le restrizioni del covid) ha ricordato agli olimpionici uscenti come sanno giocare, come sanno calcolare le traiettorie e la partita si è risolta in lacrime questa volta di gioia per un bronzo che vale oro. Sembra una frase fatta ma non lo è, fino a Pechino il curling italiano era pressoché inesistente, l’unico simbolo era Joel Retornaz, uno dei quattro atleti presenti anche a Torino 2006. La favola continua, Amos e Stefi ci hanno insegnato il curling.
