Manziana tra fiabe, tradizione e futuro
Manziana è una delle gemme della Tuscia romana. Qui affonda le radici la nobile famiglia dei Tittoni – di cui Tommaso, collare dell’Annunziata, grande ministro degli Esteri, presidente del Senato e persino primo ministro, seppur per pochi giorni, all’inizio del Novecento. È anche il paese scelto da Gianni Rodari come rifugio nell’ultima parte della sua vita e lo sfondo di numerosi film che hanno segnato la storia del cinema, non solo italiano.
Circondata dal verde e dal fascino del suo bosco secolare, Manziana sembra davvero un villaggio da fiaba: non visitarla, per chi può, è un delitto. Oggi conta molti romani trasferitisi qui, attratti anche dal collegamento ferroviario con la Capitale, ma conserva ancora un nucleo storico fiero delle sue tradizioni. Tra queste, la festa patronale di San Giovanni Battista, che ogni anno, il 29 agosto, anima la cittadina con banchetti e iniziative popolari.
La polemica delle trote
Quest’anno, però, la ricorrenza è segnata da una polemica. Dal 1970 la tradizione prevede che nella fontana cinquecentesca del paese vengano liberate trote da far pescare ai bambini. Un’usanza oggi contestata da Oipa, Gaia Lex ed Enpa, tre associazioni nazionali animaliste che hanno scritto al sindaco Alessio Telloni.
Il primo cittadino sembra intenzionato a rivedere la pratica. Intanto, sui social, la discussione si è trasformata in una sorta di guerra civile: da un lato i tradizionalisti di “stretta osservanza”, dall’altro i “modernisti” pro-trote.
Da residente, ma anche da sostenitore tanto dei diritti degli animali quanto delle tradizioni, scelgo di schierarmi con spirito più “concertativo” che “rivoluzionario”. Credo infatti si possa salvare “capre e cavoli” – anzi, in questo caso, “festa e trote”. Perché Manziana può essere moderna ma, al tempo stesso, fedele alla sua identità.
Tradizione o imitazione?
Gli “stretti osservanti” dicono: “Come potete togliere ai bambini la gioia della pesca nella fontana, la stessa che vivevamo noi da piccoli, simbolo concreto del legame con il nostro passato?”
I “modernisti” replicano: “Il tempo è cambiato. Oggi, per sopravvivere in un’umanità che sembra sul punto di annullarsi in un grande fungo atomico, è fondamentale riscoprire il senso dell’altro: un altro che non è solo umano, ma anche creato.”
Ed è qui che entra in gioco il senso autentico di traditio: da trans-dare, consegnare, trasmettere. Non è imitazione passiva, ma passaggio di eredità, memoria, insegnamento.
Un salto avanti
Se nell’antica Roma lo spettacolo era il circo, con i gladiatori che si ammazzavano tra loro, l’età moderna ha trasformato quell’energia nello sport. E oggi, nonostante qualche arbitro che, ogni tanto, qualcuno vorrebbe sacrificare ai leoni (scherziamo), l’istinto di morte lo abbiamo superato, o perlomeno sublimato.
Se un tempo chi osava opporsi alle teologie rischiava di finire ridotto in cenere, oggi persino i più incalliti uomini di Chiesa inorridirebbero di fronte a simile prospettiva, preferendo difendere le dottrine con studi e parole. Direi un bel salto avanti, da non sottovalutare.
Siamo sempre imperfetti, certo, ma rifiutare l’idea che i tempi cambino – talvolta anche in meglio – significa offendere proprio la tradizione che vorremmo difendere. Perché la tradizione vera è quella che ci sprona a procedere, a essere uomini e donne capaci di costruire nel nostro tempo, consegnando a chi verrà un’eredità viva.
Festa sì, ma con intelligenza
La domanda, dunque, è: bisogna per forza far uccidere ai bambini le trote? Pescarle in una fontana – pratica che i veri cultori della pesca giudicherebbero tutt’altro che ortodossa – li rende felici e, soprattutto, li educa a cosa? E il povero Giovanni Battista, santo ascetico, che digiunava nel deserto mangiando miele selvatico e locuste (in assenza del tofu), di questa pesca ha così bisogno?
I manzianesi di “stretta osservanza” hanno ragione ad avere a cuore radici e memoria. Ma la questione non è se difendere la tradizione, bensì come.
Siamo sicuri che non si possa immaginare un’idea di festa più intelligente? Una che faccia felici i bambini senza far soffrire le trote. E che, dal punto di vista turistico e di quello che i bravi chiamano marketing territoriale, diventi segno di un paese capace di evolversi con grazia.
La vera eredità di Manziana
Circondata da boschi, scoiattoli e castagne, Manziana custodisce un messaggio ben più antico di una tradizione di cinquantacinque anni.
Green economy, slow food, valorizzazione di un indotto unico come quello legato all’Università di Agraria: sono le vere pietre con cui costruire il futuro, nel pieno rispetto di ciò che è stato.
Per questo l’ideale sarebbe non che questa usanza sia cancellata, ma trasformata. Non trote pescate e uccise, ma bambini guidati dai “custodi della natura”, che insegnino loro cosa sono le acque e quale patrimonio racchiudono. E poi premi, libri, giochi.
È questo che auguro a Manziana: un paese che, per essere vivo, deve solo ricordarsi quante volte è stato scelto per le fiabe.
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