Macerata Opera Festival 2025 – La vedova allegra.

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Photo: Simoncini

Ogni vedovanza presuppone un funerale. Così, il coup de théâtre, arriva all’inizio: un lungo corteo funebre che accompagna la vedova, con tutti i partecipanti vestiti a lutto a profondersi in alti lamenti, mentre l’orchestra suona – cadenzata e lenta – una Marcia funebre. Inizia così, in modo spiazzante, il nuovo allestimento de La vedova allegra, titolo inaugurale della 61ª edizione del Macerata Opera Festival, affidato per la regia ad Arnaud Bernard. Tuttavia, il clima lugubre dura poco: non solo perché la vedova, immediatamente al seguito del feretro, fa roteare vezzosamente l’ombrellino – rigorosamente nero – che le copre il capo, ma soprattutto perché, poco dopo l’avvio della musica, entra in scena Njegus con tanto di esagerate affermazioni in memoria del defunto. Il grande palco dello sferisterio, i cui elementi scenografici erano coperti da veli neri, in un batter d’occhio si trasforma così nell’elegante salone delle feste dell’ambasciata dell’immaginario Stato centro europeo del Pontevedro. E lo spettacolo può davvero avere inizio. Le scene di Riccardo Masseroni e i bellissimi costumi di Carla Maria Ricotti collocano la vicenda in una Belle Époque tanto elegante quanto spensierata, illuminata sempre con garbo dalle luci di Fiammetta Baldiserri.

Si tratta della prima volta di un’operetta nel cartellone del Macerata Opera Festival: scelta coraggiosa ma vincente, a giudicare dal calore degli applausi alla prima. Anche perché, nel complesso, lo spettacolo funziona. A onor del vero, nel primo atto, nonostante le diverse trovate di Bernard – navigato uomo di teatro – il ritmo narrativo stenta a prendere il volo. Va meglio nel secondo atto, quando Bernard decide di spostare l’azione dalla residenza di Hanna Glawari (come da libretto) a una spiaggia che ha molto il sapore viscontiano di “Morte a Venezia”. Così, il padiglione dove si consuma il presunto tradimento di Valencienne con de Rossillion e dove la protagonista prende il posto dell’altra dama, non è che un raffinato gazebo in riva al mare. Qui, i movimenti di coro e protagonisti appaiono meglio calibrati e più briosi. Il terzo atto, con la girandola di danze in stile Chez Maxime, deve molto alle fantasiose e brillanti coreografie di Gianni Santucci – che è anche assistente alla regia -, interpretate da uno scatenato corpo di ballo. Ciò che oggettivamente un po’ stona con il clima generale e con lo spirito più autentico del capolavoro di Lehár è la presenza di un Njegus… napoletano: intendiamoci, Marco Simeoli è un ottimo attore e conosce anche molto bene i tempi teatrali. Tuttavia, non solo l’accento e le espressioni dialettali, ma anche una certa quale greve ironia non ci paiono in linea con la spumeggiante spensieratezza di questo capolavoro che appartiene anzitutto al mondo asburgico e danubiano, canto del cigno di quella Finis Austriae così ben descritta da Claudio Magris.

Uno spirito viceversa perfettamente intercettato dalla direzione di Marco Alibrando, alla guida dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana: i ritmi di danza hanno il giusto respiro e la giusta leggerezza, con quel sovrappiù di gusto per la melodia che è squisitamente italiano. L’accompagnamento per i cantanti è sempre sensibile, il fraseggio duttile, con un pregevole gioco di colori.

Mihaela Marcu unisce avvenenza scenica a una vocalità preziosa, piegata con grande finezza a numerose sfumature, soprattutto nei cantabili più lirici. Alessandro Scotto di Luzio veste agevolmente i panni di un Conte Danilo incisivo sotto il profilo attoriale e vocalmente a fuoco, mentre Valerio Borgioni – al netto di un paio di piccole défaillance in acuto – sfoggia un bel timbro brunito per il ruolo amoroso di Camille de Rossillion, innamorato della vivace e civettuola Valencienne di Cristin Arsenova. Ottimo il Barone Zeta di Alberto Petricca, attore spiritoso e solido cantante, così come hanno fatto bene tutti gli altri personaggi: Cristiano Olivieri (visconte Cascada), Francesco Pittari (Raoul de Saint-Brioche), Giacomo Medici (Bogdanowitsch), Laura Esposito (Sylviane), Stefano Consolini (Kromow), Federica Sardella (Olga), Davide Pelissero (Pritschitsch), Elena Serra (Praskowia). Di qualità pure la prestazione del Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, diretto da Christian Starinieri: la compagine è parsa precisa e intonata, con una pasta vocale ben amalgamata.
Vivissimo successo alla prima. 

Macerata Opera Festival 2025
LA VEDOVA ALLEGRA

Operetta in tre atti di Franz Lehár
Libretto di Victor Léon e Leo Stein
Traduzione e adattamento del testo a cura di Gianni Santucci

Barone Mirko Zeta Alberto Petricca
Valencienne Cristin Arsenova
Conte Danilo Alessandro Scotto di Luzio
Hanna Glawari Mihaela Marcu
Camille de Rossillon Valerio Borgioni
Visconte Cascada Cristiano Olivieri
Raoul de Saint-Brioche Francesco Pittari
Bogdanowitsch Giacomo Medici
Sylviane Laura Esposito
Kromow Stefano Consolini
Olga Federica Sardella
Pritschitsch Davide Pelissero
Praskowia Elena Serra
Njegus Marco Simeoli

Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Direttore Marco Alibrando
Maestro del coro Christian Starinieri

Regia Arnaud Bernard
Scene Riccardo Massironi
Costumi Maria Carla Ricotti
Luci Fiammetta Baldiserri
Coreografie e assistente alla regia Gianni Santucci

Macerata, Arena Steristerio, 18 luglio 2025

Fabio Larovere

Fonte: connessiallopera.it