L’ORO DEI FARAONI TORNA SUL NILO: CALA IL SIPARIO SULLA MOSTRA CHE HA CONQUISTATO L’ITALIA.

I faraoni lasciano Roma, ma non il cuore dei visitatori: il 14 giugno si conclude la mostra-evento che ha registrato un record di affluenze e sale gremite. Con oltre quattrocentomila persone che hanno riscoperto il fascino immortale dell'antico Egitto, I Tesori dei Faraoni entrano nella storia delle Scuderie del Quirinale. Noi di IQ ci siamo stati: il resoconto

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Il sarcofago antropoide esterno di Thuya. Il reperto risale alla XVIII dinastia del Nuovo Regno egizio, durante il regno di Amenhotep III. È realizzato in legno rivestito di stucco dorato, con dettagli raffinati come intarsi in vetro blu e ossidiana per gli occhi. Proviene originariamente dalla tomba di Yuya e Thuya (KV 46) nella Valle dei Re a Luxor, ed è conservato al Museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà

Gli dèi tornano al silenzio, ma l’eco dei faraoni non si spegne.

Le ultime luci si abbassano sulle sale delle Scuderie del Quirinale. I visitatori rallentano il passo davanti ai sarcofagi dorati, agli sguardi immobili dei sovrani, ai tesori che per qualche mese hanno attraversato il Mediterraneo per raccontare una storia vecchia di millenni. Poi, il 14 giugno, le porte si chiudono.

Gli dèi tornano al silenzio… eppure, qualcosa rimane. Rimangono lo stupore di chi ha incontrato il volto di un faraone scolpito nella pietra tremila anni fa, il fascino dell’oro destinato all’eternità e la consapevolezza che l’antico Egitto non appartiene soltanto al passato, ma continua a parlare al presente con una voce sorprendentemente viva.

Tra oro, sarcofagi e misteri millenari, la più grande mostra egizia degli ultimi vent’anni in Italia ha trasformato le Scuderie del Quirinale in una porta aperta sul mondo dei faraoni. Con l’affluenza record di oltre quattrocentomila persone, che hanno riscoperto il fascino immortale dell’antico Egitto, i “Tesori dei Faraoni” entrano nella storia delle Scuderie.

Il pubblico ha percepito la mostra come un’occasione unica, difficilmente replicabile, almeno non in tempi brevi. In un’epoca in cui quasi tutto sembra sempre disponibile, la rarità è tornata ad avere un valore enorme: sapere, infatti, che certi capolavori potrebbero non essere più visibili in Europa per molti anni ha contribuito a trasformare la visita in un appuntamento da non perdere. Il successo di “Tesori dei Faraoni” dimostra che l’archeologia, quando riesce a raccontare storie universali, può ancora parlare a un pubblico vastissimo.

Il curatore della Rubrica di divulgazione storico-archeologica “La Stele di Rosetta”, è stato tra coloro che hanno visitato la mostra (e come poteva essere altrimenti?) e in questa occasione si è avvalso anche della preziosa consulenza del Direttore Editoriale di Informazione Quotidiana IQ Professoressa Angela Bernardo grande appassionata e studiosa di Egittologia ed Arte Egizia.

Questo articolo, pubblicato da Informazione Quotidiana IQ, è un resoconto sull’evento più importante della stagione, un evento che, lo ripetiamo, ha rappresentato la più vasta rassegna dedicata all’Egitto antico organizzata in Italia dopo almeno due decenni. Da qui l’eccezionalità dell’evento.

I capolavori sono arrivati principalmente dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, con il contributo scientifico del Museo Egizio di Torino, una delle istituzioni egittologiche più prestigiose al mondo.

Andremo a vedere quali reperti sono stati esposti, quali, secondo noi sono stati i più iconici, ed entreremo nel dettaglio delle dieci sale espositive, tra cui quella dedicata alla “Città d’Oro”. Analizzeremo la mostra come fenomeno sociale e cercheremo di spiegare le ragioni di tale successo. Un posto particolare lo riserveremo al bellissimo catalogo curato da Zahi Hawass. Il tutto, come sempre, integrato da video e da immagini (la maggior parte realizzate dallo scrivente). Buona lettura!

La grande rampa che porta al primo piano delle Scuderie del Quirinale dove è stata allestita la mostra “Tesori dei Faraoni”. Grafica Metelliana ha curato la grafica dell’evento, concentrandosi sulla valorizzazione culturale dei pezzi. Ph: Enzo Zappalà
INDICE DEI CONTENUTI

I TESORI DEI FARAONI: QUANDO L’ETERNO EGITTO TORNA A PARLARE A ROMA

UN PONTE CULTURALE TRA ITALIA ED EGITTO

DIECI TAPPE NEL CUORE DELLA CIVILTA’ DEL NILO

ORO, POTERE E IMMORTALITA’

L’ORO HA DOMINATO MOLTE DELLE SALE

I VOLTI DEI FARAONI

UN VIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EGITTO: IL SIGNIFICATO DELLE DIECI SALE DELLA MOSTRA

I REPERTI PIU’ ICONICI (secondo lo scrivente)

L’AUDIOGUIDA CON LA VOCE DI ROBERTO GIACOBBO

UN CATALOGO DESTINATO A DIVENTARE UN’OPERA DI RIFERIMENTO

I NUMERI DI UN SUCCESSO ANNUNCIATO

L’EGITTO CHE CONTINUA A SORPRENDERE

PERCHE’ QUESTA MOSTRA CONTA

LE RAGIONI DI UN SUCCESSO: UN’ANALISI CULTURALE E SOCIALE

CONCLUSIONE: MOLTO PIU’ DI UNA MOSTRA ARCHEOLOGICA

I TESORI DEI FARAONI: QUANDO L’ETERNO EGITTO TORNA A PARLARE A ROMA

L’ingresso alle Scuderie.

C’è un istante, entrando nelle sale della mostra I Tesori dei Faraoni, in cui il tempo sembra arrendersi. Le voci della Roma contemporanea si affievoliscono, il brusio del presente svanisce e davanti agli occhi compaiono volti scolpiti tremila anni fa, sovrani che si consideravano figli degli dèi, regine avvolte nell’oro dell’eternità, sacerdoti, scribi e artigiani che ancora oggi sembrano custodire segreti mai del tutto svelati.

Alle Scuderie del Quirinale, nel cuore della Capitale, l’antico Egitto è tornato a vivere.

La mostra I Tesori dei Faraoni non è stata soltanto un’esposizione archeologica. È stato un viaggio attraverso una delle civiltà più affascinanti della storia umana, un percorso che ha condotto il visitatore dalle origini dello Stato faraonico fino alle più recenti scoperte archeologiche che continuano a riscrivere la nostra conoscenza del Paese del Nilo. Con 130 reperti provenienti dai più importanti musei egiziani, l’esposizione ha rappresentato la più vasta rassegna dedicata all’Egitto antico organizzata in Italia negli ultimi due decenni.

UN PONTE CULTURALE TRA ITALIA ED EGITTO

Tarek El Awady

Dietro questa straordinaria operazione culturale si cela una complessa collaborazione internazionale che ha coinvolto istituzioni italiane ed egiziane. Curata dall’egittologo Tarek El Awady, già direttore del Museo Egizio del Cairo, la mostra è stata il risultato di un importante progetto di diplomazia culturale tra i due Paesi. Molti dei reperti esposti non avevano mai lasciato l’Egitto prima d’ora, rendendo l’evento un’occasione irripetibile per il pubblico europeo.

I capolavori sono arrivati principalmente dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, con il contributo scientifico del Museo Egizio di Torino, una delle istituzioni egittologiche più prestigiose al mondo.

DIECI TAPPE NEL CUORE DELLA CIVILTA’ DEL NILO

Il percorso espositivo, che approfondiremo più avanti, si è sviluppato attraverso dieci grandi sezioni tematiche che hanno permesso di comprendere la straordinaria complessità della società egizia.

Si è partiti dall’origine del potere faraonico, quel sistema politico e religioso che trasformò il sovrano in una figura divina, intermediaria tra gli uomini e gli dèi, proseguendo poi attraverso la vita quotidiana, le credenze religiose, i rituali funerari e la concezione dell’aldilà, fino ad arrivare alle più recenti scoperte archeologiche che stanno rivoluzionando il nostro modo di guardare all’antico Egitto.

Mappa geografico-storica dell’antico Egitto, incentrata principalmente sul corso del fiume Nilo, del suo Delta e delle principali località archeologiche e storiche della regione. Ph: Enzo Zappalà

È una narrazione che è andata oltre il semplice stupore estetico. Ogni oggetto ha raccontato una storia: quella di una civiltà che ha costruito monumenti immortali ma che era fatta anche di persone comuni, di famiglie, di artigiani, di donne e uomini che vivevano lungo le sponde del Nilo.

ORO, POTERE E IMMORTALITA’

Tra i reperti più spettacolari figuravano alcuni autentici simboli della regalità faraonica. Lo scrivente si è trovato davanti alla celebre Triade di Micerino, capolavoro dell’Antico Regno che esprime tutta la perfezione artistica raggiunta dagli scultori egizi. Accanto ad essa brillavano il sarcofago d’oro della regina Ahhotep, la straordinaria Collana delle Mosche d’Oro, la maschera funeraria d’oro del faraone Amenemope, la copertura funeraria di Psusennes I e il magnifico sarcofago di Thuya, nonna del faraone Akhenaton.

Amuleto della dea Nekbet in oro e argento dalla Tomba del principe Hornakht a Tanis (XXII dinastia) conservato al museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà

L’ORO HA DOMINATO MOLTE DELLE SALE

Non come semplice simbolo di ricchezza, ma come materiale sacro. Per gli Egizi era la “carne degli dèi”, una sostanza eterna e incorruttibile che permetteva al defunto di rinascere nell’aldilà. Osservando questi manufatti si comprende come religione, politica e arte fossero aspetti inseparabili della stessa visione del mondo.

I VOLTI DEI FARAONI

Particolarmente suggestiva è la presenza delle statue di Sennefer, Ramses VI e Thutmose III e Hatshepsut

I loro sguardi scolpiti nella pietra sembrano ancora oggi trasmettere un messaggio di autorità e immortalità. Non erano semplici ritratti. Ogni statua era concepita come un corpo alternativo destinato ad accogliere il “ka”, la forza vitale del sovrano, garantendogli una forma di esistenza eterna.

In queste opere emerge tutta la grandezza dell’arte egizia: una bellezza rigorosa, simbolica, costruita per sfidare il trascorrere dei secoli.

UN VIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EGITTO: IL SIGNIFICATO DELLE DIECI SALE DELLA MOSTRA

Particolare del coperchio in legno dorato del sarcofago della regina Ahhotep II, risalente alla fine della XVII dinastia egizia. Scoperto nel 1858 a Dra’ Abu el-Naga’, vicino a Tebe, è attualmente conservato presso il Museo Egizio del Cairo.
Ph: Enzo Zappalà

Cerchiamo ora di entrare il più possibile nel dettaglio del percorso espositivo. Gli antichi Egizi credevano che per raggiungere l’eternità fosse necessario attraversare una serie di porte, superare prove, pronunciare parole sacre e dimostrare di aver compreso l’ordine del cosmo. Visitare la mostra I Tesori dei Faraoni ha significato un percorso simile.

Le dieci sale delle Scuderie del Quirinale non erano, infatti, una semplice successione di reperti: costituivano un racconto, una progressiva immersione in un universo in cui il potere era sacro, l’oro era immortale, gli dèi camminavano tra gli uomini e la morte rappresentava soltanto l’inizio di un nuovo viaggio. Sala dopo sala, siamo stati guidati alla scoperta delle idee che hanno reso l’Egitto una delle civiltà più longeve e affascinanti della storia. Le sezioni della mostra hanno costituito, infatti, le tappe di un percorso che ha condotto alla comprensione di una civiltà che, per oltre tre millenni, riuscì a mantenere una sorprendente continuità culturale.

Sala I – L’Egitto, Terra dell’Oro

Abbiamo iniziato il nostro viaggio con la materia dell’eternità. La prima sala della mostra I Tesori dei Faraoni non è stata soltanto un’introduzione al percorso espositivo: è stata una dichiarazione d’intenti. Siamo stati accolti da uno degli elementi più iconici e simbolici della civiltà egizia: l’oro. Per gli antichi Egizi, l’oro non era semplicemente un metallo prezioso. Era una sostanza sacra, associata agli dèi e all’eternità. A differenza degli altri materiali, non si corrodeva e non perdeva la sua lucentezza; per questo motivo era considerato il materiale perfetto per rappresentare ciò che non muore. Gli antichi testi lo definivano addirittura “la carne degli dèi”, una materia divina capace di sfidare il trascorrere del tempo.


Collana della principessa Khnumit (o Khenmet) risalente alla XII dinastia del Medio Regno. Il pendente centrale riproduce un antico geroglifico egizio formato da tre pelli di volpe legate insieme, che nella scrittura geroglifica rappresenta il concetto fonetico “ms” e significa “nascita” o “creazione”. Il reperto, in oro e intarsi vitrei, fu rinvenuto intatto all’interno del complesso funerario del faraone Amenemhat II a Dahshur, nella tomba della principessa. Gli intarsi della replica richiamano la tecnica del cloisonné egizio, che faceva largo uso di turchese (azzurro/verde), lapislazzuli (blu scuro) e corniola (rosso/arancione), nonché oro ed amazzonite. Oltre al simbolo della nascita, la struttura superiore accenna a un amuleto protettivo per augurare rigenerazione e vita eterna alla defunta nel passaggio verso l’oltretomba. Fonte: Catalogo ufficiale

La sala ha introdotto anche un tema storico fondamentale: il ruolo dell’oro nella costruzione della potenza faraonica. Le miniere del Deserto Orientale e della Nubia garantirono all’Egitto immense ricchezze per secoli. L’oro alimentava il commercio internazionale, finanziava spedizioni militari e costituiva uno strumento diplomatico di enorme valore. Nelle celebri lettere di Amarna, i sovrani del Vicino Oriente si rivolgevano ai faraoni chiedendo oro egiziano, considerato il più abbondante e prezioso del mondo antico. In questa prospettiva, il metallo prezioso non rappresenta soltanto il lusso della corte, ma anche la base materiale del prestigio internazionale dell’Egitto.

I gioielli, gli ornamenti e gli oggetti aurei esposti nella sala hanno mostrato come l’oro fosse strettamente legato alla sfera funeraria. Rivestire una maschera, un sarcofago o un amuleto con questo metallo significava attribuire all’oggetto una natura eterna. Il defunto che entrava nell’aldilà veniva idealmente trasformato in un essere divino, partecipe della stessa incorruttibilità degli dèi. Non è un caso che la mostra inizi proprio da qui: prima di parlare di faraoni, tombe e religione, introduce il concetto che sta alla base dell’intera civiltà egizia, quello della sopravvivenza oltre il tempo.

Dal punto di vista narrativo, la Sala I ha offerto la chiave di lettura dell’intero percorso espositivo. L’oro non è soltanto un materiale: è una metafora. Rappresenta il desiderio umano di lasciare una traccia duratura, di preservare il proprio nome e la propria memoria contro l’azione distruttrice del tempo. Per questo motivo la prima sala non ci ha parlato semplicemente di ricchezza, ma anche dell’ossessione egizia per l’eternità, un’idea che ci ha accompagnati lungo tutte le sale successive, dai sarcofagi dei faraoni alle statue degli dèi, fino alle più recenti scoperte archeologiche.

Sala II – La vita dopo la morte: il viaggio ha inizio

La seconda sala ha introdotto il tema che più di ogni altro identifica l’antico Egitto: la morte. O meglio, la vittoria sulla morte.

Gli Egizi ritenevano che la vita terrena fosse soltanto una fase di un’esistenza più ampia. Il defunto doveva affrontare un percorso complesso prima di raggiungere il regno di Osiride.

Sarcofagi, amuleti e oggetti rituali mostrano la straordinaria attenzione dedicata alla preparazione di questo viaggio. Ogni simbolo possedeva una funzione precisa. Ogni formula magica aveva il compito di proteggere l’anima dai pericoli dell’aldilà.

Sala dedicata principalmente a Yuya e Thuya, genitori della regina Tiye, moglie di Amenhotep III e nonni del famoso Akhenaton, il faraone eretico. La loro tomba, scoperta quasi intatta nella Valle dei Re, è tra i corredi meglio conservati prima di Tutankhamon.

Sala III – Conservare il corpo, preservare l’identità

La terza sala ha approfondito uno degli aspetti più affascinanti e caratteristici della civiltà egizia: il rapporto tra il corpo e l’immortalità.

Per gli antichi Egizi, la morte non rappresentava una fine, ma una trasformazione. Affinché il defunto potesse continuare a vivere nell’aldilà, era però necessario che la sua identità venisse preservata. Da questa convinzione nacque la pratica della mummificazione, uno dei processi funerari più sofisticati dell’antichità. La sala accompagna il visitatore alla scoperta delle credenze che si celavano dietro la conservazione del corpo. Gli Egizi ritenevano infatti che le diverse componenti spirituali dell’essere umano – il ka (forza vitale), il ba (personalità) e l’akh (spirito trasfigurato) – avessero bisogno di un supporto fisico riconoscibile per continuare a esistere dopo la morte. Se il corpo si fosse deteriorato, anche la sopravvivenza nell’aldilà sarebbe stata compromessa.

Poggiatesta egizio in calcite (alabastro egiziano), appartenuto al faraone Pepi I (VI dinastia, Antico Regno). Nell’antico Egitto, i poggiatesta (chiamati weres) sostituivano i nostri cuscini per sostenere il collo durante il sonno. Nei climi caldi permettevano il passaggio dell’aria sotto la nuca. Avevano anche una profonda valenza simbolica legata alla rinascita: la testa che si sollevava dal poggiatesta mimava il sole che sorgeva all’orizzonte. Il prezioso alabastro egiziano (calcite) è una pietra traslucida ampiamente riservata alla famiglia reale e ai corredi funerari d’élite. È composto da tre parti distinte lavorate con maestria: una base rettangolare stabile, una colonna centrale leggermente svasata e una parte superiore curva a mezzaluna per accogliere la nuca. Ph: Enzo Zappalà

I reperti esposti hanno testimoniato la straordinaria attenzione dedicata a questo processo. Sarcofagi, amuleti protettivi, elementi del corredo funerario e oggetti rituali mostrano come ogni dettaglio fosse studiato per garantire la rinascita del defunto. Nulla era lasciato al caso: formule magiche, simboli religiosi e immagini divine avevano il compito di proteggere il corpo e accompagnare l’anima nel suo viaggio verso l’eternità.

La Sala III ci ha permesso, inoltre, di comprendere che la mummificazione non era semplicemente una tecnica di conservazione, ma un vero e proprio rito di trasformazione. Attraverso le cerimonie funerarie, il defunto veniva assimilato a Osiride, il dio che aveva sconfitto la morte e che regnava sul mondo dei trapassati. Morire significava quindi rinascere sotto una nuova forma, entrando a far parte dell’ordine eterno del cosmo. È una sala che ci ha colpiti perché ha rivelato una delle più profonde aspirazioni dell’umanità: il desiderio di sopravvivere al tempo. Dietro ogni amuleto, ogni sarcofago e ogni rituale si cela infatti una domanda universale che attraversa i millenni: come preservare la memoria di sé e continuare a esistere oltre la morte? Per gli Egizi la risposta era chiara: conservare il corpo significava conservare l’identità. E conservare l’identità significava aprire le porte dell’eternità. È una concezione profondamente diversa dalla nostra, ma straordinariamente moderna nel suo tentativo di combattere l’oblio.

Letto egizio della XVIII dinastia, appartenuto a Yuya e Thuya. È realizzato in legno dipinto con una rete di corde di lino intrecciate. Il letto presenta una caratteristica curvatura che pende verso i piedi, con una pediera decorata in bianco per imitare l’avorio. Proviene dalla loro tomba (KV46) nella Valle dei Re a Tebe.
Ph: Enzo Zappalà

Sala IV – Il giudizio e la rinascita

In questa sala è emerso il cuore della spiritualità egizia. L’anima del defunto veniva condotta davanti a Osiride per affrontare il celebre giudizio. Il cuore era pesato sulla bilancia della verità e confrontato con la piuma della Maat, principio universale di giustizia e armonia. Se il cuore risultava puro, il defunto otteneva la vita eterna.

Qui la mostra ha raccontato una delle più antiche riflessioni morali della storia umana: l’immortalità non dipendeva soltanto dal potere o dalla ricchezza, ma dalla rettitudine delle proprie azioni.

La straordinaria copertura d’oro della mummia del faraone Psusennes I. Questo eccezionale capolavoro dell’oreficeria antica fa parte dei celebri Tesori di Tanis ed è stato originariamente rinvenuto intatto all’interno della sua tomba reale. Il prezioso manufatto, appartenente alla XXI dinastia egizia, è realizzato in foglia d’oro lavorata e sbalzata nei minimi dettagli. Serviva alla protezione rituale e magica e avvolgeva la mummia del sovrano per garantirgli l’immortalità nell’aldilà, secondo il dogma egizio per cui la carne degli dei era fatta d’oro. E’ uno dei pezzi più importanti e rari del Museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà
Recipiente d’oro massiccio per libagioni (o versatoio rituale) appartenuto al faraone Psusennes I della XXI dinastia. Questo prezioso manufatto è stato scoperto dall’archeologo Pierre Montet all’interno della tomba del sovrano nella necropoli reale di Tanis. Presenta un corpo semisferico centrale con due ampi beccucci prolungati ai lati, uno dei quali termina con una caratteristica sagoma ricurva a forma di testa d’anatra. Il vaso veniva impiegato durante le cerimonie e i complessi rituali di purificazione e mummificazione funeraria per versare liquidi sacri, oli profumati o acqua. Sul manico sono incisi geroglifici che includono il cartiglio con il nome reale di Psusennes I. Ph: Enzo Zappalà
Un dettaglio del celebre Papiro di Diedkhonsuiusankh (noto anche come papiro della Cantatrice di Amon), un antico testo funerario egizio risalente al Terzo Periodo Intermedio (X secolo a.C.) L’opera è stata rinvenuta nella Cachette di Bab el-Gasus a Deir el-Bahari, Luxor. E’ custodito presso il Museo Egizio del Cairo.
La scena illustra formule magiche tratte dai testi mitologici e dal Libro dei Morti per proteggere la defunta nel suo viaggio ultraterreno.
Le Divinità Serpente (a sinistra): Sono visibili quattro entità mummiformi accovacciate, sormontate da grandi cobra eretti che fungono da guardiani protettivi del mondo sotterraneo.
Osiride (al centro): Il dio dell’oltretomba e della rinascita è raffigurato in piedi con la caratteristica corona bianca dell’Alto Egitto (hedjet), una veste mummiforme bianca e i simboli del potere regale (il flagello e lo scettro).
La Cantatrice di Amon (a destra): La defunta Diedkhonsuiusankh è ritratta con una tunica di lino trasparente e un cono di unguento profumato sulla testa mentre compie un gesto di adorazione e offerta verso Osiride.
Testo Geroglifico: La parte superiore è interamente occupata da colonne di geroglifici corsivi che riportano formule rituali e invocazioni. Ph: Enzo Zappalà


Sala V – L’eternità dei sovrani

L’ultima sala della sezione dedicata all’aldilà è stata anche una delle più spettacolari. Qui sono stati esposti i grandi tesori funerari dei faraoni e delle regine.

Il sarcofago dorato di Ahhotep, quello di Thuya, la maschera di Amenemope e i tesori di Tanis testimoniano la magnificenza con cui l’élite egizia preparava il proprio ingresso nell’eternità. Questi oggetti non erano semplici simboli di prestigio. Erano strumenti destinati a garantire la trasformazione del sovrano in una figura divina. Un notevole reperto è il coperchio del sarcofago interno di Ankhefenmut, qui sotto riprodotto, come notevole è anche la selezione di stele, della quale diamo qui una piccola panoramica.

Coperchio del sarcofago interno di Ankhefenmut, un reperto risalente alla XXI dinastia egizia. Il sarcofago è stato rinvenuto nella “Cachette di Bab el-Gasus” a Deir el-Bahari, vicino a Luxor. Attualmente è conservato presso il Museo Egizio del Cairo. Il coperchio del sarcofago interno di Ankhefenmut è un classico e straordinario esempio dello stile decorativo del Terzo Periodo Intermedio (XXI dinastia). In quest’epoca, poiché i faraoni non costruivano più grandi tombe decorate nella Valle dei Re, tutta la complessa cosmografia e i testi religiosi venivano “trasferiti” direttamente sulla superficie dei sarcofagi in legno, che diventavano delle vere e proprie “tombe portatili”. Il volto è scolpito con tratti idealizzati ma sorprendentemente realistici. Indossa la classica parrucca tripartita divina, che simboleggia la rinascita del defunto come essere celestiale. Sotto il mento e sul petto si estende un ampio collare dipinto che imita file di perline, elementi floreali e gocce d’oro, con terminali a testa di falco (simbolo del dio Horus) sulle spalle. Le iscrizioni riportano il nome e i titoli della defunta per assicurarne la memoria eterna, identificandola come la “Veritiera di paragone” (giustificata) davanti ai dèi. Ph: Enzo Zappalà

Sala VI – Un re e il suo popolo

Con il passaggio al secondo piano la prospettiva è cambiata radicalmente. Dopo aver osservato la morte dei sovrani, abbiamo incontrato, finalmente, i vivi.

La sala ha introdotto la struttura sociale dell’Egitto faraonico. Il faraone era al vertice di una complessa gerarchia composta da funzionari, scribi, sacerdoti, soldati e artigiani. Questa organizzazione riuscì a mantenere la propria stabilità per oltre tremila anni.

La grandezza dell’Egitto non fu opera di un solo uomo, ma il risultato della collaborazione tra un re e il suo popolo. Da sottolineare, in un angolo, un’opera ancora misteriosa, una testa di riserva che riproduciamo qui sotto. Le teste di riserva costituiscono ancora oggi un enigma per gli egittologi, che non hanno fatto ancora piena luce sulle ragioni della loro comparsa e diffusione durante il regno di Cheope, né sulle circostanze che portarono al loro rapido abbandono.

La celebre “Testa di riserva” del Principe Senisneb (o Seneferesneb), capolavoro della IV dinastia dell’Antico Egitto (Antico Regno), conservata presso il Museo Egizio del Cairo Le teste di riserva venivano collocate all’interno dei pozzi funerari delle tombe private dell’élite, vicino al sarcofago, con lo scopo magico e religioso di sostituire la testa del defunto nel caso in cui la mummia originale fosse andata distrutta, garantendo così l’immortalità dell’anima.


Il significato delle due figure identiche

Nell’ultima immagine vediamo una doppia immagine di Nimaatsed. Perchè? Nella concezione religiosa egizia, l’anima era divisa in varie componenti. Una delle più importanti era il Ka, la forza vitale che sopravviveva alla morte e necessitava di un supporto fisico (come una statua o il corpo mummificato) per ricevere le offerte e continuare a esistere nell’aldilà. Raffigurare il defunto più volte nella stessa stanza o nello stesso blocco scultoreo fungeva da “assicurazione” magica. Se una delle due figure si fosse danneggiata o fosse andata distrutta nel tempo, la seconda avrebbe continuato a garantire la sopravvivenza del Ka e l’efficacia dei riti funerari per l’eternità.

Sala VII – Gli uomini che costruirono l’Egitto

Se la sala precedente presentava la struttura dello Stato, questa ne ha raccontato il funzionamento quotidiano. Sono emerse le figure degli scribi, custodi della conoscenza, degli architetti che progettavano templi e tombe, degli artigiani che realizzavano capolavori destinati all’eternità.

L’Egitto è qui apparso come una società sorprendentemente moderna, basata sulla specializzazione delle competenze e sull’efficienza amministrativa. Dietro ogni piramide si nascondono migliaia di storie umane.

Rilievo in calcare dell’Antico Egitto, risalente alla XVIII dinastia (Nuovo Regno, periodo di Amarna). Raffigura l’alto funzionario Ay (futuro faraone) e sua moglie Tiye mentre ricevono l'”Oro del Valore” (o oro della ricompensa). Si tratta di una prestigiosa onorificenza concessa direttamente dal faraone Akhenaton dalla “finestra delle apparizioni” del palazzo reale. L’opera proviene dalla cappella funeraria di Ay a Tell el-Amarna ed è conservata presso il Museo Egizio del Cairo. A sinistra si trova Ay, che solleva le braccia per ricevere i pesanti collari cerimoniali (shebiu) fatti di spessi dischi d’oro. Subito dietro di lui, a destra, la moglie Tiye partecipa alla celebrazione sollevando le mani in segno di gratitudine e lode. L’opera riflette pienamente lo stile dell’arte amarniana, caratterizzato da linee fluide, anatomie allungate (visibili nei colli e nei profili dei volti) e una rappresentazione più intima e naturalistica dei dignitari rispetto ai canoni rigidi della tradizione egizia classica. Ay era una delle figure più influenti alla corte di Akhenaton e Tutankhamon. Alla morte del giovane re, Ay gli succedette sul trono come penultimo sovrano della XVIII dinastia, prima del generale Horemheb. Ph: Enzo Zappalà
Gruppo raffigurante l’influente nobile egizio Sennefer (sindaco di Tebe durante il regno di Amenhotep II, XVIII dinastia) seduto accanto alla moglie Senetnay, con la piccola figlia Mutnefret scolpita frontalmente tra le loro gambe. Scolpita in granodiorite (o granito nero), proviene dalla celebre cachette del Tempio di Karnak a Luxor ed è conservata al Museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà

Sala VIII – La vita quotidiana

Dopo aver attraversato le sale dedicate ai faraoni, agli dèi e all’aldilà, la Sala VIII ci ha riportati alla dimensione più concreta e autentica della civiltà egizia: la vita di tutti i giorni.

Attraverso utensili, gioielli, oggetti domestici e strumenti di lavoro, è emerso il mondo degli uomini e delle donne che costruirono la grandezza dell’Egitto. Agricoltori, scribi, artigiani, commercianti e sacerdoti sono diventati i protagonisti di una narrazione che ha mostrato una società straordinariamente organizzata e profondamente legata ai ritmi del Nilo.

Modellino di barca funeraria in legno dipinto risalente al Medio Regno dell’Antico Egitto (circa 2000 a.C.), e proviene dal pozzo funerario di Usermut e Inpuemhet (Saqqara). In legno intagliato, è ricoperto di stucco e interamente dipinto a mano con pigmenti naturali. Si evidenzia la struttura dettagliata dello scafo tipico del Nilo, i rematori seduti rivolti verso la poppa, un pilota a prua e una cabina/baldacchino centrale destinata a ospitare simbolicamente il sarcofago o la statua del defunto. Nell’Antico Egitto, questi modellini venivano deposti nelle tombe dei dignitari come corredo funerario. Avevano la funzione magica di garantire al defunto il trasporto e il sostentamento eterno nell’aldilà, permettendo alla sua anima di compiere il pellegrinaggio rituale verso la città sacra di Abido. Video: Enzo Zappalà

La sala ci ha rivelato come dietro le piramidi, i templi e le tombe reali esistesse una complessa comunità di persone comuni, impegnate nel lavoro, nella famiglia e nelle attività quotidiane. È stata forse la sezione più vicina alla sensibilità moderna, perché ha permesso di riconoscere negli antichi Egizi non soltanto i protagonisti di una grande civiltà, ma esseri umani con aspirazioni, speranze e problemi sorprendentemente simili ai nostri.

In questo senso, la Sala VIII ha rappresentato il volto più umano dell’Egitto faraonico: quello di un popolo che, molto prima di costruire monumenti destinati all’eternità, costruì una delle società più avanzate e durature della storia.

Pugnale in bronzo risalente alla XVIII dinastia, Regno di Akhenaton e proveniente da Tell el-Amarna, Medio Egitto. Ph: Enzo Zappalà

Sala IX – La Città d’Oro

Questa sala è stata dedicata ai reperti provenienti dalla città operaia scoperta nei pressi di Luxor, un insediamento straordinariamente conservato che ha restituito una quantità enorme di informazioni sulla vita reale degli antichi Egizi. Non si tratta di una città regale, né di un luogo sacro: è un villaggio di lavoro, dove vivevano artigiani, operai, amministratori e tecnici impegnati nella costruzione dei grandi monumenti della valle del Nilo. Qui non troviamo faraoni o divinità. Troviamo case, officine, strumenti di lavoro, sigilli e oggetti della vita quotidiana. L’Egitto smette di essere un mito e torna a essere una società fatta di persone reali. È il momento in cui la storia diventa tangibile.

La forza della Sala IX è stata proprio in questo cambio di prospettiva. Dopo aver attraversato sale dominate dall’oro, dalla morte e dalla regalità divina, qui ci siamo trovati davanti a oggetti semplici: utensili, strumenti di lavoro, sigilli amministrativi, ceramiche, resti di abitazioni. È un Egitto che non cerca di impressionare, ma di raccontarsi nella sua quotidianità.

Vista generale degli scavi della “Città d’oro perduta”. Foto: Cordon Press. Fonte: Storicang.it

La cosiddetta “Città d’Oro” è stata una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi decenni, perché ha permesso di ricostruire in modo quasi “fotografico” la vita di un centro produttivo dell’epoca del Nuovo Regno. Le case in mattoni crudi, le officine, le aree di lavorazione e i sistemi di organizzazione urbana mostrano un livello sorprendente di pianificazione. Non si tratta di un accampamento improvvisato, ma di una vera e propria città strutturata, pensata per sostenere la produzione artistica e monumentale dello Stato faraonico.

Uno degli aspetti più significativi della sala è stata la sua capacità di rispondere a una domanda fondamentale: chi costruiva l’Egitto dei faraoni? La risposta è semplice e potente: migliaia di persone comuni: artigiani specializzati nella lavorazione del legno e del metallo, scribi incaricati della gestione amministrativa, operai organizzati in squadre, fornitori di materiali e tecnici. La grandezza dei templi e delle tombe reali non nasceva dal genio isolato di un sovrano, ma da una complessa macchina sociale ed economica.

La Sala IX è stata anche una delle più “moderne” dal punto di vista emotivo, perché abbatte la distanza tra il visitatore e l’antico Egitto. Davanti a questi reperti non abbiamo avuto più l’impressione di osservare una civiltà mitica e irraggiungibile, ma una società reale, fatta di lavoro, organizzazione, fatica e quotidianità.

Incensiere in legno dorato a forma di braccio risalente al Periodo Tolemaico, rinvenuto nel sito archeologico di Dimai, nel Fayyum. Il braccio allungato riproduce il simbolico “Braccio di Horus”. Il manico termina da un lato con una mano aperta che sorregge il piccolo bacino o tazza destinato a contenere i carboni ardenti e i grani di incenso. All’estremità opposta, il pomello riproduce la testa stilizzata di un falco. E’ realizzato interamente in legno scolpito, successivamente rivestito con uno strato di stucco e sottile foglia d’oro. Questo tipo di strumento (noto anche come shauat) veniva impugnato dai sacerdoti o dallo stesso faraone durante le cerimonie liturgiche per purificare l’ambiente dei templi, offrire aromi sacri alle divinità e accompagnare le tappe dei rituali funerari. Ph: Enzo Zappalà

Sala X – La Regalità Divina

Il percorso si è concluso là dove tutto era iniziato, nella figura del faraone.

La regalità divina rappresenta infatti la sintesi dell’intera civiltà egizia. Il sovrano era il punto di contatto tra gli uomini e gli dèi, tra la terra e il cielo, tra il tempo e l’eternità.

Capolavori come la Triade di Micerino, le statue reali e le maschere funerarie mostrano il faraone nella sua dimensione più alta: non come individuo, ma come incarnazione dell’ordine cosmico. È stata una conclusione perfetta. Dopo aver attraversato l’oro, la morte, la società, la religione e la vita quotidiana, abbiamo compreso che tutto nell’antico Egitto convergeva verso un’unica idea: mantenere l’armonia dell’universo.

  • Dalle origini all’eternità

Considerate nel loro insieme, le sale ci hanno raccontato una storia coerente che va oltre l’archeologia: la nascita dell’ordine, l’affermazione del potere sacro, il rapporto con gli dèi, la speranza nell’immortalità, la vita degli uomini e la continua riscoperta del passato. Sono partite dall’oro, simbolo dell’incorruttibilità, hanno attraversato il mistero della morte, hanno mostrato il volto degli uomini comuni, hanno introdotto gli dèi, culminando nella figura del faraone.

È stato un percorso che ha ci permesso di comprendere perché l’antico Egitto continui a esercitare un fascino unico sull’immaginario contemporaneo. Non soltanto per la magnificenza dei suoi tesori, ma perché dietro ogni statua, ogni gioiello e ogni sarcofago si nasconde una domanda che appartiene ancora al nostro presente: quale significato dare alla vita, al potere, al tempo e alla memoria.

I REPERTI PIU’ ICONICI (secondo lo scrivente)

Se dovessi indicare i capolavori imprescindibili della mostra, sceglierei quelli che non sono soltanto preziosi, ma che raccontano momenti fondamentali della storia egizia. Molti di essi sono arrivati in Italia per la prima volta, rendendo l’esposizione un evento davvero eccezionale. Ne ho selezionati otto:

  • 1. La Triade di Micerino: il faraone tra gli dèi

Tra tutti i reperti esposti, la Triade di Micerino è probabilmente il più importante dal punto di vista storico e artistico. Realizzata oltre 4.500 anni fa durante la IV dinastia, raffigura il faraone Micerino (Menkaure), costruttore della terza grande piramide di Giza, affiancato dalla dea Hathor e dalla divinità protettrice del distretto tebano. L’opera non è un semplice ritratto: rappresenta il sovrano come perno dell’ordine cosmico, protetto dagli dèi e investito di una missione divina. È uno dei massimi capolavori della scultura dell’Antico Regno e testimonia il momento in cui l’arte egizia raggiunge una perfezione formale destinata a influenzare millenni di storia.

La Triade di Micerino. L’opera è realizzata in scisto (o grovacca), una pietra scura e compatta molto utilizzata nell’antico Egitto.
Attualmente il reperto è conservato presso il Museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà
  • 2. Il sarcofago d’oro della regina Ahhotep: la donna che salvò l’Egitto

La regina Ahhotep visse in uno dei momenti più drammatici della storia egizia, durante la guerra contro gli Hyksos, gli invasori asiatici che avevano occupato il Delta del Nilo.

Il suo magnifico sarcofago dorato testimonia il prestigio raggiunto da questa sovrana, considerata una delle figure femminili più influenti dell’antico Egitto. Gli storici ritengono che abbia svolto un ruolo decisivo nel mantenere l’unità del regno durante la minorità del figlio, il futuro faraone Ahmose I, fondatore del Nuovo Regno.

Il coperchio dorato del sarcofago della regina Ahhotep II, risalente alla fine della XVII o inizio della XVIII dinastia. È realizzato in stucco dorato e legno, raffigurante la defunta in un design mummiforme. Il reperto è conservato nel Museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà
  • 3. La Collana delle Mosche d’Oro: la più sorprendente onorificenza militare egizia

Pochi oggetti ci hanno incuriositi quanto la celebre Collana delle Mosche d’Oro. Le mosche non erano simboli negativi. Al contrario, rappresentavano tenacia, resistenza e coraggio. Questa decorazione era una delle più alte onorificenze militari dell’Egitto faraonico e veniva concessa per eccezionali meriti in battaglia. Il fatto che fosse associata ad Ahhotep testimonia il prestigio politico e militare della regina.

La Collana delle Mosche d’oro, un’antica onorificenza egizia al valore militare. Il gioiello risale alla fine della XVII o inizio della XVIII dinastia del Nuovo Regno. È stato rinvenuto nella tomba della regina Ahhotep II a Dra Abu el-Naga, vicino a Luxor. Attualmente è conservato presso il Museo di Luxor. Ph: Enzo Zappalà
  • 4. La maschera funeraria d’oro di Amenemope

Quando si pensa all’Egitto, viene immediatamente in mente la maschera di Tutankhamon. Quella di Amenemope, pur meno celebre, è altrettanto affascinante.

Realizzata durante la XXI dinastia, raffigura il faraone con i lineamenti idealizzati che caratterizzano l’arte funeraria egizia. Oro, pietre preziose e raffinata lavorazione artigianale trasformano il volto del sovrano in un’immagine divina. Lo scopo non era rappresentare un uomo, ma un essere ormai entrato nella sfera degli dèi.

Maschera funeraria d’oro del faraone Amenemope, risalente alla XXI dinastia. La maschera è realizzata in oro e cartonnage, preziosi materiali utilizzati per proteggere il volto del defunto. Il reperto proviene dalle Tombe Reali di Tanis, scoperte dall’archeologo francese Pierre Montet nel 1940. È conservata presso il Museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà
  • 5. Il sarcofago di Thuya: la nonna del faraone eretico

Il sarcofago dorato di Thuya (o Tjuya) possiede un’importanza genealogica straordinaria. Thuya era infatti la nonna di Akhenaton, il sovrano che tentò di imporre il culto esclusivo del dio Aton e che fu padre di Tutankhamon.

Attraverso questo reperto, siamo entrati idealmente nella famiglia che avrebbe generato una delle più grandi rivoluzioni religiose dell’antichità. Il sarcofago, rivestito d’oro e riccamente decorato, mostrava inoltre l’altissimo livello raggiunto dall’arte funeraria del Nuovo Regno.

Particolare del volto del sarcofago antropoide esterno dorato della regina Thuya, risalente alla XVIII dinastia. Il reperto è realizzato in legno rivestito di stucco dorato con intarsi in vetro blu e ossidiana per gli occhi. Proviene dalla tomba KV46 nella Valle dei Re a Luxor, appartenente a Yuya e Thuya, genitori della regina Tiye. Attualmente è conservato presso il Museo Egizio del Cairo. Ph: Enzo Zappalà
  • 6. Il tesoro di Psusennes I: il “Tutankhamon d’argento”

Tra le sorprese della mostra spiccavano gli oggetti provenienti dalla tomba di Psusennes I, scoperta a Tanis nel 1940. La sua sepoltura è considerata una delle più ricche mai rinvenute in Egitto. A Roma sono stati esposti, come abbiamo visto, la copertura funeraria dorata, il celebre collare reale e altri oggetti del corredo. Il valore storico di questi reperti è enorme perché costituiscono una delle rarissime tombe regali ritrovate quasi intatte dopo l’epoca di Tutankhamon.

Il Grande Collare Shebyu del Faraone Psusennes I, risalente alla XXI dinastia. È considerato uno dei gioielli più pesanti dell’antichità, con un peso di circa 8 kg.
Il collare è composto da sette fili formati da oltre 5.000 minuscoli dischetti d’oro. Ph: Enzo Zappalà
  • 7. Un reperto che racconta il presente: la Città d’Oro

Accanto ai tesori dei sovrani, la mostra ha dedicato uno spazio speciale ai reperti provenienti dalla cosiddetta Città d’Oro di Amenhotep III, scoperta nel 2021.

Utensili, sigilli, amuleti e oggetti della vita quotidiana hanno permesso di osservare non i faraoni, ma gli artigiani e i lavoratori che costruivano la grandezza dell’Egitto. È stata la sezione più moderna dell’esposizione, perché ha mostrato come l’archeologia continui ancora oggi a riscrivere la storia.

Abbiamo scelto questi reperti perché la Triade di Micerino racconta il potere, il sarcofago di Ahhotep il coraggio, la maschera di Amenemope l’immortalità, il sarcofago di Thuya le grandi dinastie, il tesoro di Psusennes la magnificenza regale e la Città d’Oro la vita degli uomini comuni. Insieme, questi reperti riassumono l’intera parabola della civiltà faraonica.

  • 8. La Mensa Isiaca: il capolavoro egiziano del Museo di Torino

Nella sala VI è stato esposto un reperto straordinario: la Mensa Isiaca. E’ l’unica opera non proveniente dall’Egitto. Dedicata alla dea Iside, è risalente al I secolo a.C. – I secolo d.C., oggi conservato al Museo Egizio di Torino. Pur ispirata all’arte egizia, si tratta di un oggetto realizzato in epoca romana, simbolo del fascino che l’Egitto esercitava sul mondo antico. L’altare era utilizzato per riti e sacrifici in onore di Iside, dea della fertilità, della magia e della protezione. Realizzato in pietra calcarea, è riccamente decorato con bassorilievi raffiguranti divinità egizie, simboli sacri e scene rituali, testimonianza del sincretismo religioso tra cultura romana ed egizia. La Mensa Isiaca rappresenta non solo un importante esempio di arte “egittizzante”, ma anche uno straordinario documento storico: mostra come i Romani reinterpretassero l’iconografia e i culti dell’antico Egitto, integrandoli nelle proprie pratiche religiose.

La Mensa Isiaca. Ph: Enzo Zappalà

L’AUDIOGUIDA CON LA VOCE DI ROBERTO GIACOBBO

L’audioguida è stata uno degli strumenti principali di accompagnamento alla visita ed era inclusa nel biglietto. La versione italiana era affidata alla voce di Roberto Giacobbo, mentre quella inglese a Zahi Hawass.

Dalle recensioni della mostra è emerso un dato interessante: diversi visitatori hanno percepito una certa carenza di approfondimenti nei pannelli esplicativi e nelle didascalie. In questo contesto, l’audioguida è stata considerata da molti uno strumento importante per contestualizzare i reperti e arricchire l’esperienza di visita.

Esiste però anche una voce critica proveniente da parte del mondo archeologico accademico. Alcuni studiosi e divulgatori (posso immaginarne uno fra questi, che avrà avuto una crisi isterica per non essere stato scelto come voce, visto che fa tutto e parla di tutto, ma che, a nostro avviso, è molto, troppo sopravvalutato…) hanno contestato la scelta di affidare la narrazione a Roberto Giacobbo, ricordando il suo passato televisivo legato a programmi che hanno spesso affrontato temi di confine tra divulgazione e mistero. La discussione ha riguardato soprattutto la sua figura come narratore, più che la qualità effettiva dell’audioguida. Secondo noi, la scelta di Giacobbo, essendo la sua immagine fortemente associata all’Egitto per via dei diversi programmi che ad esso ha dedicato, è stata quanto mai appropriata, considerando anche l’amicizia che lo lega ormai da diversi anni con Zahi Hawass.

Zahi Hawass e Roberto Giacobbo

L’audioguida affidata alla voce, a nostro giudizio simpatica e rassicurante, di Roberto Giacobbo si è, alla fine, rivelata uno degli strumenti più apprezzati dal pubblico generalista. In una mostra dove la spettacolarità dei reperti ha prevalso talvolta sull’apparato didattico tradizionale, la narrazione del celebre divulgatore ha contribuito a trasformare la semplice osservazione degli oggetti in un racconto capace di accompagnare il visitatore attraverso tremila anni di storia egizia. Nonostante le legittime perplessità da parte di una parte della comunità archeologica, il successo complessivo della mostra suggerisce che la scelta abbia saputo intercettare efficacemente un pubblico ampio e trasversale. Ed è esattamente ciò che conta, no?

UN CATALOGO DESTINATO A DIVENTARE UN’OPERA DI RIFERIMENTO

La mostra non si è esaurita nelle sale delle Scuderie del Quirinale. Ad accompagnare l’esposizione vi era, infatti, un imponente catalogo scientifico pubblicato da Allemandi e curato da Zahi Hawass, probabilmente il più celebre egittologo vivente e figura centrale della ricerca archeologica egiziana degli ultimi decenni. Il volume, di oltre quattrocento pagine, è stato concepito non come semplice guida alla visita, ma come una vera opera autonoma dedicata alla civiltà dei faraoni.

Il catalogo raccoglie e contestualizza i 130 capolavori esposti in mostra attraverso una serie di saggi affidati a specialisti internazionali coordinati dallo stesso Hawass. Il lettore viene accompagnato in un percorso che affronta i grandi temi della storia egizia: la regalità sacra, il rapporto tra uomini e divinità, l’arte funeraria, la scultura monumentale, la vita quotidiana lungo il Nilo, il ruolo delle donne nella società faraonica e le relazioni tra l’Egitto e il mondo mediterraneo.

La copertina del catalogo

Particolarmente prezioso è il contributo fotografico di Massimo Listri, maestro della fotografia di architettura e beni culturali. Le sue immagini non si limitano a documentare i reperti, ma ne esaltano la forza estetica e simbolica, offrendo prospettive e dettagli spesso impossibili da cogliere durante una normale visita museale. Le fotografie trasformano il volume in un vero e proprio viaggio visivo nel cuore dell’antico Egitto.

In un’epoca in cui molte mostre lasciano soltanto il ricordo dell’esperienza vissuta, il catalogo di Hawass rappresenta qualcosa di più duraturo: uno strumento di studio, approfondimento e divulgazione destinato a rimanere anche quando le opere saranno tornate nei musei egiziani. Per gli appassionati di egittologia come noi, ma anche per i semplici visitatori colpiti dal fascino della mostra, il volume costituisce la naturale prosecuzione del viaggio iniziato tra le sale delle Scuderie del Quirinale. E fidatevi: è veramente bello.

I NUMERI DI UN SUCCESSO ANNUNCIATO

Per dare un’idea dell’importanza dell’evento, all’inaugurazione partecipò anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a testimonianza del valore culturale e diplomatico dell’iniziativa.

Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, mentre firma il registro degli ospiti durante l’inaugurazione della mostra “Tesori dei Faraoni” il 23 ottobre 2025. Fonte: Quirinale.it

Se il fascino dell’antico Egitto continua a conquistare il pubblico mondiale, la mostra I Tesori dei Faraoni ne ha rappresentato una conferma inequivocabile. A soli tre mesi dall’apertura, le Scuderie del Quirinale avevano già registrato oltre 200.000 visitatori effettivi e 250.000 biglietti emessi, numeri che hanno superato ogni previsione iniziale. Le oltre 2.000 visite guidate organizzate sono andate sistematicamente esaurite, mentre più di 300 laboratori didattici hanno coinvolto scuole e famiglie provenienti da tutta Italia.

Non sorprende quindi che gli organizzatori abbiano deciso di prorogare l’esposizione fino al 14 giugno 2026, arrivando a registrare oltre 400.000 presenze. La mostra ha fatto breccia specialmente tra il pubblico più giovane, con circa 60.000 tra studentesse e studenti che l’hanno visitata (oltre 40.000 provenienti dalle scuole primarie). E, ancora, il 20% del pubblico non scolastico aveva meno di 30 anni. Nel complesso, il 60% dei visitatori è arrivato da Roma e dal Lazio, mentre il 40% dal resto d’Italia e dall’estero. Un risultato che conferma come l’Egitto faraonico continui a esercitare un richiamo straordinario sull’immaginario contemporaneo.

L’EGITTO CHE CONTINUA A SORPRENDERE

Uno degli aspetti più interessanti della mostra ha riguardato il dialogo tra passato e presente. L’archeologia egizia non è una disciplina che guarda soltanto al passato. Ogni anno nuove tecnologie e nuove campagne di scavo portano alla luce informazioni inattese. Ecco perché la mostra ha dedicato ampio spazio alle più recenti scoperte, tra cui reperti provenienti, come abbiamo già visto, dalla “Città d’Oro”.

La Città d’oro perduta, scoperta da Zahi Hawass e il suo team sulla sponda occidentale di Luxor. Foto: Cordon Press. Fonte: Storicang.it

Questa attenzione alle ricerche contemporanee ricorda al visitatore che l’Egitto non è una civiltà conclusa e definitivamente compresa. È ancora oggi un immenso laboratorio storico, capace di restituire nuove sorprese e di alimentare interrogativi che attraversano le generazioni.

PERCHE’ QUESTA MOSTRA CONTA

In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione e dalla cultura dell’immediato, I Tesori dei Faraoni ci ha offerto qualcosa di raro: la possibilità di confrontarsi con il tempo lungo della storia. Davanti a questi reperti abbiamo percepito tutta la fragilità della nostra dimensione contemporanea. Le dinastie sono cadute, gli imperi sono scomparsi, le religioni sono cambiate. Eppure, quei volti scolpiti, quei gioielli, quei sarcofagi continuano a parlare.

Forse è proprio questo il segreto dell’Egitto. Non l’enigma delle piramidi, le maledizioni dei faraoni, o i tesori che alimentano da sempre l’immaginario collettivo, ma sua vera forza risiede nella capacità di ricordarci che l’uomo, da millenni, si pone le stesse domande: chi siamo, da dove veniamo e quale traccia lasceremo dopo di noi.

Per questo motivo la mostra delle Scuderie del Quirinale non è stata soltanto un evento culturale. È stato un incontro con una civiltà che, nonostante il trascorrere di migliaia di anni, continua a parlare direttamente alla nostra sensibilità. Uscendo dalle bellissime sale, abbiamo portato con noi proprio questa consapevolezza: i faraoni sono morti da tempo, ma il loro mondo è ancora incredibilmente vivo.

LE RAGIONI DI UN SUCCESSO: UN’ANALISI CULTURALE E SOCIALE

Il successo straordinario della mostra I Tesori dei Faraoni non può essere spiegato soltanto con la qualità dei reperti esposti o con l’efficacia della campagna di comunicazione. Dietro le centinaia di migliaia di visitatori che hanno affollato le Scuderie del Quirinale si nasconde un fenomeno culturale più profondo: il rapporto speciale che il mondo contemporaneo continua a intrattenere con l’antico Egitto.

  • Il fascino dell’enigma

A differenza della Grecia e di Roma, che percepiamo come antenate dirette della nostra civiltà, l’Egitto conserva ancora oggi un’aura di mistero.

Le piramidi, le tombe nascoste, i geroglifici, le mummie e le grandi scoperte archeologiche alimentano da oltre due secoli un immaginario che oscilla tra storia e leggenda. Pur essendo una delle civiltà meglio studiate del mondo antico, l’Egitto continua a dare l’impressione di custodire segreti ancora irrisolti. Ogni visitatore è entrato nella mostra con la sensazione di avvicinarsi a un mistero.

Amuleto raffigurante l’Occhio di Horus (noto anche come Udjat). Questa specifica opera d’arte in cera, risalente al Periodo Tardo dell’antico Egitto, è simbolo di guarigione, interezza, protezione e rinascita. Queste placchette sono state frequentemente rinvenute tra le bende delle mummie o in corrispondenza del taglio per l’eviscerazione. Nella complessa mitologia egizia, questo simbolo unisce l’occhio umano ai tratti tipici del piumaggio di un falco, l’animale sacro al dio Horus. Secondo il mito, l’occhio fu strappato a Horus dal dio Seth durante una furiosa battaglia e successivamente ricomposto e guarito dal dio della sapienza Thot. Per questo motivo, divenne uno dei più potenti talismani protettivi della civiltà egizia, indossato sia dai vivi come scudo contro le sventure sia posizionato sui corpi dei defunti per garantirne l’incolumità nel viaggio verso l’aldilà. Ph: Enzo Zappalà
  • L’incontro con l’eternità

Pochi popoli hanno riflettuto sul tema della morte con la profondità degli antichi Egizi. Sarcofagi, maschere funerarie e corredi non suscitano soltanto ammirazione artistica. Essi parlano di una delle grandi domande dell’esistenza umana: cosa accade dopo la morte?

In una società dominata dalla velocità, dall’incertezza e dalla continua trasformazione, il messaggio egizio dell’eternità esercita un fascino particolare. Quegli oggetti furono creati per durare per sempre. E, in effetti, sono arrivati fino a noi.

I reperti visibili nella teca appartengono al corredo funerario di Meryptah e risalgono al Nuovo Regno. Si tratta nello specifico di un ushabti (servitore funerario) posto all’interno del suo caratteristico sarcofago mummiforme dotato di doppio coperchio. L’oggetto centrale è una statuina antropomorfa (ushabti). Gli antichi Egizi inserivano queste figure nelle tombe affinché sostituissero magicamente il defunto nei lavori agricoli o nelle mansioni richieste nel regno d’oltretomba. La particolarità di questo set risiede nella sua composizione e nidificazione. È presente la cassa del minuscolo sarcofago (a sinistra), il primo coperchio antropomorfo stilizzato con le bande orizzontali e verticali (al centro) e il secondo coperchio esterno più rifinito (a destra). Ph: Enzo Zappalà
  • Il ritorno dell’autenticità

Viviamo immersi in immagini digitali, ricostruzioni virtuali e contenuti consumati in pochi secondi. La mostra ha offerto, invece, l’esperienza opposta: il contatto diretto con oggetti reali, sopravvissuti per tremila anni. Davanti al sarcofago di una regina o alla statua di un faraone, abbiamo ha percepito la presenza concreta della storia.

L’emozione nasce proprio da questa autenticità. Non si osserva una replica, ma l’oggetto stesso che appartenne a una persona vissuta decine di secoli fa.

  • L’Egitto come specchio dell’umanità

Un altro elemento decisivo del successo della mostra è stata la sua capacità di parlare non soltanto dell’Egitto, ma dell’uomo. Le sale dedicate alla vita quotidiana hanno mostrato famiglie, lavoratori, artigiani, sacerdoti e scribi alle prese con problemi che, in fondo, non sono molto diversi dai nostri. Cambiano gli strumenti e le credenze, ma restano le aspirazioni fondamentali: la ricerca della felicità, il desiderio di lasciare un’eredità, la necessità di dare un significato all’esistenza.

È proprio questa vicinanza inattesa a rendere l’antico Egitto così moderno.

  • Il valore dell’evento irripetibile

Molti dei reperti esposti non avevano mai lasciato l’Egitto o erano assenti dall’Italia da decenni. Il pubblico ha percepito la mostra come un’occasione unica, difficilmente replicabile. In un’epoca in cui quasi tutto sembra sempre disponibile, la rarità torna ad avere un valore enorme. Sapere che certi capolavori potrebbero non essere più visibili in Europa per molti anni ha contribuito a trasformare la visita in un appuntamento da non perdere.

Tre straordinari bracciali in oro. Questi eccezionali gioielli appartengono al corredo funerario del faraone Psusennes I (e della sua famiglia/successori, come Amenemope), risalenti alla XXI dinastia durante il Terzo Periodo Intermedio dell’Antico Egitto. I preziosi reperti provengono dalla necropoli reale di Tanis. A sinistra, una cavigliera in oro, lapislazzuli e corniola finemente lavorata con motivi geometrici ed elementi vegetali. Al centro, un bracciale monumentale a fascia in oro, lapislazzuli e vetro, caratterizzato da raffinati intarsi e decorazioni centrali che raffigurano cartigli reali e simboli protettivi sacri (tra cui lo scarabeo alato e l’occhio di Horus). A destra: Un bracciale pesante formato da sette grandi anelli toroidali d’oro sovrapposti e uniti da una cerniera verticale posteriore, progettato per avvolgere saldamente il braccio della mummia reale. Ph: Enzo Zappalà
  • Un bisogno di storia

Ma c’è una ragione più profonda di questo successo: in tempi caratterizzati da cambiamenti rapidi, crisi internazionali e trasformazioni tecnologiche senza precedenti, molte persone avvertono il bisogno di collocarsi all’interno di una prospettiva più ampia.

L’antico Egitto offre proprio questo: una finestra su una civiltà che attraversò oltre tremila anni di storia. Di fronte a una simile profondità temporale, le inquietudini del presente assumono una dimensione diversa. Visitare la mostra ha significato allora compiere un viaggio non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Un viaggio che ha aiutato a comprendere quanto sia antica, e allo stesso tempo attuale, la ricerca umana delle nostre radici.

CONCLUSIONE: MOLTO PIU’ DI UNA MOSTRA ARCHEOLOGICA

Gli dèi tornano al silenzio, ma l’eco dei faraoni non si spegne. Il successo de I Tesori dei Faraoni dimostra che l’archeologia, quando riesce a raccontare storie universali, può ancora parlare a un pubblico vastissimo. Le centinaia di migliaia di visitatori che hanno attraversato le sale delle Scuderie del Quirinale non sono andati soltanto a vedere reperti preziosi. Sono andati a cercare un incontro con una civiltà che continua a porre le stesse domande che accompagnano l’umanità da millenni.

È forse questo il vero segreto dei faraoni: essi, ma anche le persone comuni vissute migliaia di anni fa non appartengono soltanto al passato. Continuano a parlarci del presente. La conclusione della mostra I Tesori dei Faraoni segna la fine di un evento culturale straordinario, ma non interrompe il dialogo che questa civiltà intrattiene da secoli con il nostro immaginario.

Le opere torneranno lungo le rive del Nilo, nei musei del Cairo e di Luxor, dopo aver fatto tappa al de Young Museum di San Francisco ed al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Texas), dove debutterà il 14 marzo del prossimo anno sino al 19 settembre. Ciò che non tornerà indietro è l’emozione lasciata nelle centinaia di migliaia di visitatori che hanno compiuto questo viaggio attraverso il tempo. Perché i faraoni, in fondo, conoscono il segreto dell’immortalità meglio di chiunque altro: continuano a vivere nella memoria di chi li incontra.

Statua in granodiorite del dignitario Ankhunnefer, figlio di Nebneteru. Si tratta di una classica statua-cubo (o statua a blocco), un genere scultoreo tipico dell’arte egizia progettato per massimizzare la superficie liscia disponibile e incidervi lunghi testi in caratteri geroglifici. Risale al Periodo Tardo della storia egizia. E’ stata rinvenuta nella celebre Cachette del Tempio di Karnak a Luxor. Ph: Enzo Zappalà

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