La guerra dei dazi di Trump nel 2026 è uno scenario plausibile più che una certezza già scritta. Dipende da come Donald Trump imposterebbe il suo secondo mandato e da quanto spazio avrebbe sul piano politico interno e internazionale. Alcuni punti chiave aiutano però a capire cosa potrebbe accadere.
Trump ha sempre usato i dazi come strumento politico oltre che economico. Nel 2018–2019 li ha applicati contro la Cina, l’Unione Europea, il Messico e altri partner, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il deficit commerciale e riportare produzione negli Stati Uniti. Nel 2026 la logica sarebbe simile, ma con un contesto globale più fragile.
Le ipotesi più citate dagli analisti includono dazi generalizzati fino al 10 per cento su tutte le importazioni negli USA e dazi molto più elevati, anche oltre il 60 per cento, su prodotti cinesi. L’attenzione sarebbe concentrata su auto elettriche, acciaio, semiconduttori, batterie e tecnologie strategiche. L’Europa potrebbe essere colpita soprattutto sul settore automotive e agroalimentare.
I dazi servirebbero a rafforzare l’industria americana e a mandare un segnale all’elettorato manifatturiero. Allo stesso tempo verrebbero usati come leva negoziale per ottenere concessioni commerciali e industriali. Non si tratterebbe quindi solo di protezionismo, ma di una strategia di pressione continua.
Una nuova guerra dei dazi nel 2026 aumenterebbe l’inflazione globale, perché i costi di importazione verrebbero trasferiti ai consumatori. Le catene di fornitura diventerebbero meno efficienti e più regionalizzate. La crescita mondiale rallenterebbe, con effetti particolarmente negativi per le economie esportatrici come Germania e Italia.
I mercati reagirebbero con maggiore volatilità. Probabile rafforzamento del dollaro nelle fasi iniziali, pressione su azioni industriali e tecnologiche globali, e maggiore interesse per asset difensivi. Le imprese più esposte al commercio internazionale subirebbero revisioni al ribasso degli utili.
Per l’Europa il rischio principale sarebbe un calo delle esportazioni verso gli USA e una nuova frammentazione commerciale. Per l’Italia, settori come meccanica, auto, lusso e agroalimentare potrebbero essere colpiti indirettamente, soprattutto se i dazi diventassero strutturali e non temporanei.
Nel 2026 una guerra dei dazi di Trump non sarebbe un ritorno al passato, ma una versione più dura e sistemica del protezionismo americano. Più che uno scontro episodico, sarebbe un cambio strutturale delle regole del commercio globale, con effetti duraturi su crescita, inflazione e strategie industriali.
