INTERVISTA di LAURA DIOMEDE DI R.E.A. (RADIOTELEVISIONI EUROPEE ASSOCIATE) alla dott.ssa ROBERTA COSTANTINI, Psicologa giuridica del COORDINAMENTO SCIENTIFICO DEL CONVEGNO SULLA RESPONSABILITA’ GENITORIALE DOPO LA RIFORMA CARTABIA

Dottoressa Costantini, perché un convegno sulla responsabilità genitoriale dopo la riforma Cartabia interessa non solo i giuristi, ma anche chi si occupa di salute, relazioni e benessere familiare?
Perché le crisi familiari non sono mai soltanto questioni giuridiche. Hanno un impatto profondo sulla vita emotiva delle persone, sulla qualità delle relazioni e, molto spesso, sul benessere psicologico dei minori. Quando una separazione o un conflitto genitoriale entra in un procedimento giudiziario, non si discute solo di regole, ma di equilibri familiari fragili, di stress, di paure, di difficoltà comunicative e di bisogni di protezione. Per questo il tema interessa anche il mondo sanitario e psicosociale. Parlare di responsabilità genitoriale significa parlare di salute relazionale, di prevenzione del danno nei minori e di strumenti che devono aiutare il sistema a leggere bene la complessità, senza ridurla a formule astratte.
Nel dibattito di oggi si parla molto di mediazione familiare. Dal suo osservatorio, quando può essere davvero utile?
La mediazione familiare può essere molto utile quando esistono condizioni minime di equilibrio, di ascolto reciproco e di reale possibilità di dialogo tra i genitori. In questi casi può aiutare a ridurre la conflittualità, a riorganizzare le funzioni genitoriali e a mantenere il focus sull’interesse dei figli. Però bisogna evitare ogni automatismo. Non ogni conflitto è mediabile, e soprattutto non lo sono quei casi in cui emergono violenza domestica, intimidazione, controllo o forti asimmetrie di potere. In queste situazioni il rischio è che uno strumento nato per favorire il dialogo diventi invece un contenitore inadeguato. La vera questione, quindi, non è essere favorevoli o contrari alla mediazione in astratto, ma saper valutare bene i casi e garantire sempre sicurezza, equilibrio e tutela dei soggetti più fragili.
Lei ha esperienza diretta di CTU anche in procedimenti recenti. Perché la consulenza tecnica d’ufficio è un tema così delicato?
Perché nei procedimenti familiari la CTU può avere un peso molto rilevante nella comprensione della vicenda e nell’orientamento della decisione. Proprio per questo deve essere uno strumento molto rigoroso. La consulenza è preziosa quando aiuta a chiarire aspetti complessi del funzionamento familiare, delle competenze genitoriali e dei bisogni del minore, ma deve restare ben delimitata. Servono quesiti chiari, metodi espliciti, rispetto del contraddittorio, attenzione ai tempi e grande cautela nella gestione delle informazioni sensibili. Uno dei punti più delicati è evitare che il consulente assuma, di fatto, un ruolo che si avvicina troppo alla decisione. La CTU funziona bene quando resta trasparente, verificabile e coerente con il proprio compito tecnico, senza confondere i piani tra osservazione, valutazione specialistica e decisione giudiziaria.
Quali sono i principali rischi da evitare quando si affrontano casi di alta conflittualità familiare?
Il primo rischio è leggere tutto come semplice conflitto tra adulti, senza cogliere quando dietro al conflitto ci siano paura, manipolazione, forte squilibrio relazionale o sofferenza psicologica significativa. Il secondo rischio è perdere di vista il minore, che non può diventare il terreno su cui si prolunga lo scontro genitoriale. Il terzo è affidarsi a procedure standard in situazioni che richiedono invece una valutazione molto attenta e personalizzata. Nei casi di alta conflittualità servono prudenza, competenza e capacità di distinguere: distinguere il conflitto dalla violenza, il disaccordo dalla sopraffazione, la difficoltà comunicativa dalla compromissione delle capacità genitoriali. Solo così gli strumenti, dalla mediazione alla CTU, possono essere usati in modo corretto e realmente protettivo.
Quale messaggio vorrebbe che arrivasse al pubblico da questo convegno?
Vorrei che arrivasse un messaggio molto concreto: quando si parla di famiglie e minori, la qualità delle decisioni dipende dalla qualità dello sguardo con cui leggiamo le situazioni. Non basta avere norme o strumenti; bisogna saperli utilizzare con equilibrio, competenza e sensibilità. La tutela del minore non è una formula da richiamare in astratto, ma un criterio operativo che deve guidare ogni scelta. Questo significa usare bene la mediazione quando può aiutare, delimitare bene la CTU quando serve un approfondimento tecnico e mantenere sempre alta l’attenzione sulle condizioni di vulnerabilità. Se il convegno riuscirà a rafforzare questa consapevolezza e a promuovere un dialogo più maturo tra giustizia, professionisti e famiglie, avrà raggiunto un risultato importante.
INTERVISTA di LAURA DIOMEDE DI R.E.A. (RADIOTELEVISIONI EUROPEE ASSOCIATE) al Dr. Massimo Maria de Meo, presidente CONFASSOCIAZIONI Salute e Terzo Settore, fondatore nel 1993 della Rivista ITER LEGIS Informazione e critica legislativa

“Oggi parliamo di famiglie, minori, mediazione e tutela concreta dopo la riforma Cartabia: cosa cambia davvero e quali attenzioni servono perché gli strumenti funzionino senza penalizzare i soggetti più fragili “
Dottor De Meo, perché questo convegno è importante anche per chi non è un addetto ai lavori?
Perché il tema riguarda la vita concreta delle famiglie. Quando parliamo di responsabilità genitoriale dopo la riforma Cartabia, non stiamo parlando soltanto di norme o procedure, ma di come il sistema affronta separazioni, conflitti tra genitori, tutela dei figli e tempi della giustizia. Sono questioni che hanno un impatto diretto sulla serenità delle persone e sulla protezione dei minori. Per questo è importante spiegare bene cosa cambia: una riforma è davvero utile quando non resta chiusa nel linguaggio tecnico, ma diventa comprensibile anche ai cittadini. Il convegno serve proprio a questo: capire se gli strumenti introdotti funzionano davvero, se aiutano a ridurre il conflitto e se rendono il sistema più chiaro, più equo e più vicino ai bisogni reali delle famiglie.
Uno dei temi centrali è la mediazione familiare. Perché oggi è così strategica?
Perché la giustizia di famiglia non può essere letta solo come il luogo della decisione finale, ma anche come uno spazio in cui si cerca, quando possibile, di governare il conflitto prima che diventi insanabile. La mediazione familiare è importante perché può aiutare i genitori a riorganizzare il rapporto nell’interesse dei figli. Ma va detta una cosa con chiarezza: non è uno strumento automatico e non può essere considerato una soluzione valida in ogni situazione. Occorrono criteri rigorosi, filtri di sicurezza e una valutazione seria dei casi in cui esistono violenza, forti squilibri o condizioni di vulnerabilità. Il punto non è dire “più mediazione” in astratto, ma capire in quali condizioni possa diventare davvero una risorsa utile e rispettosa dei diritti.
Lei ha dedicato molta attenzione alla qualità della legge e alla trasparenza verso i cittadini. Qual è oggi il nodo più delicato?
In effetti il nodo più delicato è il passaggio dalla norma alla sua applicazione concreta. Ho potuto vedere che molte riforme sono animate da obiettivi condivisibili, ma poi incontrano difficoltà quando devono tradursi in prassi coerenti e comprensibili. Una legge di qualità quindi non è solo una legge ben scritta dal punto di vista tecnico; è una legge che definisce bene ruoli, limiti, garanzie e linguaggio. Se questi elementi restano troppo indeterminati, il rischio è creare incertezza, differenze territoriali e difficoltà per gli operatori e per i cittadini. In una materia sensibile come quella familiare questo rischio pesa ancora di più, perché ogni ambiguità procedurale si riflette su relazioni fragili, su tempi emotivamente delicati e su decisioni che incidono direttamente sulla vita dei minori.
Nel suo ruolo di presidente di Confassociazioni Salute e Terzo Settore, quanto può incidere il Terzo settore nel rapporto tra famiglie, giustizia minorile e istituzioni, anche su temi delicati come l’adozione internazionale, l’affido e l’ospitalità di minori provenienti da orfanotrofi esteri?
Il Terzo settore può dare un contributo molto importante, forse strategico, perché spesso rappresenta il punto di contatto più vicino tra i bisogni reali delle famiglie, le sensibilità sociali e le istituzioni. Lo vediamo bene in ambiti come l’adozione internazionale, l’affido e i percorsi di ospitalità di minori provenienti da contesti esteri particolarmente fragili: qui non basta il dato normativo, serve una rete fatta di orientamento, accompagnamento e responsabilità condivise. Le associazioni familiari, in particolare quelle registrate come Enti del Terzo Settore insieme ai professionisti e ai tecnici, possono aiutare a costruire un dialogo più efficace tra famiglie, Tribunale per i minorenni e istituzioni, riducendo incomprensioni, isolamento e distanza. Il punto non è sovrapporsi ai ruoli, ma creare connessioni migliori, più fiducia e percorsi di tutela più umani ed efficaci.
Quale messaggio dovrebbe uscire da questo convegno?
Il messaggio dovrebbe essere molto semplice: innovare non significa complicare, ma costruire strumenti più chiari e più efficaci. Oggi abbiamo bisogno di una giustizia familiare che sia capace di proteggere, di ascoltare e di orientare, non solo di decidere. Questo significa lavorare sulla qualità della norma, sulla qualità delle prassi e anche sulla qualità della comunicazione pubblica. I cittadini devono poter capire quali percorsi esistono, cosa possono aspettarsi da una mediazione, da una CTU, dal giudice, e quali sono sempre le garanzie a tutela dei minori e delle persone più fragili. Se da questo confronto emergeranno proposte concrete, leggibili e condivise, allora il convegno avrà svolto una funzione davvero utile anche oltre il dibattito tra specialisti.


