
Ci sono personaggi della storia che continuano a parlarci, anche a distanza di secoli. Uomini e donne che hanno lasciato un’impronta così profonda nel loro tempo da rendere quasi naturale immaginare di poterli incontrare, sedersi di fronte a loro e porre quelle domande che nessuno ha mai potuto rivolgere.
È da questa idea che nasce, con questo articolo, una nuova serie de La Stele di Rosetta: “Le interviste impossibili”, un viaggio nel passato attraverso incontri che non possono essere realmente accaduti, ma che cercano di restituire voce, carattere e pensieri ai grandi protagonisti della storia. Imperatori, condottieri, sovrani, filosofi e personaggi capaci di cambiare il corso degli eventi: li incontreremo nel loro tempo, nei momenti decisivi della loro vita, per rivolgere loro domande sulle loro imprese, sulle loro ambizioni, sulle loro paure e, soprattutto, sulle scelte che hanno segnato la Storia.
Il primo incontro non poteva che essere con Domiziano.
Roma, 16 settembre del 96 d.C. Sul Palatino, nel cuore della Domus Flavia, l’imperatore Tito Flavio Domiziano continua a governare l’Impero Romano. Ha quarantacinque anni e siede sul trono da quindici. È un uomo potente. Forse troppo potente. Ha rafforzato le frontiere, riorganizzato l’amministrazione, promosso una vasta politica edilizia e cercato di restituire autorità alla figura dell’imperatore. Ma il suo rapporto con il Senato è diventato sempre più difficile. Dopo anni di sospetti, processi e condanne, a Roma il timore ha cambiato padrone: molti temono Domiziano, mentre Domiziano teme i suoi nemici. E i nemici, questa volta, sono molto vicini.
Quando incontriamo l’imperatore, mancano soltanto due giorni alla sua morte. Lui, naturalmente, non lo sa.
Noi sì.
Il paradosso di un’intervista impossibile è quello di poter rivolgere a un uomo domande che nessuno dei suoi contemporanei avrebbe potuto formulare. Possiamo chiedergli cosa pensa davvero del Senato. Possiamo metterlo davanti alle accuse di tirannia, di spietato persecutore dei cristiani. Possiamo domandargli se abbia mai avuto paura di essere assassinato. E possiamo persino permetterci il lusso più crudele: chiedergli come vorrebbe essere ricordato.
Domiziano ci appare così non soltanto come il “tiranno” tramandato dalla propaganda dei suoi avversari, ma come un uomo complesso, consapevole della propria forza e delle proprie debolezze, convinto che l’Impero abbia bisogno di un sovrano forte e che il potere non possa essere esercitato chiedendo il permesso a chi vorrebbe limitarlo.
Ma c’è qualcosa che sfugge al suo controllo: qualcosa che si muove nei corridoi del Palazzo. Una congiura. Infatti, il 18 settembre del 96 d.C. Domiziano verrà assassinato nella sua stessa camera da un gruppo di congiurati. Poche ore dopo, il suo nome sarà consegnato alla damnatio memoriae.
Ma oggi, in questa ricostruzione impossibile, siamo ancora al 16 settembre. L’imperatore è vivo e il potere è ancora nelle sue mani. E noi abbiamo un’occasione irripetibile. Guardarlo negli occhi e chiedergli: “Augusto, avete paura di morire?” La sua risposta potrebbe sorprenderci. Quella che arriverà due giorni dopo, molto meno.
Ci apprestiamo, dunque, ad incontrare l’imperatore che ci ha concesso questa intervista impossibile per la Rubrica di divulgazione storico-archeologica “La Stele di Rosetta”, pubblicata da IQ. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI
“SONO STATO EDUCATO ALL’OMBRA DI MIO FRATELLO”
“ROMA AVEVA BISOGNO DI UN IMPERATORE, NON DI UN UOMO AMATO”
“AGRICOLA? UN GRANDE GENERALE”
L’INCONTRO
Roma, 16 settembre 96 d.C. Il palazzo imperiale è immerso in una quiete innaturale. Fuori, Roma continua a vivere. Le voci dei venditori arrivano dalle strade, i carri attraversano il Foro, i senatori discutono nelle loro case, i legionari sorvegliano gli edifici pubblici. Ma qui, sul Palatino, l’aria è diversa.
L’imperatore Tito Flavio Domiziano ha quarantacinque anni. È sul trono da quindici anni. È stato celebrato come Germanicus, ha rafforzato le frontiere dell’Impero, ha combattuto contro i Catti e contro i Daci, ha riformato l’amministrazione, ha cercato di imporre disciplina alla società romana.
Ma negli ultimi anni il suo rapporto con il Senato è diventato sempre più conflittuale. Dopo la rivolta di Saturnino dell’89, la diffidenza dell’imperatore verso le élite romane è cresciuta. Le accuse di tradimento, i processi e le confische hanno alimentato un clima di paura. E ora Domiziano si trova davanti a me. Non sa che tra due giorni sarà morto. Io sì.

Augusto, vi ringrazio per aver accettato questa conversazione.
Non sono solito concedere il mio tempo a chiunque.
Immagino.
E immagino anche che voi non siate venuto qui per adulare l’imperatore.
No, Augusto. Sono venuto per ascoltarlo.
Allora chiedete.
“SONO STATO EDUCATO ALL’OMBRA DI MIO FRATELLO”
Augusto, siete figlio di Vespasiano. Fratello di Tito. Siete nato dentro la famiglia che ha ricostruito l’Impero dopo il caos di 27 anni fa [il 69 d.C., l’anno dei quattro imperatori – NdA]. Eppure, durante il regno di vostro padre e di vostro fratello, siete rimasto in secondo piano. Vi siete mai sentito trascurato?
Trascurato? (Sorride) No: osservato. È molto diverso. Mio padre era un uomo pratico. Sapeva riconoscere il valore degli uomini. Mio fratello era amato dal popolo e dall’esercito. Io ero il figlio più giovane, quello che doveva aspettare.

E aspettare non vi piaceva.
A nessun uomo destinato al comando piace aspettare.
Avete mai invidiato Tito?
Mio fratello aveva una qualità che io non ho mai posseduto.
Quale?
Era amato facilmente. Io ho sempre dovuto essere rispettato. E c’è una differenza enorme tra le due cose.
“ROMA AVEVA BISOGNO DI UN IMPERATORE, NON DI UN UOMO AMATO”

Quando Tito morì, ormai quindici anni fa [nell’81, NdA], voi diventaste imperatore. Che cosa pensaste?
Finalmente.
Tutto qui?
Finalmente Roma aveva un uomo che avrebbe governato.
Non siete stato un imperatore popolare come Tito.
E Roma non è un teatro: un imperatore non deve essere applaudito, deve essere obbedito.
È questa la vostra concezione del potere?
Il potere imperiale è responsabilità. Il popolo vuole grano, l’esercito vuole paghe puntuali, le frontiere vogliono soldati, le province vogliono amministratori capaci, il Senato vuole conservare privilegi. E tutti vogliono che qualcun altro paghi il conto. Io ho dovuto governare.
E per governare avete aumentato il controllo sul Senato.
Il Senato? (Domiziano ride brevemente) Il Senato è convinto che l’Impero sia ancora una Repubblica. Ma non lo è. Mio padre è stato il vero fondatore dell’Impero.
Sì, sapevo di questa cosa. Ma potete spiegarmela meglio?
(Domiziano rimane in silenzio per qualche istante. Poi accenna un sorriso) Prima di mio padre Roma aveva ancora un impero, ma non aveva più una certezza su chi dovesse governarlo. Guardate ciò che era accaduto dopo Nerone. Galba, Otone, Vitellio… tre uomini in pochi mesi. E prima ancora di loro, eserciti che decidevano quale uomo dovesse indossare la porpora. Mio padre comprese una cosa che gli altri non avevano compreso: l’Impero non poteva sopravvivere se ogni esercito poteva creare il proprio imperatore.

Ma Vespasiano fece qualcosa di ancora più importante. Diede una base giuridica al potere che aveva conquistato con le armi. Voi la chiamate lex de imperio Vespasiani. Quella legge, approvata dal Senato e dall’assemblea popolare, non fu una semplice formalità. Era il riconoscimento ufficiale dei poteri del principe. Stabiliva, in sostanza, quali prerogative spettassero a Vespasiano come imperatore: il diritto di convocare e presiedere il Senato e il popolo, di raccomandare candidati alle magistrature, di concludere trattati, di agire con l’autorità necessaria alla sicurezza dello Stato e di esercitare quei poteri che erano stati riconosciuti ai suoi predecessori.
E c’era un elemento ancora più significativo. La legge riconosceva a mio padre la possibilità di agire in determinate circostanze oltre i normali vincoli delle consuetudini e delle leggi, sulla base dei precedenti stabiliti per Augusto, Tiberio e gli altri imperatori.
Comprendete il significato? Mio padre trasformò una vittoria militare in una legittimità istituzionale. Non disse semplicemente: “Ho vinto, dunque sono imperatore”, ma fece in modo che Roma potesse dire: “Vespasiano è imperatore perché il suo potere è stato riconosciuto dalle istituzioni dello Stato.” Questa è la differenza.
Augusto aveva fondato il nuovo ordine dopo le guerre civili. Ma Augusto era stato il vincitore di Azio, l’uomo che aveva potuto presentarsi come colui che restituiva la pace dopo una generazione di conflitti. Mio padre dovette fare qualcosa di diverso: dimostrare che l’Impero poteva sopravvivere anche dopo la caduta di una dinastia, e lo fece senza chiamarsi Augusto, senza appartenere alla casa di Cesare, senza poter invocare il sangue divino dei Giulii. Era un uomo venuto da una famiglia municipale, non dalla vecchia aristocrazia romana. Eppure, riuscì a trasformare la propria vittoria militare in un nuovo ordine politico. Ricostruì le finanze. Ricostruì il Senato. Ricostruì l’esercito. Ricostruì Roma.

E soprattutto stabilì una cosa fondamentale: la porpora poteva passare da una famiglia all’altra senza che Roma precipitasse nuovamente nel caos. Io e Tito siamo la prova di ciò che mio padre voleva dimostrare. Non siamo stati soltanto i suoi figli: siamo stati la successione.
Mio padre ha trasformato, lo ripeto, una vittoria militare in una dinastia. E la lex de imperio ha trasformato quella vittoria in qualcosa di più duraturo: un principio di legittimazione del potere imperiale. Per questo vi dico che Vespasiano fu il vero fondatore dell’Impero dei Flavi. Mio padre ha costruito le fondamenta. Mio fratello Tito ha continuato l’opera. Io ho costruito sopra quelle fondamenta. La Storia giudicherà quale dei tre abbia costruito meglio.1
“IO HO RAFFORZATO ROMA”

Augusto, vi viene rimproverato di aver cercato la gloria militare senza ottenere grandi conquiste.
Da chi?
Dai vostri nemici.
Allora ascoltate me. Roma non deve conquistare ogni terra che vede, ma deve sapere quali terre può difendere.
Parlate della Germania?
Parlo dei confini. Abbiamo combattuto contro i Catti. Abbiamo consolidato la frontiera renana e organizzato meglio le province germaniche. E poi c’è la Dacia.

Una guerra che non andò come avevate previsto.
Nessuna guerra va come previsto.
Avete subito sconfitte.
Sì.
E avete concluso un accordo con Decebalo.
Ho comprato tempo.
A prezzo di denaro romano.
Il denaro si può recuperare, ma una legione distrutta no.
“AGRICOLA? UN GRANDE GENERALE”
Vorrei parlarvi di Gneo Giulio Agricola. Perché 12 anni fa lo richiamaste dalla Britannia? [nell’84 – NdR]
(Domiziano solleva lentamente gli occhi dai documenti) Perché mi fate questa domanda come se Agricola fosse stato richiamato per punizione?
Tacito lo racconta quasi così.
Tacito… (Pronuncia il nome lentamente.) Ecco un uomo che ha fatto carriera raccontando quanto fosse cattivo l’imperatore. Tacito aveva le sue ragioni per raccontarlo in quel modo. (Si appoggia allo schienale) Agricola era un ottimo comandante. Questo non l’ho mai negato. Aveva portato le armi romane molto più a nord di quanto avessero fatto i suoi predecessori. Aveva sconfitto i Caledoni a Mons Graupius e aveva dimostrato che la Britannia poteva essere spinta ancora più lontano.

Ma ditemi: un imperatore deve pensare soltanto alla gloria di un singolo generale? Io dovevo pensare all’intero Impero. La Britannia non è l’unico confine di Roma. Sul continente abbiamo il Reno. Più a est abbiamo il Danubio. E le esigenze militari dell’Impero non si misurano soltanto contando le terre che un generale può conquistare, perchè vedete, mio quasi insolente interlocutore, conquistare una provincia è facile. Tenerla è molto più difficile. Agricola aveva raggiunto risultati straordinari. Ma proprio per questo occorreva chiedersi che cosa sarebbe venuto dopo. Quante legioni sarebbero state necessarie? Quanti forti? Quante strade? Quanto grano? Quanto denaro? E soprattutto: quanti uomini avrei dovuto sottrarre agli altri confini?
Voi guardate una carta e vedete una terra ancora da conquistare. Io guardavo la stessa carta e vedevo le legioni che avrei dovuto mantenere lì per sempre.
Eppure Tacito sostiene che foste geloso della sua gloria
(Domiziano lascia trascorrere qualche secondo) La gloria di un generale appartiene all’Impero, non al generale. Quando Agricola tornò dalla Britannia, non lo accolsi come un nemico. Gli furono riconosciuti gli onori dovuti alle sue imprese. Gli furono conferiti gli ornamenta triumphalia. La sua statua fu collocata in un luogo d’onore. Se avessi voluto umiliarlo, avrei potuto fare ben altro.
Ma c’è una cosa che Tacito sembra dimenticare: un comandante vittorioso può diventare pericoloso non perché sia infedele, ma perché diventa troppo importante. Dopo ciò che era accaduto con Saturnino, io conoscevo bene questo problema. Un uomo che possiede il favore delle legioni, che ha conquistato territori, che gode di prestigio a Roma…deve essere osservato. Non necessariamente odiato. Osservato.

Quindi non lo richiamaste per invidia?
(Domiziano sorride) Vi aspettavate che vi dicessi di no?
Mi aspettavo che foste sincero.
(Per la prima volta il suo volto si fa più duro) Allora vi dirò questo: un imperatore può essere orgoglioso del proprio generale e, nello stesso tempo, preoccuparsi della sua crescente fama. Le due cose non si escludono. Ma non fate l’errore di trasformare ogni prudenza politica in gelosia. Io non avevo bisogno che Agricola conquistasse tutta la Britannia per dimostrare la grandezza di Roma. Avevo bisogno che Roma rimanesse forte. E c’era un’altra ragione: Agricola aveva già compiuto moltissimo, forse troppo, se guardiamo alle risorse necessarie per proseguire.
A un certo punto un comandante deve tornare a casa, non perché abbia fallito, ma perché ha vinto abbastanza.
(Domiziano si volta verso la finestra. Per un istante sembra osservare Roma) Sapete qual è il destino degli uomini come Agricola? Quando vincono, tutti chiedono loro di continuare: ancora una montagna, ancora un fiume, ancora un popolo, ancora una vittoria, finché, un giorno, qualcuno si accorge che per conquistare l’ultimo pezzo di terra ha sacrificato tutto ciò che aveva conquistato prima. Io non volevo questo.
Agricola aveva dato alla Britannia una grande vittoria. Io dovevo decidere se quella vittoria dovesse diventare una conquista definitiva. E decisi di no, almeno per allora. Non confondete la prudenza con la paura. E non confondete la prudenza con l’invidia. (Fa una pausa. Poi aggiunge, quasi sottovoce) Forse Tacito avrebbe scritto diversamente se fosse stato lui a dover pagare le legioni, rifornirle, sostituire i caduti e difendere contemporaneamente ogni altro confine dell’Impero.
E allora, Augusto, perché Agricola non ricevette un trionfo?
Perché un trionfo non è semplicemente il premio per aver vinto una battaglia. Tacito racconta la cosa come se io avessi voluto ridurre Agricola, mortificarne la gloria, quasi temessi che il suo nome potesse oscurare il mio. Ma ditemi: se avessi voluto umiliarlo, perché gli avrei concesso gli ornamenta triumphalia, una statua e gli onori riservati ai comandanti vittoriosi? Un trionfo è qualcosa di diverso. È una celebrazione pubblica, solenne, straordinaria. E soprattutto è una celebrazione che può trasformare un generale in un personaggio politico. Agricola aveva ottenuto grandi risultati in Britannia. Questo è indiscutibile. Ma io ero l’imperatore. E sotto il mio comando dovevano rimanere chiari i confini tra la gloria di un comandante e l’autorità di chi governava l’Impero. Io non negai ad Agricola la sua vittoria. Negai che quella vittoria potesse diventare una fonte autonoma di potere.

Quindi fu una scelta politica?
Fu una scelta imperiale. Roma non appartiene ai suoi generali. Appartiene a Roma. Un comandante può conquistare territori, sconfiggere eserciti, attraversare montagne e mari. Ma quando torna a Roma, deve ricordare che tutto ciò che ha ottenuto lo ha ottenuto come rappresentante dell’imperatore e dello Stato, della Res Publica!
E poi c’era un’altra questione. Dopo Saturnino, avevo imparato che la distanza tra la gloria militare e l’ambizione politica può essere molto più breve di quanto si immagini. Non accusavo Agricola di tradimento. Non avevo bisogno di farlo. Un buon imperatore deve anche saper prevenire i pericoli prima che diventino reali.
Ma non temevate che Agricola si sentisse offeso?
Forse. Ma governare significa anche prendere decisioni che non rendono tutti felici. Agricola aveva servito Roma. Io non lo dimenticai. Gli concessi gli onori che ritenevo appropriati. Il problema è che voi uomini moderni guardate alla Storia cercando sempre un colpevole. Io vi direi di guardarla diversamente. A volte un imperatore richiama un generale non perché lo odi, ma perché ritiene che abbia già fatto abbastanza. E Agricola, proprio perché era un uomo intelligente, lo comprese.2
Si dice che lo abbiate fatto uccidere…
(Domiziano mi fissa) Si dicono molte cose.
E voi non rispondete?
Un imperatore che risponde a ogni voce diventa schiavo delle voci.
“GERMANICUS ET DOMINUS”
Vi siete fatto chiamare Germanicus. Avete anche imposto una concezione molto più autocratica del principato.
Augusto ha creato il principato, ma io ho imparato ciò che accade quando si finge che il Senato abbia ancora il potere della Repubblica.
E voi avete concentrato il potere nelle vostre mani.
Sì.
Senza rimorsi?
No.
Mai?
Un imperatore che prova rimorso per aver esercitato il proprio potere è un uomo inadatto al trono.
“LA PAURA È UNO STRUMENTO”

Augusto, siete accusato di aver governato attraverso la paura.
La paura è uno strumento.
Per voi?
Per chiunque governi. La differenza è che alcuni uomini fingono di non usarla.
Avete fatto condannare senatori. Avete confiscato patrimoni. Avete colpito uomini appartenenti alle famiglie più importanti di Roma.
Alcuni erano colpevoli.
Tutti?
Nessun sistema giudiziario è perfetto.
Ma voi avete trasformato il sospetto in colpa.
Quando un uomo complotta contro l’imperatore, il sospetto può diventare una questione di sopravvivenza.
E dopo la rivolta di Saturnino?
(Per la prima volta Domiziano non risponde immediatamente) Dopo Saturnino ho capito una cosa. Che il nemico può essere seduto accanto a te.
SATURNINO

Augusto, vorrei approfondire questo episodio, che sembra aver segnato profondamente il vostro regno. Che cosa accadde davvero?
(Domiziano abbassa per un momento lo sguardo. Quando riprende a parlare, il tono è più duro) Saturnino… Lucio Antonio Saturnino. Non dimentico quel nome. Era governatore della Germania Superiore e comandante delle legioni stanziate a Mogontiacum. Un uomo che conosceva l’esercito conosceva il confine e, soprattutto, conosceva molto bene il funzionamento del potere.
Durante il mio ottavo anno di regno [l’89 – NdA], decise che il momento era arrivato. Due legioni si schierarono con lui. La XIV Gemina e la XXI Rapax. Non erano bande di ribelli. Erano legioni romane. Ed è questo che dovete comprendere: quando un uomo si ribella con dei soldati, avete una rivolta. Quando un comandante romano riesce a portare delle legioni contro l’imperatore, avete qualcosa di molto più pericoloso: avete la possibilità di una nuova guerra civile.
Io ero a Roma. E improvvisamente il problema non era più soltanto Saturnino. Il problema era la domanda che poteva cominciare a circolare negli accampamenti: “Perché dovremmo obbedire a Domiziano?” È questa la domanda che può distruggere un Impero.

Saturnino aveva davvero intenzione di marciare contro Roma?
Questo non posso dirvelo con certezza. E chi vi racconta di conoscere ogni suo pensiero sta probabilmente inventando. So che si fece proclamare imperatore e che aveva con sé due legioni. So che cercò appoggi e che la situazione avrebbe potuto rapidamente allargarsi. Ma non gli fu concesso il tempo.
Il governatore della Germania Inferiore, Aulo Bucio Lappio Massimo, reagì con grande rapidità. E fu lui a infliggere a Saturnino la sconfitta decisiva. Saturnino aveva sperato anche nell’aiuto dei Germani oltre il Reno. Ma il Reno, quella volta, fu dalla nostra parte: il gelo che aveva permesso ai Germani di attraversarlo venne meno. Il disgelo impedì loro di intervenire.
A volte gli imperi vengono salvati dagli eserciti. Altre volte…dal tempo. Saturnino fu sconfitto e ucciso. La rivolta era finita. Ma per me non era finito nulla.
Perché?
(Domiziano mi guarda) Perché avevo appena ricevuto una lezione che nessun imperatore dovrebbe dimenticare. Avevo visto con i miei occhi ciò che poteva accadere quando un comandante disponeva contemporaneamente di uomini, armi e prestigio. Da quel momento, ogni governatore che accumulava troppo potere poteva diventare un possibile Saturnino. Ogni legione poteva diventare una tentazione. Ogni amicizia tra senatori e comandanti poteva assumere un significato diverso, e ogni silenzio…poteva nascondere qualcosa. Voi potreste chiamarla paranoia, ma io la chiamavo prudenza.
Perché Saturnino mi aveva dimostrato una cosa terribile: l’imperatore non è mai veramente al sicuro.
Ma dopo la repressione ci furono processi e condanne. Non avete forse reagito con eccessiva durezza?
(Domiziano si irrigidisce) Eccessiva durezza? Quando una ribellione viene soffocata, dovete decidere se volete che sia l’ultima o la prima di una serie. Io scelsi di fare in modo che fosse l’ultima. Furono puniti coloro che avevano partecipato alla congiura. Furono interrogati uomini importanti. Furono cercate complicità. E sì, dopo Saturnino la mia fiducia negli uomini diminuì.

Ma ditemi voi: come avrebbe dovuto comportarsi un imperatore che aveva appena scoperto che due legioni potevano proclamare un altro uomo Augusto? Avrei dovuto dimenticare o perdonare tutti? Avrei dovuto aspettare che un altro Saturnino sorgesse in un’altra provincia? No, no e ancora no! Un imperatore che ignora una rivolta prepara la successiva!!!
(Domiziano si interrompe. Per qualche secondo nella stanza non si sente altro che il rumore lontano della città. Poi riprende) E tuttavia c’è qualcosa che forse voi, uomini del futuro, comprenderete meglio di noi. Saturnino non mi fece soltanto temere i traditori. Mi fece capire quanto fosse fragile il sistema che mio padre aveva costruito. Lui aveva posto ordine dopo il caos di 27 anni fa. Io avevo sempre pensato che il compito della mia generazione fosse difendere quell’ordine.
Saturnino mi ricordò che la Res Publica [così i Romani chiamavano l’Impero – NdR] non appartiene a un uomo. Appartiene a chi riesce a controllare le legioni, le province e la fedeltà degli uomini. E questa è una verità che nessun imperatore ama ascoltare. Perché significa che, mentre siedi sul trono e credi di governare il mondo…da qualche parte, qualcuno potrebbe già stare decidendo chi prenderà il tuo posto.
(Domiziano tace. Non posso fare a meno di pensare che, in quel momento, mancano soltanto due giorni alla sua morte)
“MI CHIAMANO TIRANNO”

Vi chiamano tiranno.
È una parola facile.
Vi chiamano nuovo Nerone.
(Il volto dell’imperatore cambia) Nerone aveva bisogno di essere amato. Io no.
Vi consideravate migliore di Nerone?
Molto.
Perché?
Perché Nerone voleva essere artista. Io voglio essere un imperatore.
I CRISTIANI

Augusto, veniamo a una questione controversa. Perché perseguitate i cristiani?
(Domiziano solleva lentamente lo sguardo) Perseguitare? È questa la parola che userete per descrivere ciò che accade sotto il mio regno? (Fa una breve pausa) Allora permettetemi di correggervi. Io non ho mai emanato una legge che dicesse: “Cercate i cristiani e uccideteli.” Non confondete il mio governo con le persecuzioni che ha condotto Nerone per incolparli dell’incendio di Roma.
Il problema, per Roma, non è soltanto ciò in cui quegli uomini credono. Il problema è la loro fedeltà. Roma può tollerare molti dèi. Abbiamo accolto divinità straniere, culti orientali, sacerdoti provenienti da ogni parte dell’Impero. Ma c’è una cosa che Roma pretende da tutti: il riconoscimento dell’autorità dello Stato. E alcuni di quei cristiani rifiutano persino gli atti pubblici che dimostrano fedeltà all’Impero e agli dèi di Roma. Voi direte che erano gesti simbolici, ma per noi non lo sono!
Quando l’Impero chiede un atto pubblico e un cittadino risponde: “Non posso farlo per la mia fede”, non state più parlando soltanto di religione, state parlando di autorità! E dopo ciò che era accaduto con Saturnino, credetemi, io sono molto attento a qualsiasi forma di lealtà che possa sottrarsi allo Stato.

Ma c’è un’altra cosa che dovete comprendere. I cristiani sono ancora pochi. Non rappresentano un esercito, non controllano province, non possono rovesciare un imperatore. Non li temo per la loro forza. Mi preoccupa ciò che il loro rifiuto può significare. Roma vive di tradizioni. Il Senato, le magistrature, i sacrifici pubblici, il culto imperiale: tutto contribuisce a mantenere insieme popoli diversi. Se ogni individuo potesse dire “la mia coscienza e la mia religione vengono prima dello Stato”, quale autorità sarebbe rimasta all’imperatore?
E tuttavia… (Domiziano si interrompe. Per la prima volta il tono sembra meno sicuro) forse la Storia sarà più severa con me di quanto io non lo sia stato con loro. Ma voi, uomini del futuro, saprete distinguere ciò che un imperatore ordina da ciò che accade durante il suo regno. E forse scoprirete che la verità è più complicata. Ci sono stati cristiani puniti? Probabilmente sì. Ci sono state accuse, processi, confische, condanne? È possibile. Ma una grande persecuzione organizzata in tutto l’Impero, ordinata da me personalmente? Questo è molto più difficile da dimostrare.
Non fate di me il mostro che vi serve per raccontare una storia semplice. Roma, nella mia epoca, è molto più complessa. E io stesso lo sono (Domiziano torna a fissarmi). Ma ricordate una cosa: io non perseguito gli uomini perché pregano un dio diverso. Io pretendo che, prima di tutto, ricordino di essere cittadini di Roma!3
“LA MIA ROMA”

Avete anche investito moltissimo nell’edilizia.
Roma aveva bisogno di essere ricostruita. Il Campidoglio. il Foro, il Palatino, gli edifici pubblici, gli stadi, le strade.
Augusto, avete fatto costruire o completare un numero enorme di edifici e opere pubbliche. Di quale siete più orgoglioso?
(Domiziano solleva lo sguardo dai documenti. Per un istante sembra quasi sorpreso dalla domanda. Poi sorride) Volete che ne scelga uno soltanto?
Se volete…
(Domiziano si appoggia allo schienale) Allora sceglierei il Campidoglio. Non per la sua grandezza soltanto, e nemmeno per l’oro che lo ricopre. Lo sceglierei perché il tempio di Giove era il cuore stesso di Roma. Quando l’incendio lo distrusse, non si trattò semplicemente della perdita di un edificio: era come se Roma avesse perduto una parte della propria memoria. Io volli ricostruirlo più grande e più splendido di prima. Il tempio di Giove Ottimo Massimo doveva ricordare a tutti che Roma poteva essere ferita, ma non spezzata. E sapete cosa significa per me? Che mentre i miei nemici raccontano che io ho costruito per celebrare me stesso, io vi dico che ho costruito perché Roma doveva continuare a riconoscersi nei propri monumenti.

Ma non è l’unica opera di cui sono orgoglioso. Guardate il Palatino. Il palazzo imperiale non è soltanto una residenza. È il luogo nel quale si manifesta il potere di Roma. Ho ampliato e trasformato gli edifici della casa imperiale, creando spazi degni dell’autorità che rappresentano.

E poi c’è il grande spazio, lo Stadio [oggi Piazza Navona – NdA]. Volevo che Roma avesse un luogo destinato agli spettacoli atletici, alle competizioni, alla cultura greca. Perché non credo che Roma debba essere soltanto guerra, tribunali e politica. Un impero deve anche sapere celebrare la vita.

E c’è un’altra opera alla quale tengo molto. Il nuovo Foro che sto facendo realizzare tra il Foro di Augusto e il quartiere della Suburra. Un passaggio che ordina lo spazio della città e che porta il mio nome. Forse un giorno lo chiameranno in un altro modo. (Domiziano si ferma) Questo è il destino dei costruttori: costruiscono nella pietra e lasciano alla Storia il compito di decidere come chiamare ciò che hanno costruito.
Vi riferite al Foro Transitorio?
(Domiziano annuisce) Sì. È ancora un cantiere, ma quando sarà terminato comprenderete ciò che volevo. Roma non è soltanto una città che cresce. È una città che deve essere organizzata. Vie, piazze, templi, portici, palazzi: ogni edificio deve trovare il proprio posto.

Io voglio lasciare una Roma più ordinata, più monumentale, più degna dell’Impero che governa. Mio padre ha risanato le finanze. Tito ha lasciato il suo nome sull’Anfiteatro. Io voglio lasciare il mio nella città stessa. Forse è ambizione. Forse è vanità. Ma ditemi: quale imperatore non desidera che, dopo la propria morte, qualcuno possa ancora camminare per Roma e dire: “Questo lo fece Domiziano.”»
(Fa una pausa e torna ai suoi documenti) Gli uomini possono mentire sulla memoria. La pietra, invece, è più difficile da convincere.
E se la memoria vi giudicasse male?
(Domiziano sorride) La memoria è scritta dai vincitori.

“MIA MOGLIE DOMIZIA”
Parliamo di vostra moglie, Domizia Longina
Perché?
Perché anche lei compare nelle vicende della vostra corte.
Domizia è una donna intelligente.
Vi fidate di lei?
(Questa volta l’imperatore esita) Mi fido di pochissime persone
E di vostra moglie?
Una moglie appartiene alla famiglia.
Non avete risposto.
Ho risposto abbastanza.
“AVETE PAURA DELLA MORTE?”

Augusto, posso farvi una domanda personale?
Fate.
Avete paura di morire?
(Domiziano mi guarda a lungo) No.
Nemmeno dell’assassinio?
(Per un istante, qualcosa cambia nei suoi occhi) Tutti gli imperatori possono essere assassinati.
Anche voi?
Soprattutto io.
Perché?
Perché mi sono fatto troppi nemici.
Nel Senato?
No.
Nell’esercito? Nel popolo?
Neppure.
Allora dove?
(Domiziano abbassa la voce) Nel luogo più pericoloso di tutti.
Quale?
Nel Palazzo.

“CHI POTREBBE TRADIRMI?”
Se qualcuno stesse complottando contro di voi proprio in questo momento, come lo scoprireste?
Lo scoprirei.
Ne siete sicuro?
Sono imperatore.
Questo non vi rende onnisciente.
Mi rende informato.
E se qualcuno vi mentisse?
Lo farebbe una volta sola.
E se fosse qualcuno di cui vi fidate?
(Domiziano sorride appena) Non mi fido di nessuno abbastanza da permettergli di uccidermi.
COME VORRESTE ESSERE RICORDATO?

Augusto, tra molti secoli qualcuno parlerà di voi.
Lo so.
Alcuni vi chiameranno tiranno, come abbiamo già detto.
Prevedibile.
Altri diranno che siete stato un amministratore capace, un imperatore energico, un uomo che ha rafforzato le frontiere e riorganizzato l’Impero.
Più interessante.
Quale delle due immagini è quella vera?
(Domiziano rimane in silenzio. Poi si alza. Cammina verso una finestra. Roma si stende sotto di noi) Sapete qual è il problema della Storia?
Quale?
Che un uomo passa tutta la vita a governare, e poi muore. E altri uomini, che non erano lì, decidono chi fosse.
E voi cosa vorreste che dicessero di Domiziano?
(Si volta) Che Roma era più forte quando l’ho lasciata di quando l’ho ricevuta.
L’ULTIMA DOMANDA

Augusto, permettetemi un’ultima domanda: se sapeste che tra due giorni qualcuno entrerà nella vostra camera e cercherà di uccidervi… cosa fareste?
(Silenzio. Un silenzio lunghissimo. Domiziano mi osserva. Per la prima volta, sembra quasi turbato. Poi sorride) Lo farei entrare.
Perché?
Perché vorrei guardarlo negli occhi.
E poi?
Poi lo ucciderei.
EPILOGO
Mi alzo. L’intervista è finita. Vorrei ringraziare l’imperatore per il tempo che mi ha concesso, ma ai suoi occhi sono solo uno dei tanti impegni che ha sbrigato, nel mare delle sue innumerevoli incombenze. Prima di uscire, lo guardo ancora una volta. Domiziano torna ai suoi documenti. È convinto di avere ancora il controllo. Non sa che il 18 settembre, solo due giorni dopo l’uscita di questa intervista, e secondo il racconto di Svetonio, un liberto di nome Stefano entrerà nella sua stanza con un pretesto e lo colpirà. L’imperatore tenterà di reagire, ma altri congiurati interverranno. Domiziano morirà quel giorno, a quarantacinque anni, dopo quindici anni di regno.

Il Senato decreterà la damnatio memoriae contro di lui. Le sue immagini verranno rimosse, il suo nome cancellato dalle iscrizioni.
Ma c’è un’ultima ironia. Domiziano aveva detto: “La memoria è scritta dai vincitori”. Forse aveva ragione. Però, aveva dimenticato una cosa: volte, anche dopo duemila anni, la memoria torna a interrogare i vincitori. E torna a bussare alla porta dell’imperatore che credeva di non avere nulla da temere.
NOTE STORICHE
1Ho formulato il passaggio sulla lex de imperio Vespasiani in modo prudente. La cosiddetta lex de imperio Vespasiani, conservata in larga parte oggi nei Musei Capitolini, è un documento fondamentale per comprendere la legittimazione del potere di Vespasiano. Non va però interpretata semplicemente come una “costituzione” che conferisse per la prima volta tutti i poteri dell’imperatore: molte prerogative derivavano dalla tradizione e dai precedenti imperiali, che la legge contribuisce a formalizzare e legittimare.
2La risposta è una ricostruzione narrativa. Tacito sottolinea il mancato trionfo di Agricola e interpreta la condotta di Domiziano in chiave fortemente negativa; Agricola ricevette invece gli ornamenta triumphalia. Le motivazioni reali del richiamo e della mancata celebrazione di un trionfo non sono documentate in modo definitivo.
3La tradizione cristiana antica associò Domiziano a persecuzioni e martiri, ma le prove di una persecuzione generale e sistematica sotto il suo regno sono molto problematiche. Ho, quindi, fatto diventare la questione uno dei momenti più interessanti dell’intervista: Domiziano che rifiuta l’immagine del persecutore che la tradizione gli ha consegnato.
NOTA METODOLOGICA
L’intervista è una ricostruzione narrativa immaginaria. Le domande e le risposte non sono attribuibili a Domiziano come parole realmente pronunciate e non provengono né da documenti storici, né da citazioni letterali. Il dialogo è stato realizzato sulla base delle fonti antiche e della storiografia moderna indicate nella bibliografia, che sono servite a costruire il personaggio, il contesto politico e gli episodi storici, cercando di distinguere gli elementi documentati dalle tradizioni riportate dagli autori antichi e dalle interpretazioni moderne. In particolare, la frase: “La memoria è scritta dai vincitori” è una formula letteraria dell’intervista, non una citazione di Domiziano. Allo stesso modo, il dialogo sulla paura, sul Senato e sulla congiura è stato costruito per rendere credibile il personaggio, non per attribuirgli parole realmente pronunciate.
Questa precisazione è particolarmente importante nel caso di Domiziano, perché Svetonio, Tacito e Cassio Dione scrivono dopo la sua morte e trasmettono un’immagine fortemente condizionata dalla damnatio memoriae e dall’ostilità di parte dell’aristocrazia senatoria. La storiografia moderna, da Jones a Galimberti, invita quindi a non prendere automaticamente ogni accusa come un fatto certo.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Fonti antiche
- Svetonio, Vita di Domiziano, in De vita Caesarum, libro VIII. È la fonte principale per il ritratto dell’imperatore, il suo rapporto con il potere, la rivolta di Saturnino, le accuse contro Agricola e il suo assassinio. Per l’intervista ho utilizzato in particolare i capitoli 6–10 e 14–23.
- Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae (Agricola), capp. 39–43. È il riferimento per il richiamo di Agricola dalla Britannia, il clima di sospetto della corte e il racconto della sua morte. È una fonte fondamentale, ma va letta criticamente: Tacito stesso dichiara di non avere certezze sull’ipotesi di avvelenamento.
- Cassio Dione, Storia romana, libro LXVII, capp. 4–5 e 11–18. Riferimento per il regno di Domiziano, la rivolta di Saturnino e il clima politico degli ultimi anni. La bibliografia moderna segnala però che la ricostruzione degli eventi è resa difficile dalla forte ostilità delle fonti antiche.
- Marziale, Epigrammi, IV, 11. Testimonianza contemporanea utile per il contesto della rivolta di Saturnino e per il celebre episodio del disgelo del Reno.
Studi moderni
- Jones, Brian W., The Emperor Domitian, Routledge, London–New York, 1992. È il riferimento moderno principale dell’intervista. L’opera propone una rilettura meno semplicistica di Domiziano, analizzandone amministrazione, politica estera, rapporto con il Senato, corte imperiale e morte. Il capitolo dedicato alla rivolta di Saturnino è particolarmente pertinente.
- Galimberti, Alessandro, “The Emperor Domitian”, in Andrew Zissos (a cura di), A Companion to the Flavian Age of Imperial Rome, Wiley, 2016. Studio utile per inquadrare il governo di Domiziano, la sua politica estera, il rapporto tra religione e potere e il ruolo degli equites nell’amministrazione imperiale.
- Dart, Christopher J., “Frontiers, Security, and Military Policy”, in Andrew Zissos (a cura di), A Companion to the Flavian Age of Imperial Rome, Wiley, 2016. Riferimento per la politica delle frontiere e la gestione militare dell’Impero flavio.
- Dorey, T. A., “Agricola and Domitian”, Greece & Rome, 2009. Studio importante per la lettura critica del rapporto tra Domiziano e Agricola e per evitare di presentare come certe le accuse di Tacito.
- Syme, Ronald; Levick, Barbara, “Antonius Saturninus, Lucius”, Oxford Classical Dictionary. Riferimento specifico per la rivolta del 89 d.C., la sua cronologia, la sconfitta di Saturnino e le conseguenze politiche dell’episodio.
