Intelligenza artificiale e Terzo Settore: la transizione è iniziata, ma serve una “mappa nazionale”.

Dalla crescita della digitalizzazione alle prime sperimentazioni negli ETS: opportunità, limiti organizzativi e la necessità di una rilevazione nazionale

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Il Dottor Massimo Maria de Meo, Presidente di Confassociazioni Salute e Terzo Settore.

Dal digitale “necessario” all’IA quotidiana

Come ricorda Angelo Deiana, Presidente della Confederazione Confassociazioni (di cui facciamo parte anch’io e la Dottoressa Angela Bernardo) nel suo libro Il grande Gioco (Parte Prima.2024 Giacovelli Editore) ed in numerosi convegni in materia di IA, negli anni della pandemia circa 5 miliardi di persone hanno vissuto uno dei più grandi esperimenti sociali e digitali del nostro tempo. Per mesi, relazioni personali, attività professionali, servizi, formazione e partecipazione associativa sono passati attraverso uno schermo. Anche il non profit, con tutte le sue differenze territoriali e dimensionali e di tipologia di relazione, è stato costretto ad accelerare.

Da anni, nella rubrica “Terzo Settore e dintorni” e nel confronto con le associazioni dei pazienti e con le professioni della salute, e con gli enti rappresentati da Confassociazioni Salute e Terzo Settore, sosteniamo che l’innovazione non possa essere misurata soltanto dal numero di strumenti acquistati. Conta la capacità di migliorare i servizi, tutelare i diritti e rafforzare le relazioni con cittadini, volontari, lavoratori e istituzioni. L’intelligenza artificiale costituisce oggi il nuovo banco di prova: è già entrata nelle attività quotidiane di molti operatori, ma non sempre è entrata nelle strategie, nelle responsabilità e nei processi delle organizzazioni.

Questo articolo esplora lo stato attuale, le applicazioni concrete (con prime segnalazioni sui casi italiani), le sfide e le prospettive future, basandosi anche su report internazionali autorevoli come il Blackbaud Institute, oltre che inquadrare le iniziative nazionali, per avere un primo scenario più significativo.

Partiamo da una recente ricerca internazionale di tipo comparativo che ha coinvolto anche l’Italia AI for Social Change: A Civil Society Perspective.: data di pubblicazione e presentazione internazionale dei risultati sulla piattaforma Hive Mind di TechSoupm è 4 dicembre 2025, ma l’approfondimento italiano di Percorsi di Secondo Welfare è stato pubblicato successivamente, l’11 febbraio 2026 ( va ricordato per completezza che  Google.org, divisione filantropica di Google, ha sostenuto l’iniziativa internazionale AI for Social Change).

La ricerca ha coinvolto 972 organizzazioni della società civile di nove Paesi: Italia, Francia, Spagna, Polonia, Regno Unito, Ghana, Kenya, Nigeria e Sudafrica. Circa due terzi delle organizzazioni partecipanti operano localmente e dispongono di gruppi di lavoro composti da non più di dieci persone. La raccolta italiana è stata sostenuta da TechSoup Italia e Percorsi di Secondo Welfare.

Le organizzazioni italiane, da questi primi dati, risultano prevalentemente in una fase sperimentale: quasi la metà sta ancora “testando il terreno”. La quota di utilizzatori relativamente sicuri è superiore alla media dell’indagine, mentre quella degli utilizzatori esperti è inferiore.

Secondo i dati riportati “ChatGPT” è lo strumento più diffuso in tutti i Paesi; le realtà italiane si distinguono, secondo questa ricerca, per un ricorso anche a Google Gemini, mentre l’utilizzo di Microsoft Copilot è sostanzialmente in linea con il campione internazionale.

La principale barriera italiana è la limitata preparazione del personale. Circa il 65% delle organizzazioni italiane chiede finanziamenti e formazione; più della metà considera necessario l’affiancamento di esperti o mentori. Nel campione complessivo, il 57% chiede soluzioni progettate specificamente per il settore sociale e il 68% strumenti adattabili alle proprie esigenze.

Quindi se da una parte si può considerare una fonte interessante per collocare l’Italia in una prospettiva comparata, tuttavia va ricordato che è una rilevazione non esclusivamente italiana né riservata agli ETS iscritti al RUNTS. La dimensione esatta del sottocampione italiano non risulta indicata nella sintesi pubblica esaminata: le percentuali non devono quindi essere presentate come stime nazionali.

Il primo problema, verrebbe da dire come al solito, è conoscitivo. In Italia non è ancora disponibile una statistica ufficiale, nazionale e rappresentativa che misuri in particolare l’adozione dell’IA da parte dei soli Enti del Terzo Settore iscritti al RUNTS. Occorre infatti distinguere gli ETS, la cui qualifica deriva dall’iscrizione al Registro, dal più ampio universo delle Istituzioni Non Profit (INP) rilevato dall’Istat.

Per avere un dato quantitativo stiamo parlando di un universo di circa 368.364 Istituzioni INP attive (stimate dall’ISTAT al 31 dicembre 2024 e pubblicate a giugno 2026) di cui gli ETS iscritti al RUNTS sono oltre 140 mila (dati aggiornati per il 2026 sul sito del Ministero del Lavoro, che supervisiona il Registro RUNTS)

I primi dati e commenti ISTAT sulle INP, dunque descrivono il terreno sul quale l’IA si innesta, ma non ci dicono quanti soggetti non profit ed in particolare quanti ETS usino effettivamente sistemi generativi, predittivi o di automazione.

La base digitale cresce, ma a velocità diverse

I primi risultati del Censimento permanente Istat, riferiti al 2024, mostrano una trasformazione significativa. L’81,3% delle istituzioni non profit utilizza una connessione a Internet, contro il 79,5% del 2021. Tra le INP connesse, il 69,5% adotta almeno una tecnologia digitale, mentre nel 2021 la quota era pari al 49,7%. Il 72,5% usa applicazioni mobili, il 61,8% piattaforme digitali e il 18,2% servizi di cloud computing. Restano molto meno diffuse le tecnologie più avanzate: il 3,2% utilizza dispositivi IoT, il 2,2% strumenti per l’analisi dei big data e l’1,8% la categoria residuale che comprende robotica, stampa 3D e blockchain. L’IA, però, non è rilevata come voce autonoma.

È altrettanto istruttivo osservare chi rimane indietro. Tra le INP non digitalizzate, il 75,1% ritiene le tecnologie non rilevanti per le attività svolte; il 15,7% indica la mancanza di risorse finanziarie, l’8,2% la carenza di personale qualificato e il 6,5% una scarsa cultura digitale. Non si tratta quindi soltanto di acquistare software: occorre comprendere l’utilità concreta dell’innovazione e accompagnare il cambiamento.

Un messaggio analogo emerge dall’indagine “Terzo Settore & Digitale 2024” di Italia non profit e For non profit, realizzata attraverso una consultazione aperta di 459 enti, non limitata ai soli ETS e non assimilabile a un campione probabilistico nazionale. Il 44% dichiara di usare il digitale senza un approccio strategico, mentre soltanto il 13,1% lo considera pienamente integrato nelle attività e nella cultura organizzativa. Le barriere più citate sono le risorse finanziarie insufficienti, 48,6%, la mancanza di competenze interne, 45,5%, e la necessità di un cambiamento culturale, 25,3%.

Il RUNTS ha prodotto una trasparenza prima impensabile, rendendo disponibili dati anagrafici, informazioni sulla governance, bilanci e statuti. Come evidenziano le slide di Italia non profit, tuttavia, i dati restano frammentati e difficili da analizzare su larga scala. L’integrazione tra RUNTS, Istat, 5 per mille e altre fonti pubbliche, sperimentata dal Non Profit Data Hub, indica la direzione: una politica seria sull’IA richiede prima di tutto dati strutturati, interoperabili e verificabili.

Una prima ricerca territoriale, nell’area veneziana: una fotografia esplorativa da non generalizzare

La ricerca più direttamente riferibile agli ETS in Italia finora è quella di Maurizio Busacca, Giacomo Buzzao, Valentina Lovato e Marco Tubaro, pubblicata nel 2025 su “Impresa Sociale”. Il questionario è stato inviato a 1.280 ETS dell’area veneziana e la sezione sull’intelligenza artificiale ha raccolto 158 risposte tra ottobre 2024 e febbraio 2025. Gli stessi autori definiscono il lavoro territoriale ed esplorativo: il campione è intenzionale e non probabilistico, perciò i risultati non possono essere estesi automaticamente all’intero Terzo Settore italiano.

La ricerca è comunque preziosa perché mostra con chiarezza la distanza tra familiarità individuale e capacità organizzativa. Il 47,2% dei rispondenti conosce e ha già utilizzato strumenti di IA; un ulteriore 50,9% sa che cosa siano, ma non li ha mai usati o non sa come funzionino. Eppure il 62,1% dichiara che la propria organizzazione non utilizza IA. Tra gli enti che l’hanno introdotta, il 25,5% lo ha fatto da meno di un anno e solo il 5,6% da più tempo. Appena il 6,2% dispone di personale dedicato e soltanto l’1,9% di una funzione organizzativa specifica.

Le aspettative sono più avanzate delle strutture. Il 47,8% ritiene che l’IA possa rendere più efficace lo svolgimento dei compiti, il 42,9% la considera utile nel proprio lavoro e il 38,5% si attende un aumento della produttività. Il 57,1% intende utilizzarla in futuro, il 58,4% prevede che dovrà farlo e il 55,9% dichiara di averne programmato l’uso.

I freni sono però rilevanti. Il 58,4% non ritiene di avere gli strumenti necessari, il 49,7% non considera adeguate le proprie conoscenze e il 73,3% non vede risorse finanziarie e non finanziarie sufficienti. Il 72,7% non percepisce un aiuto concreto dei dirigenti e il 68,3% non avverte un sostegno dell’organizzazione. Inoltre, il 70,2% esita per il timore di commettere errori e il 67,7% teme la perdita di informazioni. La lezione è netta: l’adozione non dipende soltanto dall’accessibilità di ChatGPT, Gemini o di altri strumenti, ma dalla qualità del contesto nel quale vengono utilizzati.

Che succede tra i professionisti collegati all’Economia sociale ed al Terzo Settore

L’adozione dell’IA nel settore sociale a livello internazionale sta crescendo a ritmi esponenziali, secondo il report Blackbaud Institute del giugno 2026, l’85% dei professionisti del social impact usa l’IA sul lavoro, ma solo il 33% ritiene che l’organizzazione la utilizzi in modo “molto efficace”.  Inoltre negli USA, un’indagine Virtuous su 346 nonprofit ha rilevato che il 92% delle organizzazioni, tramite i propri dipendenti o consulenti, impiega l’IA in qualche forma.

Può essere interessante confrontare questi dati anche con una recentissima indagine, presentata nel giugno 2026 da Social Value Italia, coordinata da ARCO e SCS Consulting, che al di là dei numeri e dello specifico settore di appartenenza ( si tratta di un campione di circa cento professionisti della valutazione d’impatto), rappresenta l’atra “faccia” delle organizzazioni, cioè l’ottica dei professionisti indipendentemente dalla natura giuridica dell’organizzazione di appartenenza. Naturalmente è una fonte utile per chi si occupa di misurazione dell’impatto sociale dei progetti, ma non rileva direttamente in merito all’adozione dell’IA da parte degli ETS nel loro complesso.

Dalla ricerca emerge che Il 44,3% dei partecipanti dichiara di utilizzare regolarmente l’IA; il 29,5% la impiega occasionalmente, il 19,3% è in fase di sperimentazione e il 6,8% non la utilizza.

Per quanto riguarda le applicazioni più frequenti riguardano: redazione di rapporti: 64,2%; revisione linguistica: 60,5%; analisi qualitative e costruzione di indicatori: 44,4%; progettazione della valutazione: 40,7%; analisi quantitative: 35,8%; raccolta dei dati: 16%.

Il beneficio più frequentemente riconosciuto è il risparmio di tempo, indicato dal 90,8% dei rispondenti. Seguono la capacità di analizzare grandi quantità di dati, 55,3%, e la migliore sistematizzazione delle informazioni, 51,3%.

I principali rischi percepiti sono i bias e l’eccessiva standardizzazione, entrambi al 65,8%, seguiti dalle questioni etiche, 48,1%, dalla riduzione del valore attribuito al lavoro umano, 35,4%, e dalla perdita di competenze, 34,2%.

Applicazioni, responsabilità ed attenzione istituzionale

Le applicazioni possibili, come è noto, sono già numerose ed in parte già ricordate, come: scrittura e revisione di testi, comunicazione personalizzata, fundraising e grant writing, analisi documentale, traduzione e semplificazione dei contenuti, supporto alla progettazione, gestione amministrativa, formazione, valutazione d’impatto e affiancamento degli operatori sociali. Nei servizi sanitari, sociosanitari e assistenziali le opportunità possono essere rilevanti, ma lo sono anche i rischi: dati particolarmente delicati, possibili bias, errori difficili da individuare, opacità dei sistemi e attribuzione delle responsabilità.

L’IA, va ricordato, può assistere il professionista, non sostituirne il giudizio né il rapporto fiduciario con la persona.

Dal punto di vista istituzionale un segnale importante viene dall’Avviso n. 3/2024 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: con l’obiettivo di promuovere un uso sicuro, sano, etico e consapevole dell’IA, in particolare tra giovani, famiglie ed educatori” tra le varie domande progettuali presentate, sono stati ammessi al finanziamento tredici progetti per complessivi 7.291.041,66 euro.

Quindi l’avviso rappresenta senz’altro il primo intervento finanziario nazionale espressamente dedicato all’IA nel non profit.  In un’ottica più ampia si può considerare questo avviso, come altri bandi di questi ultimi anni, come il contributo, anche indiretto, fornito in Italia dal PNRR al Terzo Settore

Infatti, come è noto, non esisteva una “Missione” dedicata esclusivamente agli Enti del Terzo Settore (ETS), ma diverse misure trasversali (digitalizzazione della PA, competenze, inclusione sociale, sanità territoriale) che hanno coinvolto o reso accessibili risorse agli ETS tramite partenariati con Comuni, Regioni, CSV o direttamente attraverso bandi specifici.

È però necessario non confondere tre piani diversi: l’adozione interna dell’IA da parte di un ETS; i progetti con cui gli ETS educano altri soggetti all’uso dell’IA; i servizi sociali o assistenziali realizzati mediante sistemi di IA.

In conclusione i finanziamenti ricordati testimoniano una scelta di politica pubblica, ma non misurano l’effettivo tasso di adozione organizzativa.

Prospettive ed ipotesi di lavoro

Anche il quadro regolatorio, oltre agli interventi di finanziamento, impone un salto di qualità. Gli obblighi europei di alfabetizzazione in materia di IA sono applicabili dal 2 febbraio 2025 e dal 2 agosto 2026 entrano in applicazione importanti regole di trasparenza. La legge italiana n. 132 del 23 settembre 2025 integra il Regolamento europeo.

Per gli ETS tutto ciò non può ridursi a un nuovo adempimento: servono policy interne, criteri per la selezione dei fornitori, regole sull’uso dei dati personali, tracciabilità delle decisioni, verifica delle fonti, supervisione umana e procedure per gestire errori e incidenti.

Sarebbe utile quindi una sorta di “mappa nazionale” che aggiorni in tempo reale l’uso ed i risultati ottenuti con le applicazioni di IA nel Terzo Settore. Il RUNTS può offrire la base anagrafica per costruirla, anche in una logica evolutiva, come si è iniziato a parlarne in alcune Regioni. ed in particolare nella Regione Lazio in un seminario, molto partecipato, del dicembre 2025 sullo stato di attuazione del RUNTS nel Lazio.

Oltre l’Istat, il Ministero del Lavoro ed Unioncamere, che già producono un Rapporto sul Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, potrebbero promuovere una rilevazione periodica, stratificata per sezione del Registro, dimensione, territorio e settore di attività, anche in collaborazione con le  reti associative, CSV e Università.

Naturalmente andrebbero distinti l’uso personale da parte dei dipendenti e dei volontari e quello autorizzato dall’ente, le diverse tecnologie impiegate, le aree applicative, la formazione, le policy, il trattamento dei dati sensibili, i benefici misurati e gli ostacoli.

Le reti associative, compresa la nostra Confederazione, e la stessa Testata IQ possono svolgere una funzione importante di sensibilizzazione e raccordo tra istituzioni, competenze professionali e organizzazioni. La sfida, ancora una volta, non consiste nel rincorrere ogni novità tecnologica, ma nel governarla. L’intelligenza artificiale, pensiamo che non debba sostituire il cuore relazionale del Terzo Settore: deve liberare tempo, ampliare l’accessibilità, migliorare la conoscenza dei bisogni e rendere più trasparente l’impatto. Per riuscirci, occorre passare dalla curiosità individuale alla responsabilità organizzativa e dalla retorica dell’innovazione a una politica fondata su dati, competenze e diritti.

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