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In memoria del Papa laico.

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E’ morto Eugenio Scalfari, pace all’anima sua. Aveva 98 anni ed è stato per decenni il Papa laico della Repubblica.

La vita.

Nato a Civitavecchia il 6 aprile 1924 , era figlio di un direttore di Casinò ma adottato,grazie al suo matrimonio con Simonetta De Benedetti figlia del direttore de La Stampa Giulio, dal gotha intellettuale e giornalistico laico. Fascista convinto in gioventù, resistente misterioso, Scalfari inizia ad affermarsi come pubblicista nei primi anni 50 quando ancora è funzionario di banca.

Monarchico poi repubblicano, membro del Pli,tra i fondatori di quel gioiello della cultura politica italiana che fu il Partito Radicale di Pannunzio e Ernesto Rossi, Scalfari si afferma con le sue inchieste economiche, le interviste ai grandi capitalisti ma soprattutto per la sua abilità di manager editoriale. Neanche quarantenne diventa direttore dell’Espresso. Denuncia con Januzzi il presunto colpo di stato del generale De Lorenzo e viene condannato anche grazie agli omissis sui documenti legati all’inchiesta emessi dal governo. Nel 1968 per ottenere l’immunità parlamentare viene eletto deputato indipendente nel Partito Socialista. Nel 1976 con il gruppo L’Espresso e la Mondadori dà vita al quotidiano La Repubblica,che diventa nel corso degli anni 80 la prima testata giornalistica italiana superando il Corriere della Sera; ne resta direttore fino al 1996.

Nell’ultima parte della sua vita si ritira nella sua grande villa di Velletri ma fino all’ultimo partecipa attivamente al dibattito politico e culturale del nostro paese.

Dopo aver scritto libri di storia economica e politica, si dedica sempre più alle riflessioni filosofiche e teologiche al punto di divenire amico dell’attuale pontefice Francesco di cui pubblica alcune interviste con presunte affermazioni religiosamente ardite del Santo Padre poi prontamente smentite dall’ ufficio stampa vaticano.

La personalità.

Questo bizzarro episodio biografico molto ci fa riflettere sul personaggio, un manager editoriale brillante, legatissimo agli ambienti giusti ed in particolare al mecenatismo culturale della finanza laica,con ambizioni però ieratiche e vezzi da teologo . Uomo dall’Io molto pronunciato, Scalfari rappresenta più di altri, quel singolare e molto italiano fenomeno che non vive il laicismo come rifiuto del confessionalismo delle Chiese ma tenta piuttosto di sostituirlo con una religione alternativa sia pure razionalista, libertaria, illuminista. Il narcisismo, l’alterigia da “grande cardinale anglicano”, lo sprezzo facile e un certo classismo in Scalfari non erano molto diversi da quelli di un aristocratico del XVIII secolo; un aristocratico di curia, che pur concedendosi tutte le piacevoli licenze che la sua alternativa dottrina implica, viveva in maniera assolutamente convinta e seriosa il suo ruolo. Per questo, pur avendo un suo pubblico, alla maggior parte della gente Scalfari non piaceva.

Noi italiani siamo abituati da millenni ai preti ma i nostri, soprattutto quelli che hanno potere, difficilmente hanno tratti spigolosi e se fanno la morale ci ridono sopra.

Scalfari invece , al pari dei suoi fedeli, era certo di stare dalla parte del giusto. Convinto assertore della verità difficilmente entrava nel merito del pensiero altrui,preferiva invece lanciare anatemi sugli oppositori che accusava di arretratezza sociale, complessi psicologici o semplicemente disonestà.

Da qui poi una serie di miti: De Benedetti grande imprenditore, Cuccia lungimirante, Berlinguer statista moderno al pari di De Mita e ancora Ciampi e Prodi salvatori della Patria, i dividendi dell’euro, la questione morale e il il Partito Democratico come unica forma di dignità civile di un popolo immancabilmente macchiato dalle tentazioni fasciste e dalla “ oscurantista” Chiesa prebergogliana.

Cefis, Berlusconi, Craxi, l’Enimont sono stati invece i “grandi nemici” del magistero scalfariano ; nonché gli outsider che certa finanza riteneva giusto, prima ancora delle inchieste della magistratura, “ scomunicare” attraverso il suo Sant’ Uffizio mediatico.

”Fenomeno culturale”.

A giudizio di molti,Scalfari al di là del potere editoriale, non fu un grande intellettuale. Non fu un filosofo, né un osservatore interessante del pensiero religioso e spirituale ma un influencer che come Chiara Ferragni poteva in virtù del suo “marchio”scrivere di tutto.

Se sul suo valore come uomo di cultura può esistere qualche dubbio, è invece certo che Scalfari deve essere ricordato come “ fenomeno culturale”.

E’ stato oggettivamente un grande editore e direttore, talent scout di giornalisti di valore, ha modernizzato l’editoria soprattutto con La Repubblica creando un quotidiano dal taglio nuovo e un polo culturale che ha catalizzato il pensiero laico riformista italiano vicino al partito comunista prima e al futuro partito democratico poi. Più di altri va considerato tra i principali artefici della nascita di quello che Del Noce definiva il “ partito radicale di massa”.

Arbiter elegantiae e portavoce della borghesia “laico progressista”

Arbiter elegantiae della classe dirigente radical chic italiana a cui ha donato i suoi gusti, lo stile, il moralismo a senso unico e l’alterigia, Scalfari è stato il gran celebrante delle nozze tra l’ aristocrazia comunista, già sprezzante di suo, ma fino agli anni 80 legata al mondo operaio e alle realtà associative , e la borghesia progressista che invece fino a quel periodo studiava. Dal matrimonio la nuova classe dirigente la quale in 30 anni ha distrutto i 50 in cui l’italietta democristiana e dei partiti centristi, che il fondatore di La Repubblica odiava, aveva reso la nostra nazione la quinta economia del mondo.

Ma Scalfari è stato anche il portavoce della grande borghesia con “il cuore a sinistra e il portafoglio a destra”. E’ stato il cantore di un certo grande capitalismo privato, spesso assistito, che si è sentito moderno e avanzato perché a contatto con quello estero, ma autorizzato ad essere reazionario in patria dove ha ostacolato una diffusa democrazia capitalistica ovvero di proprietari, imprenditori e investitori. Un capitalismo anche in questo caso aristocratico, che diffidando della borghesia produttiva ha preferito allearsi con i grandi sindacati e la burocrazia di stato in modo da mantenere il controllo della cosa pubblica e del modello di sviluppo.

La parabola di questa forza economica è parallela a quella di un certo laicismo italiano ed entrambi, all’interno del mondo mediatico e dell’organizzazione della culturale, hanno Scalfari come uno dei maggiori rappresentanti.

I laici che sono andati avanti nella repubblica non sono stati i liberali del Pli, né i vecchi mazziniani come Pacciardi, i socialisti come Saragat e Craxi o un radicale democratico come Pannella ; tutte queste esperienze politiche non hanno avuto un successo duraturo e soprattutto non sono riuscite a gestire in modo continuativo il potere.

Il laicismo italiano che ha trionfato è stato quello di una certa cultura liberal progressista, teoricamente keynesiana e tecnocratica ma di fatto autoritaria e “giacobina”. L’idea è quella che per fare gli italiani , popolaccio balordo e latino, serva il governo pedagogico dei migliori , le tasse “giuste” contro il capitalismo dei “bottegai”, l’educazione civica capace di insegnare il disprezzo verso tutto ciò che richiama il senso di nazione se non anestetizzato dalla “ grande madre” Europa.

Se è tempo di bilanci questa ideologia “autoritaria” di cui Scalfari è stato profeta, pontefice e cantore, ha fallito. Onore a Scalfari aedo in buona fede di una causa a nostro avviso sbagliata, ma personaggio illustre di quella che comunque è stata, sia pure da sconfitti e anche a causa sua, la nostra storia.

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