IMHOTEP, L’UOMO CHE COSTRUI’ L’ETERNITA’ (Seconda parte: la costruzione del grandioso complesso funerario di Saqqara).

Saqqara, un'impresa senza precedenti: la complessità del cantiere e le molte attribuzioni a Imhotep

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Imhotep sovrintende ai lavori. Immagine generata con l’AI

Dopo aver incontrato Imhotep nel contesto dell’Egitto della III dinastia e aver seguito le tappe che lo portarono alla corte di Djoser, il nostro viaggio entra ora nel cuore della sua straordinaria vicenda. È in questi capitoli che il personaggio storico comincia a trasformarsi, attraverso le sue opere e la memoria che di lui conservarono gli Egizi, in una figura destinata a superare i confini della propria epoca.

Il passaggio fondamentale è quello dalla persona all’opera.

Per comprendere davvero Imhotep, infatti, non basta chiedersi chi fosse. Occorre entrare nel mondo che egli contribuì a costruire: osservare la trasformazione di Saqqara, comprendere la complessità del cantiere di Djoser, ricostruire la funzione del grande complesso funerario e seguire, infine, il percorso attraverso il quale il nome di un funzionario vissuto quasi cinquemila anni fa arrivò a essere associato alla sapienza, alla medicina e persino alla divinità.

In questo nuovo articolo della Rubrica di divulgazione storico-archeologica “La Stele di Rosetta”, pubblicato da IQ, vi accompagneremo nel cuore della rivoluzione architettonica di Saqqara: dalla tradizionale mastaba alla Piramide a Gradoni. Si analizzeranno le diverse fasi progettuali, le soluzioni tecniche, l’impiego della pietra e il significato religioso e politico di una costruzione destinata a cambiare per sempre la storia dell’architettura monumentale. Un percorso che permetterà anche di mettere a confronto la Piramide di Djoser con le successive grandi piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, evidenziando continuità, innovazioni e differenze.

In seguito, entreremo idealmente nel grande cantiere di Saqqara, tra cave, trasporto dei blocchi, maestranze, artigiani, funzionari e sistemi di approvvigionamento. L’attenzione sarà rivolta anche alla straordinaria macchina amministrativa dell’Egitto antico: la registrazione dei raccolti, la gestione delle tasse, il controllo delle proprietà, la distribuzione degli alimenti, i magazzini statali e le spedizioni verso il Sinai e la Nubia. Perché dietro la grande architettura non c’era soltanto la pietra, ma uno Stato capace di organizzare uomini e risorse.

Un altro capitolo sarà dedicato all’intero complesso funerario di Saqqara, spesso oscurato dalla fama della Piramide a Gradoni. Templi, cortili, colonnati, recinti e strutture rituali saranno analizzati per comprendere come Imhotep e gli architetti della sua epoca concepissero lo spazio destinato al faraone dopo la morte. Saqqara apparirà così non come una semplice tomba monumentale, ma come una vera città rituale per l’eternità.

Il viaggio proseguirà poi oltre l’architettura. Chi era veramente Imhotep? Quali competenze possiamo attribuirgli con sicurezza e quali appartengono invece alla tradizione sviluppatasi nei secoli successivi? In questa puntata affronteremo il tema della sua fama di sapiente e medico, distinguendo attentamente le testimonianze storiche dalle elaborazioni leggendarie.

A rendere particolare questo percorso non sarà soltanto la narrazione principale, ma anche una serie di box tematici, pensati per approfondire gli aspetti più curiosi e controversi senza interrompere il filo del racconto, accompagnato, come sempre, da illustrazioni, cartine e contenuti multimediali. Buona lettura!

INDICE DEI CONTENUTI

LA NASCITA DELLA PIRAMIDE

IL PIU’ GRANDE CANTIERE DEL MONDO ANTICO

LA CITTA’ DELL’ETERNITA’: IL COMPLESSO FUNERARIO DI DJOSER, IL PRIMO GRANDE CAPOLAVORO DELL’ARCHITETTURA MONUMENTALE

IMHOTEP SACERDOTE, ASTRONOMO, MEDICO E CUSTODE DELLA CONOSCENZA

LA NASCITA DELLA PIRAMIDE

Esistono momenti nella Storia in cui il progresso non avanza lentamente, ma compie un balzo improvviso. Pensiamo all’invenzione della scrittura, la scoperta della ruota, la lavorazione del ferro, la stampa. Sono rivoluzioni che modificano per sempre il cammino dell’umanità. Anche la Piramide a Gradoni appartiene a questa categoria, poiché non fu semplicemente un monumento più grande dei precedenti, ma un modo completamente nuovo di concepire l’architettura.

Quando Imhotep iniziò il progetto, probabilmente nessuno immaginava che stesse dando origine a una forma destinata a diventare il simbolo stesso dell’antico Egitto. Eppure, come dimostrano gli scavi condotti nel XX secolo, quella che oggi ammiriamo non fu la prima idea. La piramide nacque attraverso una serie di trasformazioni successive. Fu un’opera in continua evoluzione. Ed è proprio questo a renderla ancora più straordinaria.

L’intuizione iniziale: una mastaba diversa

Sezione trasversale della Mastaba. Fonte: http://architecturalmoleskine.blogspot.com/2014/09/

All’inizio non esisteva alcuna piramide. Il progetto prevedeva una grande mastaba quadrangolare, costruita interamente in pietra calcarea. Già questo costituiva una rivoluzione. Infatti, per secoli le mastabe reali erano state realizzate quasi esclusivamente in mattoni crudi essiccati al sole. La pietra veniva utilizzata per rivestimenti, pavimenti, elementi decorativi o statue, ma nessuno aveva mai pensato di farne il materiale principale di una tomba monumentale.

Imhotep decise invece di compiere un passo radicale: sostituire il materiale deperibile con uno praticamente eterno. Non si trattava soltanto di una scelta tecnica. Era una dichiarazione simbolica. Se il faraone era destinato a vivere in eterno, anche la sua dimora avrebbe dovuto sfidare il tempo.

Perché proprio la pietra?

L’Egitto disponeva di immense risorse calcaree. L’altopiano di Saqqara stesso era formato da banchi di calcare facilmente estraibili.

La pietra offriva numerosi vantaggi:

  • una maggiore resistenza;
  • una durata praticamente illimitata;
  • la possibilità di ottenere superfici regolari;
  • una monumentalità fino ad allora impensabile.

Ma la pietra presentava anche enormi difficoltà: ogni blocco doveva essere estratto, sagomato, trasportato e collocato con precisione. Ciò richiedeva un’organizzazione mai sperimentata prima. Era un rischio. Ed è proprio questo che distingue le grandi innovazioni: nessuno può garantirne il successo.

Le sei trasformazioni della piramide

Uno dei contributi più importanti dell’archeologo francese Jean-Philippe Lauer, che dedicò oltre settant’anni allo studio di Saqqara, è stato quello di ricostruire l’evoluzione del monumento. Le tracce lasciate nella muratura mostrano che la piramide fu modificata più volte durante la costruzione. Quindi, non nacque già nella forma definitiva: crebbe, quasi come un organismo vivente.

Jean-Philippe Lauer (1902–2001) in piedi nel cortile della festa Heb-Sed, all’interno del complesso della Piramide di Djoser. Fonte: sipetitesdalles.org
  • Prima fase, la mastaba quadrata

Il progetto originario prevedeva una mastaba di circa 63 metri per lato e alta circa 8 metri. Era già costruita in blocchi di calcare. Per gli standard dell’epoca costituiva un edificio eccezionale. Probabilmente Imhotep riteneva inizialmente sufficiente questa soluzione. Poi qualcosa cambiò.

  • Seconda fase, l’ampliamento

La mastaba venne estesa. Le sue dimensioni aumentarono sensibilmente. L’edificio acquisì maggiore imponenza.

È possibile che il faraone desiderasse un monumento più grandioso, oppure che lo stesso Imhotep avesse intuito nuove possibilità progettuali. Le fonti non lo dicono. L’archeologia, però, mostra chiaramente che il progetto fu ripensato.

  • Terza fase, nasce l’idea dei gradoni

Fu qui che avvenne la vera rivoluzione: Imhotep decise di sovrapporre una seconda mastaba sopra la prima. Il risultato era una struttura a due livelli. Per la prima volta nella storia una tomba reale iniziava a svilupparsi in verticale.

Era un cambiamento epocale: l’architettura egizia smetteva di espandersi soltanto in orizzontale. Cominciava a dialogare con il cielo.

  • Quarta fase, quattro gradoni

L’esperimento funzionò. La struttura appariva stabile, perciò si decise di aggiungere nuovi livelli. La piramide raggiunse quattro gradoni. La sua silhouette iniziava già ad assumere quell’aspetto che oggi tutti riconosciamo. Ogni nuova elevazione rappresentava però un problema statico: il peso aumentava enormemente. Le fondazioni dovevano sopportare carichi mai affrontati prima.

Imhotep risolse la questione modificando progressivamente l’inclinazione dei paramenti e la disposizione interna dei blocchi.

  • Quinta fase, cinque gradoni

Il progetto continuò a crescere. La piramide raggiunse cinque livelli. L’effetto visivo era impressionante. Per la prima volta un edificio dominava completamente il paesaggio della necropoli. Chiunque giungesse da Menfi vedeva emergere all’orizzonte quella gigantesca montagna artificiale.

Era impossibile non interpretarla come il simbolo della potenza del faraone.

  • Sesta fase, la piramide definitiva

L’ultima trasformazione portò il monumento alla forma che conosciamo oggi. Sei gradoni. Un’altezza di circa 60 metri. Una base di circa 121 × 109 metri. Era nata la prima piramide della storia. Nessuno aveva mai costruito qualcosa di simile. Non soltanto in Egitto, ma nel mondo.

Illustrazione delle fasi di costruzione della Piramide di Djoser generata dall’AI

Perché una piramide a gradoni?

Questa domanda continua ad affascinare gli studiosi. Le interpretazioni sono diverse. Secondo una delle ipotesi più condivise, i gradoni rappresentavano una gigantesca scala simbolica. Attraverso di essa il faraone avrebbe potuto ascendere al cielo per unirsi agli dèi. L’immagine della scala compare frequentemente nella religione egizia. Non si trattava quindi soltanto di una soluzione architettonica, ma un messaggio teologico. La pietra diventava il mezzo attraverso cui il sovrano raggiungeva l’eternità.

Altri studiosi sottolineano invece il valore cosmico della forma piramidale, collegandola al Benben, il tumulo primordiale emerso dalle acque del caos all’inizio della creazione secondo la teologia eliopolitana, di cui la cuspide degli obelischi e il pyramidion ne saranno il successivo modello architettonico.

Pyramidion della piramide di Amenemhat III a Dahshur presso il Museo egizio del Cairo.

È possibile che entrambe le interpretazioni contengano elementi di verità. L’architettura egizia era ricca di significati sovrapposti.

🏺Lo sapevi? La piramide che non avrebbe dovuto esistere

Se il progetto iniziale fosse stato completato senza modifiche, oggi parleremmo semplicemente della più grande mastaba mai costruita. La piramide nacque perché Imhotep ebbe il coraggio di cambiare idea mentre il cantiere era già aperto. Questa capacità di ripensare un progetto in corso d’opera è uno degli aspetti che più colpiscono gli ingegneri moderni.

L’intelligenza dell’errore

La Piramide a Gradoni insegna una lezione ancora attuale. L’innovazione non nasce dalla perfezione, ma dalla capacità di correggere. Ogni modifica apportata da Imhotep rappresenta un processo di apprendimento. Oggi parleremmo di progettazione incrementale. Imhotep la praticava quasi cinquemila anni fa. Questo dimostra che il vero genio non consiste nel non sbagliare ma nel trasformare ogni problema in una soluzione migliore.

Un monumento che cambiò il mondo

Quando il cantiere raggiunse il termine, l’Egitto non fu più lo stesso. La pietra aveva sostituito il mattone come materiale dell’eternità. Era nata l’architettura monumentale.

Gli architetti delle generazioni successive non avrebbero più progettato come prima. Snefru avrebbe perfezionato l’idea e Cheope l’avrebbe portata al suo apice. Ma senza Imhotep nulla di tutto questo sarebbe stato possibile.

La Piramide a Gradoni fu il prototipo da cui discese tutta la grande stagione delle piramidi dell’Antico Regno. Fu il primo passo verso Giza.

👨‍🎓L’opinione degli egittologi

Miroslav Verner. Fonte: starovekyegypt.net

Jean-Philippe Lauer definì il complesso di Djoser “la nascita dell’architettura monumentale in pietra“.

Mark Lehner, ricercatore senior presso il Capitol Archaeological Institute, ha sottolineato come la Piramide a Gradoni non rappresenti un’opera improvvisata, ma il risultato di una progettazione in continua evoluzione.

Miroslav Verner, invece, insiste sul carattere sperimentale del cantiere, osservando come proprio le modifiche successive testimonino l’eccezionale capacità di adattamento di Imhotep.

Pur con accenti diversi, tutti concordano su un punto: la Piramide a Gradoni costituisce una svolta irreversibile nella storia dell’architettura mondiale.

IL PIU’ GRANDE CANTIERE DEL MONDO ANTICO

L’enorme cantiere di Saqqara. Immagine generata dall’AI

Se oggi osserviamo la Piramide a Gradoni, siamo naturalmente portati ad ammirarne la forma. Ma per comprendere davvero la grandezza di Imhotep bisogna spostare lo sguardo verso il cantiere, perché è lì, tra il rumore degli scalpelli, il cigolio delle slitte di legno, il sudore degli operai e la polvere bianca del calcare, che si manifesta il vero genio del suo ideatore.

Costruire un edificio di sessanta metri d’altezza può apparire, ai nostri occhi, un’impresa straordinaria. Ma il vero miracolo fu un altro: organizzare migliaia di persone affinché lavorassero come un unico organismo. In questo senso, Imhotep non fu soltanto il primo grande architetto della Storia. Fu anche il primo grande organizzatore di opere pubbliche di cui conosciamo il nome.

Il cantiere come una città

L’immagine, ancora oggi diffusa, di interminabili file di schiavi frustati mentre trascinano enormi blocchi di pietra appartiene più al cinema che alla Storia.

Le ricerche archeologiche condotte a Giza e, per analogia, applicabili anche ai grandi cantieri dell’Antico Regno, hanno profondamente modificato questa visione. Gli operai che lavoravano alle costruzioni reali erano, nella maggior parte dei casi, uomini liberi. Molti erano contadini richiamati durante la stagione dell’inondazione del Nilo, quando i campi rimanevano sommersi e il lavoro agricolo si interrompeva. Altri erano artigiani altamente specializzati: scalpellini, falegnami, muratori, geometri, scribi, trasportatori, cuochi, medici e sacerdoti.

Il cantiere era una vera città temporanea: vi erano magazzini per il grano, forni per il pane, birrifici, cucine, dormitori, laboratori e infermerie, in cui ogni attività doveva essere coordinata con precisione.

L’esercito degli specialisti

Imhotep comprendeva che un’opera di simili dimensioni non poteva essere affidata all’improvvisazione. Ogni squadra aveva un compito preciso.

Gli scribi registravano quotidianamente la quantità di pietra estratta, il numero degli operai presenti, le razioni distribuite e l’avanzamento dei lavori. I geometri controllavano gli allineamenti. Gli scalpellini rifinivano ogni blocco. I capisquadra verificavano che il materiale raggiungesse il punto previsto. I sacerdoti officiavano i riti necessari affinché ogni fase della costruzione si svolgesse sotto la protezione degli dèi.

Questa complessa organizzazione dimostra come la costruzione della piramide fosse, al tempo stesso, un’impresa tecnica, amministrativa e religiosa.

L’organizzazione del lavoro. Fonte: unvasopienodiparole.blogspot.com

Le cave di Saqqara

Uno dei grandi vantaggi del progetto era rappresentato dalla posizione scelta. L’altopiano di Saqqara poggia su potenti banchi di calcare di buona qualità. In molti casi la pietra poteva essere estratta direttamente nelle immediate vicinanze del cantiere. Ciò riduceva enormemente le difficoltà di trasporto.

Gli operai utilizzavano mazze di pietra dura, scalpelli di rame e cunei di legno. Una volta praticate le scanalature, i cunei venivano bagnati. Gonfiandosi, esercitavano una pressione sufficiente a facilitare il distacco del blocco dalla roccia madre. Era una tecnica semplice, ma estremamente efficace. Ogni blocco veniva poi sommariamente sagomato direttamente in cava, così da ridurre il peso durante il trasporto.

Intaglio di un blocco di pietra dal terreno. Fonte: unvasopienodiparole.blogspot.com

Il viaggio della pietra

Una volta estratto, ogni blocco iniziava un percorso accuratamente pianificato.

Gli archeologi ritengono che venisse caricato su robuste slitte di legno. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, le slitte non scorrevano semplicemente sulla sabbia asciutta. Celebri raffigurazioni tombali, come quella del trasporto della statua del governatore Djehutihotep, mostrano un uomo intento a versare acqua davanti alla slitta. Per molto tempo questo particolare fu interpretato come un gesto rituale. Oggi sappiamo che aveva una funzione pratica. L’acqua compattava la sabbia, riducendo l’attrito e rendendo il traino molto meno faticoso. Esperimenti moderni hanno dimostrato che questa semplice tecnica poteva diminuire quasi della metà la forza necessaria per trascinare un grande carico. È uno straordinario esempio di ingegneria empirica.

🏺Lo sapevi? Un dettaglio scoperto dalla fisica moderna

Nel 2014 un gruppo di ricercatori dell’Università di Amsterdam ha dimostrato sperimentalmente che una moderata quantità d’acqua sulla sabbia rende il terreno più compatto e facilita lo scorrimento delle slitte.

Un piccolo particolare raffigurato dagli Egizi oltre quattromila anni fa ha trovato così una conferma scientifica moderna. È un esempio affascinante di come l’archeologia e la fisica possano dialogare.

Come si costruiva verso l’alto?

Una delle questioni più dibattute riguarda il sistema utilizzato per sollevare i blocchi. Non esistono testi egizi che descrivano le tecniche impiegate.

Gli studiosi hanno quindi elaborato diverse ipotesi. La più accreditata prevede l’utilizzo di rampe di terra e macerie, progressivamente rialzate man mano che la costruzione cresceva. Alcuni ricercatori propongono rampe frontali. Altri, rampe laterali. Altri ancora un sistema combinato.

Qualunque soluzione sia stata adottata, appare evidente che Imhotep dovette affrontare problemi logistici completamente nuovi. Mai, prima di allora, era stato necessario sollevare una tale quantità di materiale a decine di metri d’altezza.

Le teorie di costruzione della Piramide di Djoser. Immagine generata dall’AI

La precisione

Ciò che ancora oggi sorprende è la qualità dell’esecuzione: le fondazioni risultano straordinariamente regolari. Gli assi principali mostrano un orientamento estremamente accurato. Le superfici evidenziano una lavorazione che, considerando gli strumenti disponibili, appare quasi incredibile.

Come riuscirono? La risposta è meno misteriosa di quanto spesso si creda. Pazienza, controlli continui, misurazioni ripetute, lavoro altamente specializzato.

Il successo della piramide non dipese da tecnologie perdute o da conoscenze esoteriche, ma dall’organizzazione e dall’esperienza. È una conclusione forse meno spettacolare, ma immensamente più affascinante.

La squadra verifica la precisione a 90 gradi di un angolo su uno dei massicci sarcofagi di granito nero nel Serapeo di Saqqara

Il tempo della costruzione

Quanto durò il cantiere? Non possediamo una risposta definitiva. Le stime variano, ma molti studiosi ritengono che la costruzione del complesso funerario abbia richiesto circa vent’anni, procedendo parallelamente al regno di Djoser.

È importante ricordare che non si trattava soltanto della piramide. Bisognava realizzare mura, cortili, colonnati, cappelle simboliche, gallerie sotterranee, pozzi, magazzini e numerosi edifici rituali. In pratica, Imhotep stava costruendo una vera città destinata all’eternità.

La nascita dell’ingegneria di Stato

Djoser e Imhotep. Immagine generata dall’AI

Guardando il cantiere nel suo insieme, emerge un aspetto fondamentale. La piramide non fu il prodotto del lavoro di singoli artigiani, ma il risultato di un’organizzazione statale perfettamente coordinata.

Ogni pietra posata racconta la capacità dell’Egitto di pianificare, amministrare e dirigere risorse umane e materiali su una scala mai vista prima. È probabilmente qui che nasce quella che oggi definiremmo ingegneria di Stato.

Non basta avere buoni costruttori. Occorre una struttura amministrativa capace di sostenerli. Imhotep comprese questa verità prima di chiunque altro.

Il cantiere come simbolo della Maat

La dea Maat. Foto: CM Dixon / Heritage Images / Cordon Press

Per gli Egizi costruire non significava soltanto assemblare materiali. Ogni blocco collocato al proprio posto contribuiva a ristabilire la Maat, l’ordine universale. Il cantiere stesso diventava una rappresentazione del cosmo: ogni uomo svolgeva il compito assegnato, ogni squadra rispettava il proprio ruolo, ogni fase seguiva un ritmo preciso.

L’armonia del lavoro rifletteva l’armonia dell’universo. Questa concezione spiega perché tecnica e religione fossero inseparabili. La costruzione della piramide era, al tempo stesso, un’opera di ingegneria e un atto sacro.

👨‍🎓L’opinione degli egittologi

Jean-Philippe Lauer sosteneva che il vero capolavoro di Imhotep non fosse soltanto la piramide, ma l’intero sistema organizzativo che ne rese possibile la costruzione.

Barry Kemp (1940-2024), Professore Emerito di Egittologia a Cambridge, ha osservato come l’Antico Regno sviluppò una macchina amministrativa senza precedenti, capace di coordinare risorse umane e materiali su scala nazionale.

Barry Kemp con alle spalle il Grande Tempio dell’Aton a Tell el-Amarna. Photo credits: Laura Ranieri Roy

Mark Lehner, studiando i cantieri di Giza, ha mostrato quanto fossero sofisticate la logistica, la distribuzione del cibo e l’organizzazione del lavoro, elementi che affondano le loro radici proprio nelle innovazioni introdotte a Saqqara.

Verso il cuore sacro del complesso

Quando l’ultimo blocco fu collocato al suo posto, il lavoro di Imhotep non era ancora terminato. La piramide costituiva soltanto il centro di un insieme monumentale molto più vasto.

Intorno ad essa sorgeva una vera città rituale, con cortili, templi, colonnati, edifici simbolici e chilometri di gallerie sotterranee. Era il più complesso progetto religioso mai realizzato fino ad allora.

LA CITTA’ DELL’ETERNITA’: IL COMPLESSO FUNERARIO DI DJOSER, IL PRIMO GRANDE CAPOLAVORO DELL’ARCHITETTURA MONUMENTALE

Il complesso funerario di Saqqara. Immagine generata dall’AI

Per comprendere davvero il genio di Imhotep bisogna compiere un esercizio di immaginazione. Il visitatore moderno arriva a Saqqara attraversando un paesaggio segnato dal tempo: mura interrotte, colonne mutilate, cortili silenziosi e blocchi di pietra consumati da quarantasei secoli di sole e vento.

Ma nel XXVII secolo a.C. lo spettacolo era completamente diverso: le mura erano intatte, le superfici di calcare riflettevano la luce del sole con un bianco quasi abbagliante, le colonne sembravano giganteschi fasci di canne trasformati in pietra, le cappelle erano decorate con colori vivissimi, le porte monumentali, molte delle quali puramente simboliche, delimitavano uno spazio che non apparteneva più al mondo degli uomini.

Ricostruzione ideale del complesso funerario di Saqqara. Immagine generata dall’AI

Chi oltrepassava quel recinto entrava nell’eternità. Non era semplicemente una necropoli, ma la rappresentazione in pietra dell’universo religioso egizio. Ed era stata concepita da un solo uomo. Andiamo, allora, ad esplorarlo nel dettaglio.

Il grande recinto sacro

L’intero complesso funerario occupava circa 15 ettari, una superficie enorme per l’epoca. Era circondato da una monumentale cinta muraria lunga oltre 1.600 metri, alta circa 10 metri, costruita in finissimo calcare di Tura. Le pareti presentavano centinaia di rientranze e sporgenze, riproducendo in pietra il motivo decorativo tipico dei palazzi reali costruiti in mattoni crudi.

Anche qui emerge uno degli aspetti più affascinanti del metodo di Imhotep. Egli non inventò forme completamente nuove, ma trasformò in pietra un linguaggio architettonico già esistente. Fu un innovatore rispettoso della tradizione.

L’entrata al complesso funerario e il muro di cinta. Fonte: archetravel.com

Le quattordici porte

La cinta muraria era dotata di quattordici grandi portali, dei quali soltanto uno era realmente utilizzabile: gli altri tredici erano false porte.

Perché le false porte? La risposta risiede nella religione egizia. Le false porte costituivano punti di passaggio simbolici attraverso i quali il ka, una delle componenti spirituali dell’essere umano, poteva muoversi liberamente tra il mondo terreno e quello divino. Ancora una volta l’architettura non aveva soltanto una funzione pratica. Ogni elemento possedeva un significato religioso. Imhotep costruiva con la pietra, ma progettava con i simboli.

Il muro di cinta con parte delle quattordici porte. Fonte: laciviltaegizia.org

Il colonnato d’ingresso

Varcata l’unica porta reale, il visitatore si trovava davanti a uno degli ambienti più sorprendenti dell’intero complesso: un lungo corridoio delimitato da quaranta colonne monumentali. Oggi possono sembrare relativamente semplici, ma in realtà rappresentano una rivoluzione. Fino ad allora, infatti, le colonne erano generalmente realizzate con fasci di canne, tronchi di palma o altri materiali vegetali. Imhotep decise di scolpirle nella pietra ma, invece di creare forme completamente nuove, ne mantenne l’aspetto originario.

Ogni colonna riproduce fedelmente un fascio di canne legate insieme. È un dettaglio che racconta molto della mentalità egizia. La pietra non sostituisce il passato, lo rende eterno.

Il colonnato di ingresso visto dal cortile interno (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 29) Fonte: laciviltaegizia.org

🔎Approfondimento: quando la pietra imita il legno

Uno degli aspetti più straordinari dell’architettura di Saqqara è il suo carattere “imitativo”. Architravi, travi, stipiti e colonne conservano nella pietra forme nate per materiali deperibili. Questo fenomeno è noto anche in altre civiltà antiche. I Greci, ad esempio, continuarono a riprodurre negli elementi decorativi dei templi in marmo dettagli derivati dalle antiche costruzioni lignee.

L’innovazione, dunque, non consiste sempre nell’abbandonare il passato. Talvolta consiste nel conservarlo in una forma nuova.

Il Grande Cortile

Pianta del complesso di Saqqara, con evidenziato il Grande cortile Heb-Sed. Fonte: storiaromanaebizantina.it

Superato il colonnato si apriva un’immensa area cerimoniale. Qui il faraone avrebbe celebrato, per l’eternità, il rito più importante della propria regalità: la festa Heb-Sed.

Lo spazio appare volutamente vasto. Non era destinato a folle di spettatori. Era il palcoscenico di un rituale cosmico. Durante la cerimonia il sovrano correva simbolicamente tra padiglioni rappresentanti l’Alto e il Basso Egitto, dimostrando agli dèi di possedere ancora la forza necessaria per governare. Naturalmente, dopo la morte del faraone nessuna corsa reale avrebbe più avuto luogo. Ma nel pensiero egizio il tempo terreno e quello ultraterreno erano strettamente connessi. Ciò che era stato costruito sulla terra continuava a esistere anche nell’aldilà.

Il cortile Heb-Sed con i padiglioni di diversa copertura e, in primo piano, il podio per l’incoronazione giubilare. Fonte: storiaromanaebizantina.it

Le Case del Nord e del Sud

Ai lati del grande cortile sorgono due edifici enigmatici. Gli archeologi li chiamano convenzionalmente Casa del Nord e Casa del Sud. Circa il significato simbolico di queste due “Case” le molte ipotesi avanzate sono controverse discostandosi in modo significativo tra di loro. Lepsius rimase fermo sulla sua idea che si trattasse di due piramidi satelliti della Piramide a Gradoni tanto che le elencò con i numeri XXXIII e XXXIV. Secondo Firth erano semplicemente le tombe delle principesse Hetephernebti e Inetkaus. Per l’egittologo Ricke, invece, simboleggiavano le residenze reali Dell’Alto e Basso Egitto. L’ipotesi più condivisa è quella di Lauer secondo il quale le due case rappresenterebbero simbolicamente le “Due Terre” unificate dove, conclusa la Heb-Sed, dopo l’incoronazione e l’ascesa al trono simbolica del faraone, il suo Ka andava li a ricevere l’omaggio dei sudditi dell’Alto e Basso Egitto.

Anche dopo la morte, il faraone doveva continuare a regnare su entrambe le terre. Ogni elemento del complesso ricorda costantemente questa duplice natura della monarchia egizia.

La Casa del Sud con il fregio detto “khekeru”. Fonte di questa e delle due immagini sopra: storiaromanaebizantina.it
La Casa del Nord. Photo by Olaf Tausch. Fonte: laciviltaegizia.org

Le cappelle del giubileo

Lungo il perimetro del cortile Heb-Sed si susseguono numerose cappelle. Molte non possiedono ambienti interni, ma semplicemente formate da un blocco solido con rivestimento esterno. Sono edifici “finti”, facciate, scenografie rituali. Di dimensioni rilevanti, alcune di queste erano contornate sulla facciata da tre sottili colonne incassate nella muratura, scanalate per simboleggiare fusti di alberi, il capitello detto “abaco cubico” recava i simboli divini e reali.

Per molto tempo questo particolare ha lasciato perplessi gli studiosi: perché costruire edifici inutilizzabili? La risposta è sorprendentemente semplice. Tali edifici non erano destinati agli uomini, ma agli dèi. Nel mondo simbolico egizio, infatti, bastava che la forma esistesse. La funzione si realizzava sul piano religioso. È un concetto profondamente diverso dal nostro modo di concepire l’architettura. Queste cappelle si trovavano in uno stato di completa rovina: fu l’egittologo Lauer, che dedicò quasi tutta la sua vita alla loro ricostruzione con il metodo dell’anastilosi (in architettura, particolarmente adottata in archeologia, per anastilosi si intende la tecnica di restauro che consiste nel rimettere insieme ciascun elemento dei pezzi originali di una costruzione distrutta).

Le (false) cappelle del Giubileo. Autore sconosciuto

Il Serdab, lo sguardo del faraone

Tra tutti gli ambienti del complesso, nessuno suscita emozioni quanto il Serdab. Si tratta di una piccola camera completamente chiusa. Al suo interno Imhotep fece collocare una statua di Djoser a grandezza quasi naturale.

La particolarità è rappresentata da due piccoli fori praticati nella parete. Attraverso di essi il sovrano poteva osservare simbolicamente il mondo esterno. Ancora oggi, avvicinandosi, si possono intravedere gli occhi della copia della statua (l’originale è conservato al Museo Egizio del Cairo). È una sensazione difficile da descrivere: dopo oltre 4.600 anni, sembra quasi che Djoser continui a vegliare sul proprio regno. È uno dei momenti più intensi che un archeologo possa vivere a Saqqara.

🏺Lo sapevi? La statua più antica di un faraone conservata quasi intatta

La statua di Djoser custodita nel Serdab è considerata una delle più antiche sculture regali egizie giunte fino a noi in condizioni relativamente buone. Scolpita nella pietra calcarea, fu coperta di gesso bianco e dipinta. Il faraone compare assiso su di un alto trono, in una posa tipica del periodo arcaico dell’Egitto; è avvolto nel mantello bianco della festa giubilare sed e reca un’imponente parrucca nera e striata sormontata dal copricapo reale nemes; una barba cerimoniale posticcia, danneggiata, aderisce al suo mento; il viso è rasato a eccezione di un paio di sottilissimi baffi.

Gli occhi infossati erano originariamente di materiale vetroso incastonato, in seguito scomparso lasciando le orbite vuote: ciononostante, Djoser conserva uno sguardo ieratico e distante. Il volto è animato dalla piega leggermente sdegnosa della bocca, che enfatizza la distanza ideologica fra il sovrano e il popolo.

Sul piedistallo è infine inscritto il nome d’Horo (che non era il nome di nascita del sovrano ma un nome prescelto all’atto dell’assunzione del trono del faraone), “Netyerikhet” (“Divino nel Corpo” o “Corpo Divino“)

Essa costituisce una testimonianza fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’arte dell’Antico Regno.

La statua di Djoser, oggi conservata al Museo egizio del Cairo con la sigla d’inventario JE 49158

Il labirinto sotterraneo

Sotto la piramide si estende un mondo invisibile, un immenso reticolo di gallerie lungo complessivamente diversi chilometri. È uno degli aspetti meno conosciuti del complesso.

Il sistema comprende:

  • il pozzo funerario centrale;
  • corridoi;
  • magazzini;
  • camere rituali;
  • ambienti destinati ai corredi funerari;
  • depositi di offerte.

Alcuni locali conservano ancora splendidi rivestimenti in faience turchese, colore questo simboleggiante la rinascita, concepiti per imitare le stuoie di giunco utilizzate nei palazzi reali. Anche sottoterra il faraone doveva ritrovare il proprio mondo. Nulla era lasciato al caso.

Rivestimento con piastrelle in faience turchese

Una città per l’eternità

Più si studia il complesso di Djoser, più emerge un dato sorprendente: la piramide non ne costituisce l’intero significato, ma è soltanto il fulcro. Il vero capolavoro è l’insieme.

Imhotep concepì uno spazio nel quale architettura, religione, politica e cosmologia si fondono in un unico progetto. Non esisteva nulla di simile prima.

Per questo molti studiosi ritengono che il complesso funerario di Saqqara rappresenti il primo esempio compiuto di architettura monumentale integrata della Storia.

Pianta generale del Complesso funerario di Djoser. 1)Piramide a gradoni; 2)Tomba e Cappella sud; 3)Cortile di Heb-Sed; 4)Tempio o Padiglione Reale; 5)Cortile Sud; 6)Casa del Sud; 7)Casa del Nord; 8)Tempio Funerario; 9)Terrazze Occidentali; 10)Colonnato d’ingresso; 11)Cortile Nord; 12)Magazzini Nord; 13)Gallerie Nord; 14)Cortile del Serdab; 15)Altare Nord. Fonte: storiaromanaebizantina.it

👨‍🎓L’opinione degli egittologi

Mark Lehner. Fonte: archaeology.columbian.gwu.edu

Jean-Philippe Lauer, che dedicò gran parte della propria vita allo studio e al restauro di Saqqara, definì il complesso di Djoser “il laboratorio in cui nacque tutta l’architettura monumentale dell’Egitto faraonico“.

Barry Kemp ha osservato come il recinto non sia soltanto una necropoli, ma una rappresentazione materiale dell’ordine cosmico, nella quale ogni edificio svolge una funzione simbolica.

Mark Lehner sottolinea invece l’impressionante coerenza progettuale dell’intero complesso, segno evidente dell’esistenza di una mente capace di coordinare architettura, ritualità e organizzazione spaziale in una visione unitaria.

Verso il sapiente divinizzato

Fin qui abbiamo conosciuto Imhotep come architetto e organizzatore. Tuttavia, sarebbe un grave errore fermarsi a questa immagine. Per gli Egizi egli era molto di più: sacerdote, astronomo, scriba, filosofo e, secondo una tradizione che si svilupperà nei secoli successivi, persino il più grande medico della storia faraonica.

Fu proprio questa straordinaria reputazione a trasformarlo, secoli dopo la sua morte, da uomo in dio.

IMHOTEP SACERDOTE, ASTRONOMO, MEDICO E CUSTODE DELLA CONOSCENZA

Se oggi pronunciassimo il nome di Leonardo da Vinci, nessuno penserebbe soltanto a un pittore. Leonardo fu ingegnere, anatomista, inventore, architetto, matematico e filosofo. La sua grandezza risiede proprio nell’impossibilità di rinchiuderlo in una sola definizione.

Lo stesso accade con Imhotep: Ridurlo al ruolo di architetto significa comprenderne soltanto una parte. Per gli Egizi egli incarnava un ideale molto più ampio: quello del sapiente perfetto, capace di unire il sapere tecnico, religioso e scientifico in un’unica visione del mondo.

Nella cultura dell’Antico Regno non esistevano compartimenti separati tra scienza, religione e amministrazione. L’universo era un insieme ordinato, e comprenderne una parte significava avvicinarsi alla comprensione del tutto.

Imhotep sembra essere stato uno dei primi uomini della storia ad aver fatto propria questa concezione.

Il sacerdote di Ra

Tra i titoli attribuiti a Imhotep compare quello di Sommo Sacerdote di Eliopoli. Non si trattava di un incarico puramente religioso. Eliopoli — l’antica Iunu — era il più importante centro teologico dell’Egitto. Qui si venerava il dio Ra, il Sole creatore, si elaboravano le grandi dottrine cosmologiche, si custodivano calendari, osservazioni astronomiche e tradizioni rituali tramandate per generazioni. Essere sacerdote di Eliopoli significava appartenere all’élite intellettuale del regno.

La religione egizia non distingueva nettamente il sapere sacro da quello scientifico: osservare il cielo significava comprendere la volontà divina, misurare il tempo significava garantire il corretto svolgimento dei riti, calcolare l’orientamento di un edificio significava inserirlo nell’ordine cosmico.

In questo contesto, Imhotep non progettava semplicemente edifici: progettava luoghi in cui il cielo e la terra potessero incontrarsi.

Imhotep come Sommo Sacerdote di Ra. Immagine generata dall’AI

L’astronomia come strumento dell’architettura

Le piramidi non sono orientate casualmente. La Piramide a Gradoni presenta un allineamento estremamente accurato rispetto ai punti cardinali.

Come riuscirono gli Egizi a ottenere una simile precisione quasi cinquemila anni fa? La risposta risiede nell’osservazione del cielo. Gli studiosi ritengono che gli architetti dell’epoca utilizzassero particolari stelle circumpolari — quelle che non tramontano mai sotto l’orizzonte — per determinare il nord con sorprendente precisione. Per gli Egizi queste stelle erano chiamate le “Imperiture”, poiché sembravano non morire mai. Il loro movimento eterno le rendeva il simbolo perfetto dell’immortalità del faraone.

È difficile stabilire fino a che punto Imhotep abbia personalmente elaborato queste tecniche, ma è certo che la costruzione del complesso di Saqqara presupponeva conoscenze astronomiche di altissimo livello. L’architettura egizia nasce guardando il cielo. Per questo è rischioso parlare di Imhotep come astronomo in senso stretto. Possiamo però collocare la sua attività all’interno di una società nella quale astronomia, calendario, religione, geometria e architettura erano strettamente interconnessi.

La costruzione del complesso di Djoser richiedeva infatti competenze molto diverse: misurazione del terreno, geometria, orientamento, gestione delle proporzioni, organizzazione del lavoro e conoscenza del ciclo stagionale del Nilo. Per questo, sarebbe più corretto parlare di un ambiente tecnico e sacerdotale nel quale le conoscenze astronomiche costituivano uno degli strumenti fondamentali della progettazione monumentale.

Imhotep come astronomo. Immagine generata dall’AI

🔎Approfondimento: gli strumenti degli astronomi egizi

Le fonti iconografiche mostrano sacerdoti e osservatori intenti a utilizzare strumenti semplici ma efficaci, come il merkhet, Era costituito essenzialmente da una barra con una linea di mira, associata a un filo a piombo. Serviva a determinare con grande precisione la posizione degli astri rispetto al meridiano. Veniva utilizzato, tra le altre cose, per:

contribuire alla definizione degli assi dei templi e delle strutture monumentali.

osservare il passaggio delle stelle;

determinare il nord geografico;

stabilire l’orientamento degli edifici;

Un merkhet risalente al 600 a.C. conservato nel Museo Egizio di Berlino. L’iscrizione indica che era di proprietà di Bes, figlio di Khonsirtis, e sacerdote astronomo del dio Horus di Edfu nell’Alto Egitto.

Accanto al merkhet viene generalmente ricordato il bay, un dispositivo utilizzato insieme al merkhet per l’osservazione e l’allineamento. La combinazione dei due strumenti permetteva di creare una linea di riferimento attraverso l’osservazione delle stelle.

Con questi strumenti era possibile individuare con notevole precisione il passaggio delle stelle e definire gli assi principali dei grandi edifici sacri. Ancora una volta, la genialità egizia non risiedeva nella complessità degli strumenti, ma nell’eccezionale precisione del metodo.

Il custode della parola scritta

Ogni civiltà possiede una memoria. Per l’Egitto quella memoria era custodita dagli scribi. Imhotep apparteneva certamente a questa ristretta élite. Lo scriba non era un semplice copista ma il depositario del sapere dello Stato. Registrava raccolti, imposte, trattati, offerte ai templi, genealogie e documenti amministrativi. Senza gli scribi, il regno non avrebbe potuto esistere.

Per questo la scrittura possedeva un valore quasi sacro. I geroglifici non erano considerati semplici segni ma immagini dotate di forza creatrice. Scrivere significava dare forma alla realtà. Non sorprende, quindi, che nei secoli successivi Imhotep venga ricordato anche come patrono degli scribi.

Imhotep e la parola scritta. Immagine generata dall’AI

Il medico della tradizione

È probabilmente questo l’aspetto più discusso della sua figura. La tradizione tarda attribuisce a Imhotep conoscenze mediche eccezionali. Durante il Nuovo Regno e soprattutto in epoca tarda egli viene invocato come guaritore. I malati si recano nei suoi santuari, gli dedicano offerte, gli chiedono protezione. Di ciò parleremo nella terza parte dell’articolo.

Quando i Greci entrano in contatto con la cultura egizia identificano spontaneamente Imhotep con Asclepio, il dio della medicina. Ma che cosa sappiamo realmente? Le fonti contemporanee alla III Dinastia non lo definiscono mai medico. L’associazione nasce molti secoli dopo. Ciò non significa che sia del tutto infondata. Un sacerdote di alto rango, infatti, possedeva certamente conoscenze relative al corpo umano, alla farmacologia vegetale e ai rituali terapeutici. Tuttavia, attribuire a Imhotep il celebre Papiro Edwin Smith o considerarlo il “padre della medicina” in senso moderno non è sostenuto da prove dirette. È uno di quei casi in cui la tradizione supera la documentazione storica. Ed è importante dirlo con chiarezza.

Imhotep come medico. Immagine generata dall’AI

Il Papiro Edwin Smith è una delle fonti più importanti per comprendere la medicina dell’antico Egitto. Si tratta di un lungo rotolo di papiro medico, oggi conservato alla New York Academy of Medicine, che prende il nome dall’americano Edwin Smith, antiquario e collezionista di manoscritti egizi che lo acquistò a Luxor nel 1862. Il documento è particolarmente importante perché presenta un approccio alla medicina sorprendentemente razionale e sistematico. Il testo tratta soprattutto traumi e lesioni, organizzandoli secondo una sequenza anatomica che procede dalla testa verso il resto del corpo. Sono descritti, tra gli altri:

  • ferite e fratture del cranio;
  • lesioni del naso;
  • traumi della mandibola;
  • ferite del collo;
  • problemi alla colonna vertebrale;
  • lesioni toraciche;
  • traumi agli arti.

Per ogni caso il medico segue generalmente uno schema abbastanza rigoroso: esame del paziente → diagnosi → prognosi → trattamento. Il medico può, per esempio, classificare una lesione secondo tre possibilità: una condizione che egli può trattare, una che può combattere e una per la quale non esiste trattamento efficace.

Non significa che la medicina egizia fosse “moderna” nel senso contemporaneo del termine. Al contrario, nel papiro convivono osservazione empirica, conoscenze anatomiche, rimedi farmacologici e concezioni proprie della cultura egizia. Ma il livello di osservazione clinica è impressionante.

Uno degli elementi più interessanti del Papiro Edwin Smith è l’attenzione alla relazione tra lesione e sintomo. Il medico non si limita a dire che il paziente è malato: osserva la ferita, valuta la risposta del corpo, descrive i sintomi e cerca di prevedere l’evoluzione della patologia. In alcuni casi compare anche l’osservazione del rapporto tra trauma cranico e alterazioni neurologiche. Questo rende il documento una testimonianza eccezionale della capacità degli Egizi di accumulare e trasmettere conoscenze mediche attraverso l’esperienza.

Mito o realtà? Imhotep scrisse il Papiro Edwin Smith?

Molti libri divulgativi attribuiscono il più antico trattato chirurgico dell’antico Egitto a Imhotep. In realtà non esiste alcuna prova.

Il Papiro Edwin Smith, pur basandosi probabilmente su conoscenze molto antiche, è una copia realizzata oltre un millennio dopo la vita di Imhotep. Non possiamo dunque utilizzarlo come una “prova” che Imhotep praticasse la medicina, ma come testimonianza della lunga tradizione di conoscenze mediche egizie nella quale, molti secoli più tardi, il nome di Imhotep sarebbe stato associato alla medicina. L’attribuzione resta una suggestiva ipotesi, non un fatto storico.

Questa distinzione è fondamentale: il fascino di Imhotep non ha bisogno di leggende per essere straordinario.

La sapienza come virtù politica

Per gli Egizi il vero sapiente non era solo colui che accumulava conoscenze, ma che sapeva metterle al servizio della Maat.

Imhotep sembra aver incarnato perfettamente questo ideale: le sue competenze non erano fini a sé stesse. Servivano a costruire uno Stato più stabile. Templi meglio orientati, monumenti più duraturi, un’amministrazione più efficiente, una religione capace di rafforzare l’unità del regno.

In questo senso egli rappresenta una figura sorprendentemente moderna: la conoscenza è uno strumento di governo.

Imhotep e la Maat. Immagine generata dall’AI

L’uomo che diventò modello

Nei secoli successivi il nome di Imhotep continuò a essere pronunciato nelle scuole per scribi. Gli apprendisti imparavano a considerarlo il simbolo della perfetta unione tra intelligenza e rettitudine morale.

È significativo che, mentre molti grandi funzionari dell’Antico Regno caddero nell’oblio, Imhotep continuò a vivere nella memoria collettiva grazie al suo sapere, forse la sua eredità più preziosa: le dinastie passano, i regni crollano, le città vengono sepolte dalla sabbia, ma la conoscenza, quando lascia un segno nella storia, sopravvive ai suoi creatori.

📜Le fonti raccontano

Nei templi tolemaici dedicati a Imhotep si trovano iscrizioni che lo definiscono “figlio di Ptah” e “grande guaritore“. Ecco i principali templi.

Tempio di Iside a File (Philae). Cappella di Imhotep: All’interno del complesso di File si trova un vero e proprio tempietto/cappella indipendente espressamente dedicato a lui. I testi e i rilievi risalgono principalmente al regno di Tolomeo V Epifane. Qui Imhotep viene assimilato alla divinità greca della medicina, Asclepio, e invocato dai pellegrini per ricevere guarigioni.

Il Tempio di Iside a Philae

Tempio di Deir el-Medina (Tebe Ovest). Questo tempio tolemaico, iniziato da Tolomeo IV Philopátor e ampliato dai successori, è dedicato principalmente ad Hathor e Maat. Tuttavia, ospita una fortissima venerazione per due saggi umani divinizzati: Imhotep e Amenhotep figlio di Hapu. Imhotep è raffigurato sulle pareti del naos e nelle cappelle interne. Viene celebrato nei testi geroglifici come patrono degli scribi, medico compassionevole e intermediario tra gli uomini e le grandi divinità.

Tempio di Horus a Edfu: conserva una delle più vaste raccolte di testi geroglifici di epoca tolemaica. Nelle lunghe iscrizioni sulle pareti esterne del santuario, che descrivono i miti della fondazione e i progetti sacri, viene esplicitamente citato un testo mitico-architettonico noto come Il Libro delle Fondazioni dei Templi. L’iscrizione attribuisce l’idea e i calcoli architettonici originari del tempio proprio ai decreti tradizionali scritti da Imhotep.

Il Tempio di Horus a Edfu

Tempio di Ptah a Karnak. Sulle pareti e sui piloni (le cui decorazioni vennero ultimate proprio nel periodo tolemaico e nei primissimi anni dell’epoca romana) sono presenti inni dedicati a lui. I testi lo lodano esplicitamente come colui che “cura i malati, ridona la vita e rinnova la creazione di suo padre (Ptah)”. Poiché in epoca tarda Imhotep venne mitologicamente considerato come il “figlio di Ptah”, il piccolo Tempio di Ptah situato all’interno del grandioso recinto di Karnak divenne un punto focale per il suo culto.

Il Tempio di Ptah a Karnak

Questi testi non riflettono la realtà storica della III Dinastia, ma testimoniano come, oltre duemila anni dopo la sua morte, la sua figura fosse ormai entrata nella sfera del sacro. È uno dei casi più straordinari di trasformazione di un personaggio storico in divinità documentati nell’antichità.

Dall’uomo al dio

Nessun altro architetto dell’antico Egitto ricevette un onore simile. Nessun altro funzionario fu venerato per secoli come protettore della medicina, della sapienza e degli scribi. Come poté accadere? Quale percorso trasformò un uomo realmente esistito in una divinità capace di ricevere offerte, pellegrinaggi e preghiere?

La risposta ci conduce in uno degli aspetti più affascinanti della religione egizia: la morte di Imhotep non segnò la fine della sua storia, ma l’inizio della sua leggenda, che sarà l’argomento della terza ed ultima parte. Non mancate!

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