- Prof.Mauro Norton Rosati di Monteprandone de Filippis Dèlfico
Nel contesto economico attuale – segnato da crescente instabilità normativa, pressione fiscale e complessità nei passaggi generazionali – il trust internazionale sta progressivamente emergendo come uno degli strumenti più sofisticati e versatili per la gestione e protezione dei patrimoni.
Non più percepito come istituto “esotico”, ma sempre più come architettura giuridica avanzata, il trust si impone oggi anche nel dibattito italiano come alternativa concreta a strumenti tradizionali spesso inadeguati a governare patrimoni complessi e dinamiche familiari articolate.
Un istituto antico per esigenze moderne
Nato nei sistemi di common law, il trust ha trovato piena legittimazione anche in Italia attraverso la Convenzione dell’Aja del 1985, consentendo l’utilizzo di leggi straniere – tra cui quelle di Gibilterra, Jersey e Nevis – per regolare rapporti giuridici interni.
La sua forza risiede nella segregazione patrimoniale: i beni conferiti nel trust escono dalla disponibilità del disponente e vengono amministrati da un trustee nell’interesse dei beneficiari o per uno scopo determinato.
Un meccanismo che, se correttamente strutturato, consente:
- protezione da aggressioni creditorie;
- pianificazione successoria ordinata;
- governance di partecipazioni societarie;
- gestione unitaria di patrimoni immobiliari e mobiliari.
Gibilterra: la nuova frontiera “equilibrata”
Tra le giurisdizioni più interessanti, Gibilterra si sta imponendo come una soluzione intermedia tra solidità e flessibilità.
Il sistema, fondato sul Trusts Act 1895 Gibraltar, combina:
- tradizione di common law;
- elevata riservatezza;
- fiscalità competitiva (in assenza di redditi territoriali);
- compliance internazionale conforme agli standard OCSE.
A differenza di giurisdizioni più aggressive, Gibilterra offre un equilibrio che la rende particolarmente adatta a strutture patrimoniali credibili anche nei confronti di banche e controparti istituzionali.
Il nodo italiano: tra opportunità e rischi
Se da un lato il trust rappresenta una soluzione evoluta, dall’altro impone un approccio rigoroso sul piano fiscale. L’ordinamento italiano – in particolare attraverso l’art. 73 TUIR – guarda con attenzione alle strutture estere, soprattutto nei casi in cui:
- disponente e beneficiari siano residenti in Italia;
- la gestione effettiva sia di fatto interna al territorio nazionale.
In tali ipotesi, il rischio di riqualificazione è concreto.
Proprio per questo, il trust non può essere considerato uno strumento “standardizzato”, ma richiede una progettazione sartoriale, in grado di coniugare diritto interno e internazionale.
In questo scenario si colloca l’attività di Studio Cassiel – International Legal Advisers, realtà con base a Londra e operatività tra Regno Unito, San Marino e Italia, che ha sviluppato un modello distintivo nella strutturazione di trust internazionali. L’approccio adottato non è meramente notarile o formale, ma si caratterizza per:
- integrazione tra diritto dei trust e fiscalità comparata;
- costruzione di architetture patrimoniali “compliance-oriented”;
- attenzione ai profili bancari e di operatività reale;
- utilizzo di clausole evolute (anti-interposizione, firewall, governance dinamica).
Particolare rilievo assume la capacità di progettare strutture ibride, in cui il trust dialoga con società operative, fondazioni o veicoli esteri, consentendo una gestione efficiente e sostenibile nel tempo.
Un elemento spesso sottovalutato è la funzione “attiva” del trust.
Non solo protezione, ma anche:
- valorizzazione di asset strategici;
- gestione di operazioni straordinarie;
- sviluppo di iniziative charitable e filantropiche;
- supporto alla continuità aziendale.
In particolare, i charitable trust stanno emergendo come alternativa flessibile agli enti del Terzo Settore, consentendo modelli operativi meno burocratizzati e più orientati all’impatto.
L’Italia sconta ancora un ritardo culturale nell’utilizzo del trust, spesso frenato da approcci difensivi o da una visione meramente fiscale.
Eppure, nei principali sistemi economici internazionali, il trust rappresenta una componente strutturale della pianificazione patrimoniale.
Il passaggio chiave è culturale: comprendere che il trust non è uno strumento di elusione, ma un modello evoluto di organizzazione della ricchezza, capace di garantire stabilità, trasparenza e continuità.
Conclusione
In un contesto globale sempre più complesso, il trust – e in particolare quello regolato da giurisdizioni come Gibilterra – si configura come una soluzione concreta per affrontare le sfide della modernità economica.
A condizione, tuttavia, che venga progettato con competenza e visione strategica.
