“Il nome del ministero che svolgete – dice papa Leone nell’omelia della messa per il Giubileo dei Catechisti – viene dal verbo greco katēchein, che significa istruire a viva voce, far risuonare.
Ciò vuol dire che il catechista è persona di parola, una parola che pronuncia con la propria vita.
Perciò i primi catechisti sono i nostri genitori, coloro che ci hanno parlato per primi e ci hanno insegnato a parlare”.
“Come abbiamo imparato la nostra lingua madre – continua -, così l’annuncio della fede non può essere delegato ad altri, ma accade lì dove viviamo. Anzitutto nelle nostre case, attorno alla tavola: quando c’è una voce, un gesto, un volto che porta a Cristo, la famiglia sperimenta la bellezza del Vangelo”.
“Tutti siamo stati educati a credere mediante la testimonianza di chi ha creduto prima di noi – prosegue -. Da bambini e da ragazzi, da giovani, poi da adulti e anche da anziani, i catechisti ci accompagnano nella fede condividendo un cammino costante, come avete fatto voi oggi, nel pellegrinaggio giubilare”.
Così, il catechismo, conclude, è lo “strumento di viaggio” che “ci ripara dall’individualismo e dalle discordie, perché attesta la fede di tutta la Chiesa cattolica. Ogni fedele collabora alla sua opera pastorale ascoltando le domande, condividendo le prove, servendo il desiderio di giustizia e di verità che abita la coscienza umana. È così che i catechisti in-segnano, cioè lasciano un segno interiore: quando educhiamo alla fede, non diamo un ammaestramento, ma poniamo nel cuore la parola di vita, affinché porti frutti di vita buona”.
