Gesù come terapeuta, il cristianesimo come elisir dell’anima fondato su amore, ascolto dell’altro senza giudizio e fede intesa come apertura del cuore che si affida. Nella quarta e ultima parte dell’intervista a Paolo Iotti, esponente della Chiesa Vetero-Cattolica Italiana, entriamo nell’insegnamento della sua confessione, che a suo giudizio rappresenta l’essenza più autentica e tradizionale del messaggio di Gesù: non senso di colpa ma bellezza; non dogmi vissuti come imposizione autoritaria, ma simboli di un Logos celeste con cui entrare in risonanza perché capaci di unire l’uomo a Dio.
Che cos’è per voi la “cura d’anime terapeutica”?
È una pratica che integra pastorale e terapia, unendo elementi spirituali, teologici, educativi, psicologici e sanitari. Serve a rafforzare e recuperare la salute su ogni piano: comportamentale, morale, etico, fisico, mentale, spirituale. È un approccio globale alla persona, che parte dall’accoglienza profonda, dalla scoperta delle proprie potenzialità e dal loro sviluppo guidato.
Nella vostra visione terapeutica, anche l’arte ha un ruolo?
C’è attenzione all’arte come strumento terapeutico. Ognuno, secondo il proprio talento. Io, per esempio, sono musicista: ho scritto moltissima musica liturgica, anche per la Chiesa romana. Una mia canzone è stata usata per l’apertura della Messa di beatificazione e poi di canonizzazione di Padre Pio, a Roma. Importante è nutrirsi di entusiasmo. La parola stessa — en-theos — significa “dentro Dio” o “avere Dio dentro”.
Questa vostra terapia spirituale è diversa da quella scientifica, ma voi alla scienza non siete avversi, giusto?
Noi non contrapponiamo scienza e fede. La psicologia, ad esempio, e la preghiera sono due vie diverse, ma complementari, per affrontare lo stesso problema. Io posso aiutare qualcuno come musicoterapeuta, educatore o con la parola. E allo stesso tempo posso pregare per lui. Le due cose si rafforzano a vicenda.
Mi sembra molto vicino alla visione del Cristo come terapeuta dell’anima che caratterizza la tradizione cristiana orientale?
Sì, certamente. Ma non è solo orientale. Anche nella tradizione cattolica delle origini i sacramenti erano concepiti come strumenti di guarigione, veri e propri “farmaci dell’anima”. Per gli orientali, infatti, la Chiesa è una clinica e i sacramenti sono atti terapeutici. Il Nuovo Testamento parla chiaramente: l’unzione degli infermi, la confessione reciproca, l’imposizione delle mani… sono tutti segni di guarigione. Si dice: “la preghiera fatta con fede salverà il malato”. Per noi, salute e salvezza sono un tutt’uno. La spiritualità autentica ha sempre una dimensione terapeutica: dà senso alla vita, aiuta a ritrovare equilibrio profondo. Del resto, anche etimologicamente, in ebraico la parola “Osanna” significa “salvaci”, ma anche “guariscici”. C’è un legame profondo tra salvezza e guarigione. Possiamo davvero parlare di una “cristoterapia”.
Offrite anche un percorso formativo: i vostri fedeli possono diventare figure terapeutiche, ciascuno secondo i propri doni?
Ognuno sviluppa un ambito, secondo i propri doni. Questa idea nasce anche da un passo della Lettera di Giacomo ed era già presente nell’antica Chiesa. Noi l’abbiamo semplicemente ripresa: ogni persona che intraprende un cammino in questo senso viene aiutata a guardarsi dentro, a scoprire i doni ricevuti e a metterli a servizio della comunità. La nostra è una Chiesa con molti terapeuti anche in senso professionale: psicologi, medici, educatori. Io stesso opero come insegnante ed assessore ai servizi sociali. Ognuno cerca di portare la grazia di Dio nel proprio lavoro, integrandolo con la vocazione spirituale. La pastoraterapia non entra nel campo clinico, ma lavora in parallelo. Ha come elemento centrale la grazia divina, considerata strumento fondamentale per la guarigione.
Lei è un insegnante. Come collega educazione e terapia?
Per me il ponte tra le due è l’educazione all’ascolto. Puoi scriverlo in stampatello maiuscolo: ASCOLTO. Non esiste educazione senza ascolto. Il primo passo è mettermi in ascolto profondo dello studente. Solo così posso offrirgli qualcosa di veramente adatto. Allo stesso modo, in ambito terapeutico, la prima esigenza di chi soffre è essere ascoltato. E quando l’ascolto è autentico — empatico, sincero, centrato sulla presenza cristica dell’altro — quella persona inizia già a stare meglio. L’educazione, in fondo, è “ricordare”: aiutare l’altro a ricordare ciò che ha dentro di sé, quasi in modo atavico.
E in questo c’è un legame profondo con il messaggio cristiano. Cristo è la Parola. Ma la Parola diventa tale solo se c’è qualcuno che l’ascolta.
Noi non siamo una religione del testo scritto — come l’Islam o le religioni vediche — ma della Parola viva. La Bibbia si traduce, si adatta, si rinnova, perché ciò che conta è la parola viva che interpella.
Vedo che per voi l’ascolto ha un significato profondo.
Profondissimo. Quando studiavo ebraico biblico, scoprii che la parola «orecchio» (in ebraico ozèn) è anche un acronimo. Comincia con Aleph, la lettera che indica Dio. Le lettere che compongono la parola significano: “Dio nutre l’anima”.
Cosa significa?
Che attraverso l’ascolto nutri la parte non corporea di te stesso e dell’altro. Se neghi l’ascolto, neghi nutrimento all’anima. Al contrario, quando ascolti davvero qualcuno, o lo aiuti ad ascoltarsi, lo stai nutrendo.
Anche i simboli, allora, diventano forma concreta del Logos divino?
Le figurazioni si rivolgono al cuore e alla mente, non sono meramente cerebrali.
Mi viene in mente una frase di C.S. Lewis: “Il cristianesimo è un mito vero”. Intendeva tra l’altro dire che le immagini del Vangelo, i miracoli, le parabole… diventano reali quando iniziamo a proiettarle dentro di noi. Forse è questo il modo per incarnarle davvero.
Condivido. Anch’io sono molto attento a non spiegare troppo, soprattutto durante la liturgia. Quando leggo il Vangelo, lo faccio dall’Evangeliario grande, quello che mi ha lasciato in eredità un caro amico sacerdote cattolico romano. Lo sollevo, lo mostro all’assemblea — come si fa nella liturgia — e poco altro. Se in quel momento spiegassi troppo, rovinerei tutto. I simboli non vanno spiegati, perché hanno troppi significati sovrapposti. Se cerco di definirli, li banalizzo. La Chiesa vetero-cattolica dà grande importanza al simbolo. Non come formula magica o feticcio, ma come poesia: qualcosa che parla al cuore, spesso in modo ineffabile. Il sacro non si spiega: si vive.
Per saperne di più: https://www.chiesaveterocattolica.it/

