IL CANTO DELL’UNIVERSO – il linguaggio primordiale per comunicare con gli uomini
e con gli Dei. – Seconda e ultima parte.

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Ristorante di Milano, oggi.

Siamo arrivati da pochi minuti. Jenny ci ha ricevuto con calore come di consueto.

I miei occhi scannerizzano al volo il locale.

Voci alte. Ad un tavolo impiegati chiedono altro pane mentre ingurgitano grissini. Un uomo abbronzato in completo scuro scruta i bicchieri, i piatti, la forchetta e il coltello come fossero dei reperti da analizzare. Persone che parlano a bocca piena, sorrisi conviviali e un cameriere che raccoglie piatti vischiosi.

Gengive, denti e mascelle al lavoro, questo è il vero suono primordiale amico mio: il pasto delle bestie!” dice il mio socio divertito mentre controlla il menù del giorno.

Vero, d’altronde tutta l’esistenza si fonda sul mangiare o essere mangiati. Qualcuno ha detto che persino la pace e la guerra dipendono dalla digestione di un individuo”, rispondo ironico.

Scherzi a parte… Nell’articolo affronterai davvero la questione del suono primordiale? Ho sempre trovato sconvolgente la teoria che Dio si sarebbe servito di suoni per creare l’Universo”.

In effetti sconvolge anche me. Improvvisamente mi ritornano in mente quali sono i riferimenti che sembrerebbero avallare questo credo religioso.

Il Vangelo secondo Giovanni recita: “Nel Principio era il Logos, e il Logos era presso Dio, e il Logos era (un) Dio. Egli era, nel Principio, presso Dio “. Poi: “… tutto fu fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla fu fatto di quanto esiste…”. Oggi si suole tradurre il termine “Logos” con “Verbo”, o “Parola”, ma prima dell’Illuminismo, in molti preferivano la traduzione “suono”. Il termine “Logos” utilizzato da Giovanni (che scrisse il Vangelo in greco) si presta infatti in questa lingua a numerose traduzioni, di cui “suono” era quella privilegiata nell’antichità. Del resto, il suono delle parole riveste nella Bibbia una fondamentale importanza: pronunciando correttamente il nome di Dio, ovvero aggiungendo le giuste vocali e la corretta intonazione alle consonanti YHVH che lo compongono, l’uomo può, secondo la Qabbalah, divenire tutt’uno con la divinità stessa. L’idea di suoni primordiali e creatori è diffusa anche in altre tradizioni.

Cosa bevete amici?” ci chiede Jenny con la sua allegria contagiosa, riportandomi sulla terra.

Solo acqua oggi, dobbiamo rimanere svegli per finire un lavoro”.

La ragazza annuisce, poi fissa la carta dei vini.

Nessuna bevanda di perdizione oggi “, dice con un disarmante sorriso.

Gli occhi di Paolo brillano; fa finta di tirare su dal naso e, recitando in modo pessimo una crisi esistenziale, risponde:

Purtroppo no, anche se la nostra anima non sarà mai totalmente incorruttibile”.

Ecco. Mi stavo giusto chiedendo quando lo avrebbe detto. Lo ripete tutte le volte, dal giorno in cui abbiamo discusso delle proporzioni platoniche durante una registrazione in studio, con un artista appassionato dell’argomento.

Nel “Timeo”, Platone afferma che un divino artefice (il Demiurgo) plasma la materia seguendo un principio definito harmonia mundi, “Prima che esistesse il cielo” c’erano tre principi distinti: l’essere (immutabile, eterno) lo spazio (mutabile, corruttibile) e la generazione (essenza intermedia con le caratteristiche dell’essere e dello spazio), definita anima mundi. L’anima mundi era quindi la mediazione tra lo spirito e la materia. Pitagora, sulla scorta del pensiero pitagorico, pone questo collegamento tra spirito e materia su base matematica. Gli elementi costitutivi della materia sono divisi in due coppie (terra-fuoco e acqua-aria), i principi universali primordiali sono tre; la proporzione matematica che collega gli elementi materiali e spirituali è composta da numeri ottenuti moltiplicando o elevando al quadrato e al cubo i numeri “2” e “3”.

Questa proporzione esprime il Principio divino dell’harmonia mundi, e a essa si rifanno le scale musicali greche. I greci leggevano la scala dalla nota più alta alla più bassa, simboleggiando così la discesa in terra dell’opera del divino artefice.

Nel “Timeo” si afferma che l’uomo ha un’anima immortale, ed è stato creato della stessa sostanza dell’anima mundi, ma non è totalmente puro perché, pur riflettendo l’armonia cosmica, è a diretto contatto con il caos della materia. Purificarsi (e cioè ricreare l’equilibrio degli elementi dentro di sé) è perciò suo preciso compito: la purificazione può essere ottenuta per mezzo di discipline come la musica e l’alchimia. La musica, in particolare, agisce sull’uomo tramite melodie strutturate su particolari scale, dette modi. Nella “Repubblica” Platone afferma inoltre che i vari modi hanno fini diversi; perciò, alcuni di essi vanno proibiti in quanto dannosi.

Un’ora dopo, il pranzo è finito.

Paolo è rimasto incollato allo smartphone per tutto il tragitto fino all’arrivo nella sede della if Records.

Saluto la nostra efficientissima e professionale collaboratrice e mi chiudo nel mio ufficio, deciso a finire la seconda e ultima parte dell’articolo.

Porta per il trascendente

In tutte le tradizioni spirituali, distanti tra loro per epoca e per collocazione geografica, sono state elaborate musiche che avevano lo scopo di creare le condizioni ideali per la meditazione e per il rapporto diretto con Dio. I mantra dei monaci tibetani, le scatenate danze voodoo, i riti musicali maya e aztechi oppure quello dei tarantolati, si concludono inevitabilmente con un passaggio di stato di ipercoscienza (non perdita di coscienza, perché questo stato non ha nulla a che vedere con sballi da assunzione di droghe o di alcolici) da parte dell’officiante, che entra in comunicazione con un’entità superiore. Uno degli elementi tramite i quali la musica può aprire la via di accesso per il trascendente è l’eliminazione di ogni legame che costringe il fedele al mondo terreno, cioè alla cognizione dello spazio e del tempo che insieme, garantiscono lo stato quotidiano di coscienza.

Quando un uomo si svincola completamente da questi due elementi è pronto per il volo nella dimensione spirituale. Ecco perché tra i vari repertori di musica sacra esistono analogie caratteristiche, tra cui, in particolare, alcune formule ritmico-melodiche che consentono di declamare testi o parole sacre ripetendoli anche all’infinito.

L’effetto della ripetizione e, in taluni casi, dei movimenti corporei che sono soliti accompagnarla è proprio il superamento della cognizione dello spazio e del tempo da parte sia degli esecutori, sia degli spettatori/ascoltatori, uniti in una dimensione emotiva superiore.

Musica in chiesa

La musica è gradita alla religione cristiana e, esattamente come per le altre religioni, può costituire la via d’accesso per l’intima unione tra i fedeli e Dio. Occorre fare subito una distinzione tra musica rituale e musica religiosa: la seconda non assolve le funzioni di passaggio descritte sopra, ma risulta liturgica solo per la scelta del testo. La musica religiosa annovera capolavori assoluti, come i requiem di Mozart e di Verdi, ma i criteri compositivi di questo genere sono volti a soddisfare più le esigenze estetiche che quelle di preghiera. La forma di musica sacra che più si avvicina alla struttura dell’harmonia mundi è il canto gregoriano. Esso fa parte della liturgia romana; i suoi testi derivano dalla Sacra Scrittura e il suo genere è monodico (tutti cantano insieme la stessa melodia) a cappella. Caratteristica del rito cristiano primitivo sono la lettura e la salmodia (canti dei salmi). La lettura si svolge per mezzo della cantillazione, cioè della sorta di amplificazione sonora di ogni parola, regolata dal ritmo verbale. In questo modo si declamano le Epistole e i Vangeli. Il lettore appartiene all’ordine sacerdotale, perché la cantillazione è pratica interpretativa esoterica del testo sacro ed è quindi necessaria una preparazione iniziatica. Al cantore (laico) era invece affidata la salmodia. Dal 313 d.C. (editto di Costantino) si assiste allo sviluppo di diversi repertori di canti in tutta l’area cristiana: ambrosiano (ancora oggi eseguito a Milano), mozarabico, celtico, gallicano, aquileiese, beneventano, e infine romano, repertorio che sfocerà nel gregoriano. Esso prende il nome da Gregorio Magno, che organizzò tutti i canti composti sino a quel momento in un unico repertorio.

La struttura del canto gregoriano è complessa e impone una preparazione specifica, ognuno dei suoi elementi ha particolari significati simbolici, liturgici, rituali, e fonici atti a favorire lo stato di ascesi. La ripetizione di parole e formule melodiche per sortire l’effetto voluto (superamento dello spazio-tempo) deve essere consapevole e sempre in progredire: si deve cioè sempre ripetere la formula come se fosse la prima volta, come se fosse nuova, così come ogni giorno è nuovo, anche se la sua durata e la sua scansione ritmica sono sempre le stesse. La novità nella ripetizione è un fattore essenziale: quando la novità viene a mancare, la ripetizione diventa ossessiva, e in questo caso la musica è al servizio di colui che genera il disordine, il caos.

canto Gregoriano.

Musica alchemica

Fino all’età rinascimentale, la musica e l’alchimia, insieme alla poesia e alla muratoria, erano considerate Arti tradizionali, ovvero arti nelle quali il termine assumeva il suo significato originario. Arte deriva infatti dal radicale indoeuropeo are, che possiede il significato semantico di ordinare; quindi, l’Arte era tecnica per portare ordine e perfezione nel mondo fisico, continuando l’opera iniziata dal creatore. Musica e alchimia condividevano quindi il comune scopo della rigenerazione umana; in comune possedevano anche la peculiarità di utilizzare un lessico e un linguaggio puramente simbolici.

Il medico Robert Fludd (1574-1637) scrisse nel 1626 il testo alchemico Medicina Catholica. Partendo da presupposti pitagorici-platonici, era convinto che la musica dovesse essere oggetto di studio dei fisici e non dei matematici: poiché la vera natura dell’armonia era spirituale, essa non poteva essere colta da coloro che ragionano in termini numerico-quantitativi, bensì da chi è in grado di comprendere l’elemento qualitativo del numero.

Musicoterapia

Le facoltà curative della musica erano ben note già ai popoli antichi: secondo il filosofo neoplatonico Porfirio (circa 232-305d.C.) era possibile curare malanni fisici e mentali con ritmi e canti a modello dell’harmonia mundi. Ancora oggi si conservano a livello poco più che folkloristico cerimonie in cui musica e danza rappresentano lo scudo di protezione della comunità contro i pericoli. Di particolare interesse sono alcuni metodi curativi che i maestri spirituali indiani si tramandano da secoli. Alcuni di essi ricorrono ancora oggi alla tamboura, uno strumento a corda già presente in Mesopotamia duemila anni prima di Cristo. All’inizio del trattamento terapeutico la tamboura va scordata, assimilandola al fisico del malato che non è più intonato, cioè in armonia, con l’universo. A poco a poco il maestro accorda lo strumento, e le sue vibrazioni. Entrate in consonanza con quelle del corpo del paziente, lo riportano nello stato di armonia spirituale e fisica.

I primi studi fisico-scientifici sui rapporti tra musica e corpo risalgono al XV-XVI secolo con Marsilio Ficino e Gerolamo Cardano, e continuano ai giorni nostri. Oggi la musico-terapia coinvolge diversi settori, tra cui la terapia clinica, la psicoterapia per portatori di handicap, la pedagogia. Diverse sono le teorie di riferimento dei moderni musicoterapeuti, alcuni dei quali si rifanno persino alle concezioni dei filosofi greci; solitamente la musicoterapia propone ai pazienti ritmi, melodie e sonorità stimolanti, che li aiutano a superare particolari blocchi psichici. La musica sembra infatti agire direttamente sui lobi cerebrali adibiti alle emozioni, superando le barriere determinate dai condizionamenti; sono numerosi, a questo proposito, i casi di uscita dal coma a seguito di uno stimolo musicale.

La musica del bene e del male

Già i filosofi greci, già Boezio, già Sant’Agostino, parlavano di modi musicali in grado di educare e di altri modi assolutamente diseducativi: queste idee continuano ai giorni nostri. Se si accetta che un certo tipo di musica possa avere influenze positive, va da sé che un altro tipo di musica non potrà che condizionare negativamente chi l’ascolta.

Tralasciando il contenuto dei testi (che possono spingere all’odio, al razzismo o altro), e la destinazione (musica realizzata a fini guerreschi, licenziosi, e via dicendo), alcuni sostenitori della presenza del male in un tipo di musica ritengono pericolose sia certe strutture sia, addirittura, certi accordi musicali. I cosiddetti accordi di triade erano considerati il simbolo della trinità divina e perciò benefici; i tempi ritmici ternari venivano definiti perfetti, mentre imperfetti erano quelli binari. Il tritono (intervallo melodico di difficile intonazione formato da tre toni interi), interpretato come il pervertimento della triade, non poteva che essere considerato una manifestazione diabolica, esso fu vietato già nel medioevo da trattatisti come Guido d’Arezzo, e, nel non poi troppo lontano 1725, J.J. Fux (che per primo parlò di Diabolus in musica) ne stigmatizzò duramente l’uso addirittura in un intero trattato, Gradus ad Parnassum. Successivamente questo intervallo fu utilizzato da compositori per la sua particolare durezza, estremamente efficace per esprimere musicalmente l’angoscia, il turbamento, la morte.

Nella nostra epoca la musica del male per eccellenza è il rock (ma bisogna ricordare che, all’inizio del novecento, questa definizione venne affibbiata prima al blues, poi al jazz, il che fa pensare che ogni manifestazione musicale fuori canone sia subito oggetto di attacchi moralistici). L’argomento è di portata troppo vasta per liquidarlo in poche righe, quindi mi limiterò ad alcune considerazioni. La presunta colpevolezza del rock può essere rilevata su due piani: la tematica dei testi e la struttura musicale dei brani. Di quest’ultima è stato già detto, anche in relazione all’harmonia mundi, che quasi tutti i brani rock sono scritti in quattro quarti, tempo ritmico binario che gli antichi teorici consideravano imperfetto. Non c’è dubbio che esistano testi che invitano più o meno esplicitamente al male, così come è scientificamente provato che un certo tipo di musica ad altissimo volume esercita una sorta di effetto stordente su chi ne fruisce, soprattutto se l’ascolto è accompagnato dall’assunzione di droghe e di alcol. Quindi, senza stare a scomodare il diavolo, sarebbe più corretto dire che un bombardamento di messaggi musicali negativi in un’atmosfera frastornante potrebbe generare effetti almeno momentaneamente non positivi.

A dirla tutta, però, sono stati gli stessi compositori rock ad alimentare di proposito questa teoria della musica del male. Jimmy Page, leggendario chitarrista dei Led Zeppelin, lasciò talvolta credere che alla produzione dei suoi dischi collaborassero alcuni demoni. Mick Jagger, confessava invece che ogni volta che il suo gruppo iniziava a suonare il brano Sympathy for the Devil accadeva qualcosa di inquietante. La lista è lunga (il numero della bestia 666, le citazioni di opere come il Libro dei morti e degli scritti di Aleister Crowley nei simboli e nei testi dell’heavy metal), ma il fatto è che questo argomento attrae il pubblico e fa vendere ed è legittimo pensare che ci sia una precisa strategia di marketing che un reale interesse spirituale o di altro tipo.

In realtà, ormai da molti anni, la musica rock è stata capita e accolta anche dalla religione cristiana. Fu lo stesso Wojtyla a confessarlo parlando ai giovani durante un viaggio in Australia nel 1986: “Cari giovani, amo molto la musica classica, ma talvolta mi piace ascoltare anche la musica che piace tanto a voi, il rock…”. Giovanni Paolo II è stato anche il Papa che ha citato i versi della celebre “Blowin’in the wind” di Bob Dylan in occasione dell’evento musicale rock di Bologna nel 1997: “how many roads must walk down, before you call him a man…”. “Quante strade? C’è una sola strada, È Cristo la strada che un uomo deve percorrere prima di essere chiamato uomo! Cristo che ha detto ‘ Io sono la Via’ “.

Ma su questo argomento, ritornerò in futuro.

Ok, articolo finito.

Forse non sono riuscito a trovare una risposta precisa alla domanda che mi ero posto all’inizio della prima parte di questo articolo. Forse non ci riuscirà mai nessuno. Ho capito solo che la musica è sempre esistita e che, dall’alba della creazione, non ha mai smesso di farci compagnia.

Prendo dalla base la mia chitarra Martin, sprofondo sul divano, chiudo gli occhi e pizzico oziosamente le corde dello strumento posato quasi sul petto, traendone toni malinconici, un suono quasi ipnotico che da ore mi frulla continuamente per la testa, come se la musica mi aiutasse a pensare e ad amplificare le mie capacità elettive.

Ma in breve la mia mente si stacca dal presente e inizia di nuovo a vagare nei ricordi…e nel cosmo.

Ci ritroviamo, se volete, lunedì 5 settembre.

Buone vacanze!

Fine seconda e ultima parte

Ivano Faraci

https://www.instagram.com/ivanofaraci/

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Copertina album Led Zeppelin.

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