IL CANTO DELL’UNIVERSO – il linguaggio primordiale per comunicare con gli uomini e con gli Dei. – Prima parte .

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Tantissimo tempo fa….

Si erano riuniti attorno al fuoco che si stava spegnendo. Esisteva solo il silenzio: anche le voci degli animali selvaggi si erano dissolte tra le cupe foreste. Il vento faceva oscillare i grandi alberi scuri. Come al solito, incombeva il terrore del buio che coglie prima del sonno.

I componenti del clan si sentivano vulnerabili e si rendevano conto che il corpo che li rivestiva non era che un veicolo impermanente. Uno di loro prese a tamburellare con un osso di animale sui sassi ai suoi piedi, qualcuno tra i saggi cominciò a cantare usando parole di conoscenza, tutti gli altri fecero lo stesso e ben presto un grande coro si levò intorno al fuoco. Così cessò la paura del buio e la notte divenne fonte d’ispirazione poetica. Il vento si rimise a cantare dolcemente come per cullare il sonno irrequieto degli uomini della tribù, mentre i grandi alberi scuri, che prima apparivano misteriosamente minacciosi, si tramutarono in sentinelle amiche.

Milano, ieri…

Le nuvole minacciose erano arrivate ad una velocità che il bambino non aveva calcolato. Prima del previsto si era scatenato un tremendo temporale. Il bambino aveva i capelli incollati alla cute e l’acqua gli scorreva sul collo. Ma non vi badava. Doveva arrivare a casa il prima possibile e mentre scrutava intorno a sé, il suo respiro si faceva sempre più forte. Vedeva il pericolo in ogni angolo buio, in ogni ombra che gli passava vicino. Gli scricchiolii, che potevano essere normali rumori della strada durante il temporale, diventavano nella sua mente rumori causati da qualche minaccia invisibile.

Per un attimo gli tornò in mente il ricordo di sua madre quando cercava di aiutarlo ad esorcizzare la paura prima di andare a dormire insegnandoli a cantare delle canzoncine. Cantare lo faceva sentire dotato di poteri speciali: di colpo si sentiva invaso da una sicurezza e un senso di protezione tali da convincersi di poter sconfiggere tutti i demoni.

Milano, sede della if Records & Management, oggi…

Mi avvicino alla finestra in modo che i raggi del sole possano illuminarmi. La sensazione che provo è rilassante e nostalgica, come il suono d’acqua di una fontana. Guardo fuori dalla finestra. L’orizzonte è vicino, ma è sempre così dopo una nottata di tempesta e vento a Milano. Il panorama è inevitabilmente circoscritto da giganti celesti di roccia dalle cime, dipinte di bianco. Il cielo è ancora di un perfetto blu da primo mattino. Il frastuono repentino della sirena di un’ambulanza istintivamente mi risveglia dalle mie meditazioni. Guardo il monitor del computer. In alto, al centro dello schermo bianco c’è scritto:

La musica per comunicare con gli uomini e con gli Dei

Il rettangolo luminoso mi guarda con aria sorniona. Devo scrivere il secondo articolo della mia rubrica e ho scelto questo argomento a me molto caro.

Gli esseri umani hanno sempre cantato per esorcizzare la paura. Lo hanno fatto anche durante la pandemia. Perché?”, mormoro rivolto al monitor e comincio a picchiettare sulla tastiera.

Ma per trovare la risposta, devo tornare indietro nel tempo…

Non si conosce quasi nulla sui tempi e sui modi della musica primitiva. Possiamo ricostruire alcuni aspetti della musica primitiva ascoltando i neonati: essi, come i primi abitanti della terra, non possedendo ancora la conoscenza di un linguaggio convenzionale non possono che comunicare con suoni naturali non organizzati. Senza dubbio più melodiosa è la teoria dei Greci, i quali

facevano risalire le origini del canto all’imitazione di quello degli uccelli, o quella degli antichi popoli indiani, riportata dai libri sacri Vedanta e Upanishad, i quali associavano a ogni nota musicale un diverso animale.

Secondo un’altra affascinante teoria, in epoca più evoluta le parole erano utilizzate per esprimere i concetti pratici, mentre alla musica era affidato il compito di comunicare i sentimenti (teoria di cui persino i filosofi greci erano convinti assertori).

È possibile che la musica primitiva costituisse una forma di comunicazione precedente al linguaggio parlato. Ancora oggi si trovano in alcune tribù particolarmente arretrate sistemi di natura musicale (come i tamburi parlanti della foresta africana, più famosi con l’improprio termine di Tam-Tam).

( pitture rupestri)

Anche sistemi comunicativi di paesi più sviluppati conservano tracce di un’antica natura musicale: nel cinese parlato, per esempio, il significato di una parola cambia radicalmente a seconda dell’intonazione della voce; nel cinese ufficiale (mandarino) ogni sillaba può avere quattro intonazioni diverse, nel cantonese addirittura nove. Per cercare di rendere l’idea delle intonazioni, in alcuni manuali per lo studio della lingua a uso degli stranieri, i fonemi sono associati a una notazione musicale. Senza arrivare alla complessità del cinese e di altri linguaggi orientali, l’intonazione è fondamentale per la completa comprensione di tutte le lingue: dalla modulazione e dall’intonazione è possibile cogliere il senso dei dialoghi in idiomi sconosciuti, grazie agli inconfondibili toni di voce di un litigio, di un urlo di terrore, di un discorso tra innamorati. In questo senso la musica è un linguaggio universale, e non è un caso che nel film Incontri ravvicinati del terzo tipo il regista Steven Spielberg abbia scelto proprio la musica come momento di contatto tra i terrestri e gli alieni.

Locandina del film Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Fin dalle origini la musica è stata considerata un linguaggio privilegiato per comunicare con le divinità. Nelle gerarchie delle antiche società sparse in tutto il mondo, i sacerdoti-musici (stregoni e sciamani) ricoprivano ruoli di primo piano, in quanto conoscevano i segreti di pratiche musicali in grado persino di compiere miracolose guarigioni. Le facoltà magico-curative della musica, che sono oggi alla base della moderna musicoterapia, erano ben note nelle civiltà egizia, assira, indiana, cinese, greca e romana. Gli strumenti musicali erano spesso considerati bacchette magiche che potevano attirare energie cosmiche. Non a caso gli sciamani seppellivano a fianco dei morti alcuni flauti costruiti con ossa umane: durante i riti funebri, inoltre, suonavano il tamburo per richiamare gli dèi, ai quali chiedevano di concedere al defunto la vita eterna.

Per gli antichi egizi, il shshsht (sistrum per i romani), una sorta di sonaglio di maiolica, era fondamentale nei rituali dedicati a Iside. Esso emanava un suono simile al frusciare del vento tra le canne del papiro (per onorare la dea che si era riparata con il figlio tra le paludi nel delta del Nilo) e divenne in breve simbolo della vita e dell’adorazione, tuttora utilizzato dei riti della chiesa copta.

Il tamburello era invece particolarmente efficace nelle cerimonie legate alla fertilità; delle proprietà dell’antica tamboura (che a dispetto del suo nome, è uno strumento a corda come il liuto) parleremo diffusamente in relazione al suo utilizzo in musicoterapia.

Gli ebrei associavano il suono dello shofar, strumento a fiato ricavato dal corno di un ariete, ad alcuni episodi biblici, come il sacrificio di Isacco o il trasferimento dell’Arca dell’Alleanza. Anticamente lo shofar era utilizzato negli esorcismi; fino al secolo scorso nelle pratiche magiche; oggi lo strumento è suonato in occasione del Rosh Hashanah, il capodanno ebraico che dà inizio al periodo di purificazione concluso nel giorno della Yom Kippur. Sempre a proposito di strumenti musicali, la Bibbia racconta l’episodio dell’arpa di David, che liberò re Saul da uno spirito maligno, e quello delle trombe di Giosuè, che abbatterono le mura di Gerico (da notare che esse avrebbero avuto un effetto devastante sulle mura ma nessuno sugli uomini, come se le frequenze del suono avessero potuto agire soltanto sulla pietra). Nella tradizione islamica la scuola degli udisti (suonatori di ud, strumento simile alla tamboura) associavano ogni corda del loro strumento a un elemento del cosmo, mentre i greci assegnavano precisi suoni e melodie ai temperamenti umani e ai moti dell’animo.

L’armonia del mondo

Il termine musica è di origine greca ed è associato alle Muse, mitiche protettrici delle Arti, da ciò si comprende l’importanza che i greci attribuivano al mondo dei suoni (a titolo di cronaca, esiste anche un’etimologia scarsamente accreditata che attribuisce l’origine del termine musica a Mosè).

Molti filosofi greci consideravano cosmo, numeri e musica, parti di uno stesso concetto, affermando che la musica in particolare era manifestazione di quel Principio divino che dava ordine al mondo e a partire dal quale tutto fu creato. I filosofi rinascimentali avrebbero poi battezzato questo principio harmonia mundi.

Il primo filosofo greco a occuparsi dell’aspetto cosmologico della musica fu Pitagora il quale, nel V secolo a.C., elaborò la teoria dell’armonia delle sfere. Esiste uno stretto legame tra cosmo, numeri e suoni e questi ultimi sono manifestazione delle proporzioni divine. Pitagora scoprì che in una scala musicale i suoni stanno tra di loro in un preciso rapporto di tipo matematico. Questo rapporto è verificabile empiricamente anche oggi, in laboratorio, con un monocordo (strumento per esperimenti di fisica acustica formato da una corda tesa fissata agli estremi e da un cursore; questo può spostarsi sulla corda stessa, fissandosi in un suo punto e riducendone la parte vibrante). Ipotizziamo che questa corda, pizzicata come quella di una chitarra, emetta la nota do: se spostiamo il cursore esattamente a metà della corda, pizzicandola avremo il do acuto (cioè all’ottava sopra). Così procedendo troveremo che ogni nota si può generare con una proporzione matematica. Poiché la musica è legata alla matematica, conoscere le Leggi dei numeri significa giungere all’essenza del Tutto.

Per Pitagora l’universo canta, e l’uomo è una nota dell’immensa sinfonia cosmica, colui che pensa in musica può accedere alle più alte vette di coscienza spirituale. Poiché la melodia rappresentava la sostanza originale del Tutto, a essa venivano attribuite proprietà magiche e terapeutiche.

E così era possibile che con il canto Orfeo potesse domare le belve e i mostri infernali; che Anfione, suonando la lira, potesse muovere le pietre per costruire le mura di Tebe; che l’Oracolo di Delfi, intonando lunghe nenie, tranquillizzasse le donne invasate; che le Sirene utilizzassero la loro voce melodiosa per far perdere la rotta ai marinai. Esistevano diverse scale musicali con le quali si poteva comporre un brano, e ciascuna di esse aveva caratteristiche diverse. Platone, che si occupò di musica in molti dei suoi dialoghi (tra cui la Repubblica, le Leggi, il Simposio e il Timeo), raccomandava di ascoltare solo le melodie strutturate secondo le leggi dell’armonia delle sfere, in quanto qualsiasi altro tipo di musica creata per diletto poteva plagiare e rendere schiavi i suoi ascoltatori. Un concetto, questo, che verrà ripreso a suo tempo da Sant’Agostino e dai moderni avversatori del cosiddetto Rock satanico.

Pausa pranzo, socio. Che fai, vieni con me?”

La voce proviene da un uomo apparso all’improvviso sulla soglia della porta in vetro del mio ufficio. Alzo gli occhi dal monitor, blocco le dita sulla tastiera, e lancio un’occhiata d’intesa al mio socio e amico Paolo.

Mezz’ora più tardi siamo in un ristorante storico all’interno di un vecchio cortile ristrutturato.

Fine prima parte

Nella seconda parte: il suono primordiale, proporzioni platoniche, porta per il trascendentale, musica in chiesa, musica alchemica…

Ivano Faraci

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