I mercati finanziari saliranno all’infinito? È una delle domande più antiche della finanza moderna e, probabilmente, una delle più attuali in questa fase storica. Dopo mesi caratterizzati da nuovi massimi di Wall Street, dalla forza del comparto tecnologico e dall’entusiasmo crescente verso l’intelligenza artificiale, molti investitori si interrogano sulla sostenibilità di un rialzo che sembra non conoscere ostacoli. Eppure la storia insegna che i mercati non si muovono mai in linea retta. La loro natura è ciclica, spesso emotiva, a tratti irrazionale.
Nel lungo periodo, tuttavia, le Borse mondiali hanno mostrato una tendenza strutturalmente rialzista. Questo fenomeno non nasce dal caso, ma da fattori economici ben precisi. Crescono gli utili delle imprese, aumenta la produttività, evolvono le tecnologie, migliora l’efficienza dei sistemi economici e, nel tempo, cresce anche la massa monetaria globale. A ciò si aggiunge l’inflazione, che tende a far salire il valore nominale degli asset finanziari.
Osservando gli ultimi quarant’anni appare evidente come gli indici azionari abbiano attraversato crisi violentissime senza però interrompere la traiettoria di fondo. Il Dow Jones viaggiava sotto i 1.000 punti negli anni Settanta. Oggi si muove decine di volte più in alto. Lo S&P 500, che negli anni Ottanta sembrava già sopravvalutato a molti osservatori, continua a registrare nuovi massimi storici. Anche il Nasdaq, nonostante il crollo della bolla internet del 2000, è tornato protagonista grazie alla rivoluzione digitale e all’espansione delle Big Tech.
Questo però non significa che i mercati salgano sempre. Al contrario, le fasi di ribasso sono parte integrante del sistema. Dal 2000 in avanti gli investitori hanno affrontato:
- il collasso della new economy;
- la crisi finanziaria globale del 2008;
- il panic selling pandemico del 2020;
- il bear market del 2022 legato a inflazione e rialzo dei tassi;
- le recenti tensioni geopolitiche internazionali.
In alcuni casi le perdite sono state superiori al 30%-50% in pochi mesi. Eppure, nel tempo, i mercati hanno recuperato terreno e superato i precedenti massimi. Questo è uno degli aspetti più sorprendenti della finanza moderna: la capacità dei listini di rigenerarsi anche dopo shock apparentemente devastanti.
La spiegazione è legata alla struttura stessa degli indici. Gli indici azionari non rappresentano fotografie statiche dell’economia, ma organismi dinamici. Le aziende più deboli escono progressivamente dal mercato o perdono peso, mentre le società più innovative crescono e prendono il loro posto. Negli anni Novanta dominavano petrolio, telecomunicazioni e industria tradizionale. Oggi il peso maggiore è detenuto da tecnologia, semiconduttori, cloud computing e intelligenza artificiale.
In pratica, gli indici tendono a “sostituire” nel tempo le imprese meno competitive con quelle che meglio interpretano i cambiamenti economici globali. È anche per questo motivo che il mercato azionario riesce storicamente a recuperare dopo le crisi.
Un altro elemento fondamentale riguarda le banche centrali. Negli ultimi quindici anni la liquidità immessa nel sistema è stata enorme. Federal Reserve, BCE, Bank of Japan e altre autorità monetarie hanno sostenuto mercati ed economia attraverso politiche ultra-espansive. Tassi bassi e acquisti di titoli hanno favorito la ricerca di rendimento e spinto enormi capitali verso l’azionario.
Oggi il contesto è cambiato rispetto al passato recente. I tassi restano più elevati rispetto agli anni del denaro quasi gratuito, ma il sistema continua a essere caratterizzato da una grande quantità di liquidità globale. Inoltre il mercato scommette ancora sulla possibilità di futuri tagli dei tassi nei prossimi trimestri, elemento che sostiene le valutazioni azionarie.
L’attuale fase di mercato presenta però anche diversi elementi di fragilità. Le valutazioni di molte società tecnologiche risultano particolarmente elevate. Alcuni titoli legati all’intelligenza artificiale trattano a multipli che incorporano aspettative di crescita molto aggressive. Questo non significa necessariamente che ci sia una bolla pronta a esplodere, ma implica che eventuali delusioni potrebbero provocare correzioni importanti.
Il rischio maggiore nei mercati nasce spesso proprio nei momenti di euforia collettiva. Quando prevale la convinzione che “questa volta sia diverso”, aumenta la probabilità che gli investitori sottovalutino il rischio. È accaduto durante la bolla internet, durante il boom immobiliare americano e in numerose altre fasi storiche.
Un altro aspetto centrale riguarda il comportamento degli investitori retail. Nelle fasi di forte rialzo molti risparmiatori tendono ad aumentare l’esposizione azionaria dopo aver osservato performance elevate. Il problema è che spesso l’ingresso avviene nella parte finale dei rally. Al contrario, durante le fasi di ribasso prevalgono paura e vendite impulsive.
I dati storici mostrano invece che la permanenza sui mercati nel lungo periodo tende a premiare maggiormente rispetto al tentativo continuo di individuare il momento perfetto per entrare o uscire. Perdere anche poche sedute fortemente rialziste può compromettere significativamente il rendimento finale di un investimento.
Questo non significa che il mercato sia destinato a salire ogni anno. Esistono anche lunghi periodi di stagnazione. Il Giappone rappresenta uno degli esempi più citati: dopo la grande bolla degli anni Ottanta, il Nikkei ha impiegato decenni per tornare sui massimi storici. Anche negli Stati Uniti vi sono stati periodi caratterizzati da rendimenti modesti o laterali.
La differenza, tuttavia, è che l’economia globale continua a trasformarsi. Oggi i mercati stanno scontando grandi aspettative legate a:
- intelligenza artificiale;
- automazione;
- cybersicurezza;
- semiconduttori;
- transizione energetica;
- infrastrutture digitali;
- difesa e sicurezza.
Sono temi destinati probabilmente a influenzare la crescita economica dei prossimi anni. Il mercato tende infatti ad anticipare il futuro molto prima che gli effetti siano pienamente visibili nell’economia reale.
Resta però fondamentale distinguere tra trend strutturale e andamento di breve periodo. Nel lungo termine i mercati possono continuare a crescere, ma nel breve possono verificarsi correzioni improvvise anche del 10%-20% senza particolari preavvisi. Geopolitica, inflazione, utili societari, banche centrali e tensioni commerciali restano variabili decisive.
La domanda corretta quindi non è se i mercati saliranno all’infinito senza mai fermarsi. La vera questione è se il sistema economico globale continuerà a produrre innovazione, crescita e profitti nel corso dei prossimi decenni. Finché la risposta resterà positiva, la direzione di fondo dei mercati potrebbe rimanere rialzista, pur attraversando inevitabili crisi e fasi di volatilità.
Ed è proprio questa apparente contraddizione che rende la finanza così complessa: nel lungo periodo il mercato tende storicamente a salire, ma nel breve periodo riesce comunque a mettere continuamente alla prova nervi, pazienza e capacità emotiva degli investitori.
