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I love you. Le parole che i cinesi non dicono

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  di Stefania Paradiso

Se dite “I love you” e ricevete in risposta “Cosa vuoi?”, non preoccupatevi, siete semplicemente in Cina. Un gruppo di sociologi, con l’ aiuto di una televisione ha provato a far pronunciare queste parole a figli, genitori, amici, coniugi, amanti e qualche vip. La maggioranza dei destinatari, colta di sorpresa, ha ammesso che nessuno prima glielo aveva detto mai e che una frase simile, comunque, non l’ha mai pronunciata.

Il motivo di tale errore di decodifica è abbastanza semplice: non era mai successo che un confronto su come è possibile esprimere seriamente ciò che si è concordato di chiamare amore si svolgesse in pubblico tra la popolazione. Vi è un’incapacità di trasformare l’affetto in suono. Già prima di Confucio, in Asia, contavano le azioni, non le parole. “I sentimenti – ha detto il ricercatore Ji Yingchun – erano sottomessi agli obbiettivi collettivi: patria, partito, lavoro”. In realtà non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che la consapevolezza di questa “mancanza” ha scatenato un vero e proprio putiferio. Si è avuta una crisi di identità, una sorta di inferiorità del “non saperlo dire”, con centinaia di milioni di individui che cominciano a sospettare che “l’Occidente è più avanti perché ha il coraggio di di chiamare le cose con il loro nome”. Altri sostengono che “in Asia l’ amore è una cosa diversa, legata al fare”. Si comprende bene che il non utilizzo di alcuni termini sia legato all’humus culturale ed al contesto. E’ corretto preoccuparsene laddove questa carenza scaturisce da una repressione, da un divieto. Ma se per una cultura è normale dimostrare l’affetto con i fatti piuttosto che con le parole, dove risiede il problema? Sarà che ancora una volta siamo noi occidentali a voler imporre un modo di dire che per noi è giusto e normale, dimenticando che non esiste solo il nostro modo di esprimersi?

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