
Quando nel 146 a.C. si concluse la terza guerra punica, Roma sembrava effettivamente onnipotente. Aveva trasformato in province la Grecia e la Macedonia, annesso una gran parte dell’Asia minore, consolidato il suo dominio sulla Spagna e le sue miniere d’oro, e fondato in Gallia le colonie di Aix e di Narbona.
Ma i suoi soldati non ebbero il tempo di riposarsi, in quanto sorsero nuove minacce da ogni direzione. Dal nord, si infransero contro le frontiere alcune tribù che devastarono le province alpine. Al Sud, gli schiavi siciliani si sollevarono nel 140 a.C., iniziando le guerre servili che dureranno ben otto anni. Ad est, Pergamo si ribellò nel 130 a.C. Ma sarà dai territori costieri dell’attuale Algeria che arriverà nel 112 a.C. il colpo più inatteso: la rivolta della Numidia.
Favorito dal Senato e dagli Scipioni, che ricompensarono Massinissa per il suo decisivo appoggio contro Annibale, il Regno numida si espanse al punto da diventare un mostro creato da Roma stessa. Conflitti dinastici fecero emergere un figlio illegittimo, nipote del celebre Numida, che si impose con l’inganno e la violenza sugli altri principi: Giugurta. Era un “quasi Romano”, avendo combattuto con Scipione Emiliano, il distruttore di Cartagine, il quale lo elogiò per il suo coraggio.
In tale circostanza, egli ebbe modo di stringere rapporti con la classe dirigente romana, creando all’interno del Senato di Roma un gruppo di pressione che fosse disponibile e pronto a operare clandestinamente a suo favore. I suoi emissari avevano il compito di comprare, con elargizioni, qualsiasi aiuto possibile. La fece sempre franca, anche di fronte ad un crimine come quello del massacro di cittadini romani in Numidia, finché il popolo romano, stanco dell’inazione di un corrotto Senato, non impose di farla finita. Molti comandanti romani, inviati in Africa, si riempirono le tasche di bustarelle, facendo dietro-front, ma Metello prima e Mario (al quale dobbiamo la storica riforma dell’esercito che creò la leggendaria fanteria pesante legionaria e a cui dedicheremo un intero paragrafo) poi, cambiarono le carte in tavola.
Alla storia di Giugurta ed alla guerra che da lui prese il nome, è dedicato il terzo episodio della serie “I Grandi Nemici di Roma”, per la Rubrica “La Stele di Rosetta”, come sempre supportata da contenuti multimediali. Buona lettura.

INDICE DEI CONTENUTI:
UN MOSTRO CREATO DA ROMA: LA NUMIDIA
GIUGURTA, IL FIGLIO ILLEGGITTIMO
GIUGURTA E L’ASSEDIO DI NUMANZIA
L’ELOGIO DI SCIPIONE: GIUGURTA STRINGE RAPPORTI CON L’ELITE ROMANA
GIUGURTA, IL GRANDE CORRUTTORE
L’UMILIAZIONE: LE “FORCHE CAUDINE” DI NUMIDIA
QUINTO CECILIO METELLO: L’INCORRUTTIBILE
LA STORICA RIFORMA MARIANA DELL’ESERCITO
- La struttura del nuovo esercito
- Organizzazione tattica
- La durata del servizio militare: il primo esercito professionista
- L’introduzione delle insegne
- Le basi per la futura guerra civile
IL TRIONFO DI MARIO E LA MORTE DI GIUGURTA
UN MOSTRO CREATO DA ROMA: LA NUMIDIA

Numidia è la denominazione, nell’antichità, di quella parte del Nordafrica compresa tra la Mauretania (all’incirca l’attuale Marocco) e i territori controllati da Cartagine (la zona dell’attuale Tunisia). Corrispondeva quindi, grosso modo, alla parte nord-orientale dell’attuale Algeria (anche se spesso nella storia i suoi confini mutarono anche di molto).
Il termine Numidia andò precisandosi nella sua determinazione geografica in età romana. Da principio, esso indicava genericamente i territori a occidente di Cartagine: Polibio ed altri storici lo usavano per indicare tutto il territorio fino al fiume Molochat (oggi Muluia), a circa 150 km a ovest di Orano.
Era abitata dai Numidi, nome che probabilmente riproduce un nome locale di popolazione, ma che molti hanno interpretato come equivalente alla parola greca Nomades indicante “pastori” nomadi, e ne hanno dedotto che i Numidi erano in origine popolazioni nomadi dedite alla pastorizia. È però un dato di fatto che la maggior parte dei Numidi erano agricoltori sedentari.

Nel III secolo a.C., i Numidi erano divisi in due regni, corrispondenti a due grandi gruppi tribali, i Massili nella Numidia orientale, e i Massesili in quella occidentale. Trovandosi nella sfera di influenza di Cartagine, i Numidi fornivano tradizionalmente al suo esercito una rinomata cavalleria.
All’epoca della Seconda Guerra Punica, i Massesili, comandati da Siface, si schierarono con i Cartaginesi, mentre i Massili (il cui territorio era stato occupato da Siface), sotto il comando di Massinissa, si allearono con i Romani.
Il Regno di Numidia esisteva per grazia del Senato e degli Scipioni, che lo avevano favorito a svantaggio di Cartagine dopo la sconfitta di Annibale. Alla fine della guerra, i Romani, vittoriosi, concessero tutta la Numidia a Massinissa. Fra il 174 e il 171 a.C. egli poté, in tale contesto, mettere le mani su 70 città puniche, senza che Cartagine avesse la possibilità di reagire. Alla fine, il territorio della Numidia arrivò ad abbracciare una vasta regione che dalla Mauretania arrivava fino ai confini del territorio cartaginese, e a sudest giungeva fino alla Cirenaica, in modo che la Numidia circondava completamente Cartagine, tranne che per il lato verso il mare.

I Romani, constatando – troppo tardi – che ebbero, con il loro consenso, creato un mostro, dichiararono guerra a Cartagine, per impedire alla Numidia di impadronirsene, anche se la città, ormai ombra di sé stessa, non aveva infranto alcun trattato. I Numidi, che si considerarono spogliati di un dominio loro dovuto, non nascosero la collera.
Alla morte di Massinissa, nel 148 a.C., Scipione l’Emiliano, con il pretesto di arbitrare le dispute di successione, ma in realtà perseguendo la canonica regola del divide et impera. Suddivise il regno fra i tre figli de re defunto, Micipsa (il maggiore), Gulussa e Mastanabal. Nel 140 a.C. Mastanabal muore in circostanze oscure, seguito, in circostanze altrettanto misteriose, da suo fratello Gulussa, lasciando solo al potere l’ultimo fratello, Micipsa, il quale adottò suo nipote, Giugurta.
GIUGURTA, IL FIGLIO ILLEGGITTIMO
Giugurta nacque nel 160 a.C. circa. Suo padre era il principe Mastanabal e la madre era una concubina. Per questo motivo il nonno Massinissa lo privò del titolo reale. Ciononostante, malgrado la sua origine illegittima, Giugurta fu accolto a palazzo dallo zio Micipsa, proclamato re alla morte di Massinissa.

Giugurta disprezzava l’ozio e le mollezze, amava cavalcare ed esercitarsi con le armi. Crebbe vigoroso nel corpo e bello d’aspetto e, in accordo con i costumi del suo popolo, passava la maggior parte del tempo a cacciare fiere a cavallo e, armato della sua lancia, correva nel deserto o si arrampicava su per le rupi a cacciare il leone o il leopardo.
Affrontava le fiere da solo e spesso ritornava alla reggia con la pelle di una belva in groppa.
Naturalmente i guerrieri numidi guardavano a lui con simpatia, come al più degno di ascendere al trono di Massinissa.
Ma era anche umile: per quanto grandi potessero essere i suoi meriti, parlava poco di sé e il popolo lo stimava. Suo zio si pentì quasi subito di averlo adottato: quel giovanotto era troppo ambizioso, troppo intelligente, troppo irruento, troppo popolare e poteva creare disordini.
GIUGURTA E L’ASSEDIO DI NUMANZIA
Spaventato dalla popolarità del nipote, Micipsa lo mandò in Hispania perché combattesse vicino ai suoi alleati romani nell’assedio di Numanzia, con la segreta speranza di non vederlo più tornare. Ma il rimedio, come vedremo, sortì l’effetto contrario.

Numanzia era il baluardo della resistenza iberica contro l’espansionismo romano in Hispania. Nell’anno 153 a.C. un esercito numantino, sotto la guida di un certo Segeda Caro, riuscì a battere un esercito romano di 30.000 soldati, guidato dal console Quinto Fulvio Nobiliore.
Dopo venti anni di guerre ininterrotte fra gli Arevaci, appoggiati dalle altre tribù celtibere, e i Romani, che per ben cinque volte avevano tentato senza successo di espugnare la città, l’esercito romano della Tarraconense fu affidato, nel 134 a.C., a Publio Cornelio Scipione Emiliano. Costui, dopo aver saccheggiato il paese dei Vaccei, cinse d’assedio Numanzia nel 134–133 a.C. L’armata comandata da Scipione era integrata da un nutrito contingente di cavalleria numidica, fornita dall’alleato Micipsa, al cui comando si trovava proprio Giugurta, prode e impetuoso in guerra e anche astuto come una volpe, scansando i pericoli.

Per prima cosa, Scipione si adoperò per rincuorare e riorganizzare l’esercito scoraggiato dall’ostinata ed efficace resistenza della città; poi, nella certezza che la cittadella poteva essere presa solo per fame, fece costruire una doppia circonvallazione atta a isolare Numanzia e a privarla di qualsiasi aiuto esterno. Il console si adoperò poi a scoraggiare gli Iberi dal portare aiuto alla città, presentandosi con l’esercito alle porte della città di Lutia e obbligandola alla sottomissione e alla consegna di ostaggi.
Dopo quasi un anno di assedio, i Numantini, ridotti alla fame, cercarono un abboccamento con Scipione, ma, saputo che questi non avrebbe accettato altro che una resa incondizionata, i pochi uomini in condizione di combattere preferirono gettarsi in un ultimo, disperato assalto contro le fortificazioni romane. Il fallimento della sortita spinse i superstiti, secondo la leggenda, a bruciare la città e a gettarsi fra le fiamme. Non tutti però persero la vita; alcuni, ridotti in schiavitù, sfilarono a Roma durante il trionfo di Scipione. La città fu rasa al suolo come Cartagine.
L’ELOGIO DI SCIPIONE: GIUGURTA STRINGE RAPPORTI CON L’ELITE ROMANA
Portato a termine l’assedio, Scipione colmò di lauti regali Giugurta e davanti alle truppe schierate elogiò entusiasta il suo coraggio. Quindi lo condusse nella sua tenda e lì, una volta soli, gli diede un consiglio: “Giugurta, figlio mio, se ti comporterai come ora, sta’ certo che al momento opportuno la gloria e il regno di tuo nonno finiranno nelle tue mani; però non correre troppo, perché l’audacia smisurata sfocia nella sfrontatezza”. Dopodiché Scipione aggiunse: “Considera che devi coltivare l’amicizia di Roma, ma non mostrarti troppo generoso con quei romani che apprezzano oltremodo le ricchezze, perché il tuo denaro potrebbe finire per corromperli, e questo sarebbe la tua rovina”. La fama del ragazzo, invece, non fece che aumentare. Tornò a casa sano, salvo, ricco di nuove conoscenze militari, di importanti amicizie e carico di onori. In più, portava con sé una lettera di Scipione in cui questi elogiava il coraggio del giovane e che diceva pressappoco così. “Il tuo Giugurta nella guerra Numantina dimostrava prodigioso valore. Ciò ti farà certo piacere. Egli mi è diventato caro e sarà mia cura che tale diventi anche al popolo romano. Per la nostra antica amicizia mi congratulo di un nipote così degno di te e del suo avo Massinissa”.
Una lettera come questa scritta dal distruttore di Numanzia e di Cartagine metteva Giugurta al riparo di ogni insidia. Ormai era diventato “quasi Romano”: aveva appreso le tattiche della legione e fatto amicizia con una parte dell’aristocrazia romana, poiché a quell’epoca, tutti gli uomini che volevano intraprendere la carriera politica dovevano fare un certo numero di anni di servizio militare, come tribuno.
GIUGURTA RE DI NUMIDIA
Alla morte di Micipsa, nel 118 a.C., dopo trent’anni di regno, la Numidia venne ancora una volta spartita in tre, tra i suoi figli Iempsale e Aderbale ed il figlio adottivo Giugurta, giurando di andare d’accordo per governare la Numidia. Una tradizione riportata da Sallustio vuole che proprio presagendo la possibile rovina dello stato numida in seguito alla discordia tra i tre, Micipsa abbia rivolto loro l’ammonimento, passato alla storia in latino, “concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur“, “nell’armonia anche le piccole cose crescono, nel contrasto anche le più grandi svaniscono”.
L’assassinio di Iempsale
Ma Giugurta non aveva alcuna intenzione di mantenere la parola: dissimulò, sembrando stare al gioco, ma aspirava a ben altro. Cominciò col chiedere l’abolizione di tutte le leggi emanate da Micipsa negli ultimi cinque anni, perché, secondo lui, si trattava di leggi emanate da un re semirimbambito. Fu un clamoroso autogol, perché fra quelle leggi ce n’è anche una “ad personam”, quella con la quale il re lo inseriva fra i suoi eredi.
Messa alle strette, la belva, gettando la maschera si rivelò qual era: un crudele e mostruoso tiranno senza legge. Iempsale, infatti, considerava il cugino Giugurta un intruso e reclamò la divisione del regno in due sole parti, dando l’altra al fratello Aderbale. Giugurta, fingendo di voler trattare con lui, lo invitò a casa sua. Ma nel frattempo riunì i suoi soldati e li mandò dove dormiva il cugino, uccidendo tutti quelli che incontravano. Il misero principe venne ricercato ovunque. Venne trovato, inebetito dal terrore, sotto il letto di una schiava, in una specie di canile. Preso, gli mozzarono la testa e la portarono a colui che aveva ordinata la strage: Giugurta, che mise anche le mani sul Tesoro di Stato.
Aderbale muove guerra a Giugurta
Nel trambusto Aderbale riuscì a fuggire e radunò le truppe, mentre inviava a Roma dei messaggi per chiedere aiuto. Il regno si divise in due fazioni, una a favore di Aderbale e l’altra di Giugurta, e scoppiò una guerra in cui Aderbale fu sconfitto e Giugurta divenne a tutti gli effetti il re dell’intera Numidia.
Aderbale fuggì a Roma per chiedere protezione, ma venne per sua sfortuna anticipato da una missiva di Giugurta carica di doni per guadagnare alla sua causa gli uomini più influenti di Roma.
GIUGURTA, IL GRANDE CORRUTTORE
E qui dobbiamo per forza aprire una parentesi riguardante la più rilevante caratteristica di Giugurta: il potere di corrompere. A differenza dei precedenti avversari di Roma (Filippo V di Macedonia, Perseo, Pirro, Annibale), che non parlavano il latino, non conoscevano i meccanismi della politica e dell’esercito romano, e, soprattutto, non disponevano di amici all’interno del Senato, Giugurta aveva maggiori possibilità e notevoli opportunità. Egli tramò per formare all’interno del Senato di Roma un gruppo di pressione che fosse disponibile e pronto a operare clandestinamente a suo favore. I suoi emissari avevano il compito di comprare, con elargizioni, qualsiasi aiuto possibile. Pertanto, distribuirono denaro, preziosi, e opere d’arte ai senatori romani più in vista, a partire dai vecchi amici, mirando a procurare nuovi amici. L’opera di corruzione ebbe successo e una “quinta colonna” entrò in azione nel Senato a favore di Giugurta.
L’oro di Giugurta dalla Numidia prese la via dell’Urbe e finì nelle tasche giuste. I senatori, “lavorati” a puntino da chi è stato beneficiato da tutto quel ben di dio, convocarono in Senato Aderbale e gli ambasciatori di Numidia per ascoltarne le rispettive ragioni.
Aderbale dichiarò che Giugurta non era l’“eroe” di Numanzia, bensì un traditore che aveva ordinato a sangue freddo l’assassinio del cugino, e che per questo andava punito.
Gli ambasciatori di Giugurta replicarono che Iempsale è stato ucciso dai Numidi a causa della sua crudeltà e Aderbale è un aggressore, gli è andata male ed è stato cacciato per questo. La fedeltà a Roma? Dimenticate che il nostro re si è distinto in combattimento a fianco dei legionari romani? Potrebbe mai tradire?
La delegazione romana divide la Numidia
Viene il tempo di decidere e i senatori, complice anche l’oro del re, non la vedono tutti allo stesso modo: c’è chi è a favore di Aderbale e chi, invece sostiene le ragioni di Giugurta. Alla fine, i Padri Coscritti anziché allestire un esercito, formano una delegazione con a capo Lucio Opimio, il vincitore di Fregellae, uomo avido e senza scrupoli, e la spediscono (116 a.C.) in Numidia per sistemare le cose. E che cosa fa Giugurta? Fa valere le proprie entrature presso famiglie romane potenti, ma soprattutto, conoscendo i suoi polli, fa girare sostanziose tangenti, compra i membri della delegazione e, nella spartizione del regno seguita agli accordi di pace, si fa assegnare i territori migliori: Giugurta ottenne così il territorio della Libia settentrionale, mentre ad Aderbale fu assegnata l’area occidentale, l’attuale Algeria, con capitale Cirta (oggi Costantina). Aderbale ingoiò il rospo: ha ottenuto poco, molto poco, ma anche il poco è pur sempre meglio di niente. E così preferì tacere e adeguarsi.
L’ASSEDIO DI CIRTA
Giugurta non aveva alcuna intenzione di rispettare l’arbitrato, non accontentandosi nemmeno di questa divisione. Tuttavia, per evitare di essere accusato di aver scatenato le ostilità contro il fratellastro, si limitò a piccole incursioni nelle sue terre nel corso delle quali i soldati di Giugurta rapinarono, stuprarono e uccisero nella più totale impunità.
Aderbale, stanco delle provocazioni, perse le staffe e dichiarò guerra. Giugurta, maestro di tattica e di manovre militari, nonché combattente esperimentato, sorprese il nemico in piena notte alla testa di un piccolo esercito. Aderbale venne costretto alla fuga e si rifugiò nella città di Cirta, questa volta deciso a resistere, In questa ricca e fiorente città vivevano molti commercianti Italici e Greci, che si rivolsero a Roma per chiedere un intervento in loro difesa. Ma la Repubblica, impegnata a fronteggiare le crescenti minacce germaniche dal nord Europa, poteva fare ben poco.
Da Roma, per la seconda volta, invece di un esercito, arrivò una delegazione. Di incorruttibili? Non proprio… Gli inquisitori romani, inviati sul luogo dal Senato, vennero accolti da Giugurta con grande disponibilità. Li coprì di regali e assicurò loro che avrebbe tolto l’assedio e risparmiato Aderbale. La corruzione aveva già inquinato la grande nobiltà romana, e i legati, come arrivavano, venivano corrotti dall’oro di Giugurta. Con le tasche belle gonfie di monete sonanti, i delegati romani in Numidia chiusero più di un occhio, ma l’assedio non venne tolto. Nonostante ciò, Aderbale fece in modo che uno dei suoi uomini sfuggisse all’assedio e portasse a Roma un’ultima richiesta di aiuto. La maggior parte dei senatori continuava a sostenere che si trattasse di una questione interna dei Numidi, mentre il popolo era inquieto per i concittadini intrappolati a Cirta.
Quando una seconda commissione romana ritornò sul posto minacciandolo di rappresaglie, a Giugurta non rimasero che due opzioni: scegliere fra il resistere, scommettendo sul fatto che Roma avesse ben altre gatte da pelare (specialmente in Illiria e in Macedonia, che erano insorte), oppure rientrare nella sua mezza Numidia.
Sarà la città di Cirta che decide per Giugurta: i Romani che vi vivevano consigliarono ad Aderbale di cedere la città al nemico e di rimettersi alla giustizia di Roma. Aderbale, cedendo alle loro pressioni, consegnò la città a Giugurta col patto che risparmiasse la popolazione.
L’ERRORE FATALE
Giugurta promise ma, una volta entrato in città, uccise ogni abitante armato e ordinò di crocifiggere il cugino dopo averlo sottoposto a crudeli torture. Non solo: massacrò anche i commercianti italici e romani che si erano schierati con Aderbale.
Fu un errore fatale. Quando la notizia della strage giunse a Roma, larghi strati della società romana — tra cui principalmente i ceti inferiori della plebe e il gruppo degli equites (che aveva perduto diversi agenti in questo affare e voleva proteggere i suoi lucrosi interessi africani) — insorsero contro il “criminale numida”. Il Senato non si sarebbe mosso se non si fosse a Roma levata alta la voce il tribuno Caio Memmio, campione della democrazia, accusando i Grandi che vendevano ad un re barbaro la dignità di Roma e invitando il popolo ad insorgere contro il governo corrotto della Repubblica.
Il Senato, preoccupato dalle parole del Tribuno e dal contegno minaccioso del popolo, uscendo finalmente dalla palude dei distinguo e dei rinvii, si decise a dichiarare guerra a Giugurta.
Nel corso del conflitto, Giugurta usò la corruzione come arma da guerra. Come vedremo, prima ottenne la pace a miti condizioni, poi continuò a corrompere vari ufficiali dell’esercito romano, e perfino un tribuno della plebe.
ROMA SCENDE IN GUERRA
Un corpo di spedizione romano, comandato da Lucio Calpurnio Bestia (console nel 111 a.C.), sbarca dunque a Cartagine, dove si impadronisce di alcune città. Ma “inspiegabilmente” le operazioni militari vengono interrotte. Bestia è bravo, esperto, coraggioso, intelligente, ma anche aeger avaritiae, avido di denaro e di ricchezze. Scrive Sallustio: “un concentrato di ottime qualità rese inutili da quel vizio esecrando“.
Da militare esperto, Bestia capisce subito una cosa: il suo esercito, così com’è messo, è troppo pesante e non può competere con l’imprendibile ed evanescente cavalleria leggera di Giugurta, favorita dal terreno e dalla conoscenza dei luoghi.
Giugurta evitava lo scontro diretto e negoziò una tregua, offrendo grano, bestiame e 30 elefanti e certamente qualche “mazzetta”. Uno dei suoi luogotenenti, Emilio Scauro, non era da meno. Però era più furbo: aveva un mucchio di ambizioni, ma sapeva mascherarle molto bene. Stando così le cose, i due, invece di combattere, preferirono trattare. E intascare bustarelle. Risultato? Calpurnio Bestia sospese le operazioni di guerra e concluse con Giugurta un trattato (111 a.C.) che non puniva il re numida e anzi gli consentiva di entrare in possesso delle province usurpate. Giugurta se la cavò anche in questo frangente e a Roma, per la seconda volta, montò l’indignazione del popolo, che aveva buone ragioni per sospettare quale fosse il reale stato delle cose.
Dovremmo naturalmente supporre che il Senato romano avrebbe comminato qualche sana punizione nei confronti di questo console mercenario, al suo ritorno in patria. Ma l’astuto generale, giocando d’anticipo, portò dalla sua parte i rappresentanti più influenti dell’assemblea, dividendo con essi la tangente di Giugurta.
GIUGURTA A ROMA
A questo punto a Roma il tribuno Caio Memmio riuscì a ottenere l’apertura di un’inchiesta sulla strage di Cirta e fu così inviato in Africa il pretore Lucio Cassio Longino con lo scopo di condurre a Roma Giugurta (munito di un adeguato salvacondotto) affinché rispondesse di tutte le accuse che gli erano mosse e che dimostrasse l’esistenza di accordi coi senatori.
Appena Giugurta comparve davanti l’assemblea, il popolo gridò di metterlo a morte; Memmio però impose silenzio alla folla affermando che “non era giusto punire un uomo prima di giudicarlo“, poi si rivolse al re Numida, e dopo avergli rimproverato le infamie che aveva commesso, gli promise il perdono se rivelava i nomi di coloro che si erano lasciati corrompere dal suo oro. Per Memmio, questa era la questione principale.
Giugurta, con il sostegno di un tribuno, Caio Bebio, – rappresentante della fazione oligarchica – che pose il veto alla continuazione del dibattito, riuscì a evitare un vero processo, verosimilmente grazie alle sue generose mazzette, e la questione rimase insabbiata fra l’indignazione e le proteste del popolo.
L’assassinio di Massiva
In quel periodo a Roma era presente un rivale di Giugurta, il cugino Massiva, pretendente al trono numidico, il quale vi si trovava in esilio volontario proprio per sollecitare le sue pretese davanti al Senato, patrocinato dal nuovo console Spurio Postumio Albino, che non era certo migliore degli altri. Avido di denari pure lui, sperava solo di trarre profitto da un mutamento nelle cose di Numidia.
L’imprudente Massiva, che si riteneva sicuro dal diabolico cugino, solo perché era dentro le mura ospitali di Roma, tratto in un tranello da Bomilcare, segretario del re numida, fu assassinato con ferocia. Poiché il temerario sovrano numida era protetto da immunità, visto che godeva di un salvacondotto, il Senato non poté far nulla per punire questo atto criminale e audace e neppure denunciare l’insulto dato con esso allo Stato; si limitò ad ordinare al re di partire subito via dalla città. Si narra che, mentre varcava le porte, egli rivolgesse alla corrotta metropoli il seguente saluto: “Addio, Roma venale: tu perirai appena troverai un compratore“. (“O urbem venalem et cito perituram, si emptorem invenerit” – Livio – o “Urbem venalem et mature perituram, si emptorem invenerit” – Sallustio).
Sebbene i Romani lasciassero tornare Giugurta in patria senza fare storie, il suo destino era ormai segnato.
LA RIPRESA DELLA GUERRA
La guerra riprese fra alti e bassi, fra operazioni militari e giochi di potere. Questa, infatti, non fu una guerra come le altre. Sui campi di battaglia di Numidia si allungavano le ombre delle contraddizioni politiche e sociali della Roma di quei tempi.
Con questa instabilità sullo sfondo, il console Spurio Postumio Albino partì alla volta della Numidia deciso a fare un solo boccone di Giugurta e per mettere le mani sul tesoro del re numida. Ma Giugurta scivola come la sabbia fra le dita di Postumio, mentre i temibili cavalieri numidi moltiplicano sanguinose incursioni prima di svanire nella macchia. La macchina da guerra romana, messa di fronte alla guerriglia numide s’inceppa. Albino, tuttavia, sembrò più desideroso di accumulare vantaggi personali che di salvaguardare gli interessi della Repubblica. Più che alla Numidia, insomma, guardava a Roma; più che al potere del Senato, guardava al proprio. E, appena poté, ritornò nell’Urbe per presiedere i Comizi elettorali, lasciando il comando al fratello Aulo.
L’UMILIAZIONE: LE “FORCHE CAUDINE” DI NUMIDIA
Ancora più avido del fratello, Aulo Postumio Albino marciò pure lui sulla fortezza di Suthul (una località non lontana da Guelma, nell’est algerino), in cui sapeva che si trovavano i tesori del re, mettendola sotto assedio. Anche questa volta l’oro di Giugurta fece prodigi. Gli ufficiali di Postumio furono facilmente comprati dal monarca africano e l’esercito, attirato in un’insidia, fu di notte assalito dalle truppe di Giugurta e sbaragliato (40.000 uomini, secondo Paolo Orosio, ma la stima pare esagerata).
Alla sconfitta non mancò di aggiungersi la vergogna: rimasto con poche e malridotte schiere in balia del nemico, Aulo Postumio non esitò ad accettare le proposte di pace di Giugurta che gli impose di rinnovare il trattato di Calpurnio Bestia, di passare con i superstiti dell’esercito sotto il giogo (ossia fu fatto sfilare sotto delle lance incrociate) e di impegnarsi ad abbandonare la Numidia (109 a.C.).
A Roma scoppiò la bufera: la notizia del disastro sollevò un’ondata di sdegno che portò il tribuno Gaio Manilio ad istituire un tribunale speciale, presieduto da Marco Emilio Scauro (il luogotenente di Bestia) che, compromesso più degli altri, finse di condividere l’indignazione del popolo e per salvare la propria posizione chiese d’essere lui il giudice dei colpevoli, coadiuvato da giudici scelti tra gli equites. Ne uscirono condannati all’esilio i consolari Calpurnio Bestia, C. Catone, Spurio Albino, L. Opimio (che morì in povertà assoluta a Dyrrachium) e il pontefice C. Galba. Poi siccome il popolo reclamava pure che la guerra in Numidia fosse condotta seriamente e con energia, il Senato annullò il vergognoso trattato di Postumio e scelse un valente capitano e cittadino integerrimo, nobile di nascita ma di lunghe vedute e non ostile alla causa del popolo in cui egli vedeva esser riposti la forza e l’avvenire della Repubblica: Metello.
QUINTO CECILIO METELLO: L’INCORRUTTIBILE
Era una brutta situazione, urgeva rimediare. Come abbiamo visto, il Senato questa volta andò sul sicuro e affidò (109 a.C.) al console Quinto Cecilio Metello l’incarico di togliere le castagne dal fuoco. Metello, futuro Numidicus, era un nobile appartenente a una famiglia senatoria e consolare di estrazione plebea, ricchissima e potentissima. Uomo tutto d’un pezzo, onesto, incorruttibile, gradito a tutti, era un ottimo generale. Diceva di non essere tentato dall’oro di Giugurta perché in lui dimorava il mos maiorum, il “costume degli antenati”. La verità era un’altra: Metello era talmente ricco da non essere lusingato dall’idea di esserlo di più. Inoltre, era troppo intelligente per legare la propria carriera politica e la propria fortuna personale a un uomo come il sovrano numida, che era stato così temerario da sfidare la potenza di Roma.
Giugurta pensava che il nuovo capo fosse uno dei tanti uomini corrotti che abbondavano nella metropoli d’Italia e ovviamente volle usare con lui la stessa tattica che gli era riuscita con gli altri.
Appena Metello giunse in Africa (con un giovane Gaio Mario come luogotenente), il re numida si affrettò a mandargli ambasciatori con ricchi doni, proposte di pace e offerte d’amicizia; il console respinse sdegnosamente ogni cosa e cercò a sua volta, imitando l’astuto nemico, di corrompergli gli ufficiali, facendo girare soldi e promesse nel tentativo di guadagnare alla propria causa i dignitari numidi.
Trovò l’esercito in condizioni pietose. Comprese come era potuto avvenire che un esercito romano avesse potuto accettare l’umiliazione del giogo: quello che era in Africa non era un esercito, ma un’accozzaglia di indisciplinati crapuloni.
Ogni ordine distrutto, il saccheggio divenuto abituale, i soldati si facevano servire da schiavi sotto le tende, non portavano armi, ma si dedicavano al traffico coi mercanti, ai quali vendevano persino le razioni di grano. Aiutato dal suo ferreo luogotenente, Caio Mario, in pochi mesi, Metello riporta l’esercito alla sua regolare efficienza e muove contro Giugurta.
Ma il re numida era un nemico temibilissimo. Persuaso che a venire ad una giornata campale coi Romani, con un esercito regolarmente inquadrato, sarebbe un’impresa disperata, egli si buttò alla guerriglia.
Conoscitore di tutti i meandri del terreno in quel paese desertico, senza strade, senza acqua, con città lontane l’una dall’altra centinaia di chilometri, Giugurta alla testa di una numerosa ed instancabile cavalleria non lasciava quartiere all’esercito romano. Arrivava non si sa da dove, attaccava e si dileguava come un turbine.
Lo avvistavano all’avanguardia e se lo trovavano alle spalle. Mentre mandava ambasciate di pace, si gettava col suo esercito sulle legioni, le attendeva al varco quando facevano acqua. Metello fu costretto a marciare con le truppe in ordine di battaglia per non farsi sorprendere.
Il primo successo Metello lo colse a Vacca, importante città, abitata da numerosi commercianti italici, e riuscì ad impadronirsene. Qui il console lasciò un notevole presidio, poi marciò risolutamente contro Giugurta e giunse con lui a battaglia sulle rive del Muthul. Giugurta, questa volta, accettò la battaglia campale, ma scelse il terreno dello scontro: le colline che costeggiano il fiume Muthul (il sito rimane ancora oggi incerto). Dispose il suo esercito sulle quote lungo il percorso che doveva effettuare l’esercito romano. Metello, con prudenza, coprì i suoi fianchi di arcieri e frombolieri. Quindi inviò la cavalleria a individuare un campo nei pressi dell’acqua, per fortificarvisi.
A quel punto, l’esercito numida attaccò. Le frecce, le pietre e i giavellotti crivellavano i legionari romani, ma questi non cedettero. Andò peggio per Giugurta: l’attacco lanciato contro l’avanguardia di Rutilius da parte di Bomilcare, il suo aiutante, fallì quando 40 elefanti, disturbati dagli alberi, seminarono il disordine fra la fanteria. I Romani contrattaccarono e misero in fuga i Numidi, prima che questi potessero raggiungere Metello, che, nel frattempo, formò un quadrato nei pressi del fiume. Il Romano, pur con una impostazione certamente difensiva, ma, in ogni caso, idonea a evitare la sconfitta, vinse la battaglia.
Non furono queste le sole vittorie di Metello. Proseguendo nella sua marcia, costrinse alla resa altre città nemiche nonostante le astuzie, gli assalti improvvisi, la resistenza ostinata del nemico e la difficoltà dei luoghi.
Posto l’assedio a Zama, Metello riuscì a corrompere Bomilcare e a quel punto Giugurta fu costretto a chiedere la pace. Il console pose però durissime condizioni: pagamento di duecentomila libbre d’argento e consegna di tutti gli elefanti, dei disertori, di quasi tutti i cavalli e buona parte delle armi.
Giugurta accettò e la pace sarebbe stata conclusa se Metello non avesse preteso, dopo, la resa a discrezione del numida. Questi rifiutò, rispondendogli che lo scettro era assai meno grave delle catene, e la guerra ricominciò più aspra di prima.
Ma anche nella ripresa del conflitto la sorte premiò il valore delle legioni romane per l’accortezza e la perizia di Metello; la ricca città di Tala assalita con una forte determinazione cadde in potere del console e Giugurta fu costretto a riparare nel territorio dei Getuli, dove chiese ed ottenne dal suocero Bocco, re della Mauritania, l’appoggio del suo esercito per riuscire a riconquistare il regno che ormai stava perdendo, e condusse una resistenza accanita tra le montagne.
La guerra, tuttavia, non riusciva a trovare una conclusione decisiva. Più il tempo passava senza che giungessero risultati concreti e più a Roma la situazione diventava incandescente.
GAIO MARIO: L’HOMO NOVUS
Alla fine del 108 Gaio Mario, legato di Metello, cercò di approfittare del diffuso malcontento nei confronti non soltanto del proprio comandante, ma della nobilitas in generale. Gaio Mario nacque ad Arpinum, precisamente nella zona che ancora oggi porta il suo nome, Casamari (in una zona chiamata Cereatae, nell’attuale comune di Veroli), nel 157 a.C. e aveva trascorso la prima giovinezza in campagna, facendo l’agricoltore. Abituato alle più dure fatiche, di costumi semplici, sobrio e morigerato, Mario non pareva un uomo nato in tempi di tanta corruzione. Disprezzava il denaro e rimproverava il lusso e la vita disordinata e corrotta dei suoi contemporanei; ammiratore degli antichi Romani, stigmatizzava aspramente tutti coloro che seguivano le mode straniere, dicendo essere ridicolo un popolo che imitava gli usi ed apprendeva la lingua dei suoi schiavi. Era di carattere fiero e rude; non seguiva alcuna corrente politica per il suo spirito d’indipendenza, ma non nascondeva la simpatia per il popolo sano e forte ed era fieramente avverso alla nobiltà scioperata, oziosa, degenere, prepotente ed avida ed ai sacerdoti che considerava indegni ministri della religione dei padri.
Aveva partecipato all’assedio di Numanzia facendosi notare per l’amore alla disciplina, lo sprezzo dei pericoli e la grande bravura. Un aruspice uticense aveva detto di lui che sarebbe divenuto un uomo illustre e potente e Scipione Emiliano, che lo aveva avuto sotto di sé nell’esercito di Spagna, aveva altamente lodato i meriti del giovane soldato dicendo che soltanto Mario era degno di succedergli nel consolato.
Nel 108 a.C. Mario si convinse che i tempi fossero maturi per candidarsi alla carica di console. A quanto pare chiese a Metello il permesso di recarsi a Roma per portare a termine il proprio proposito, ma Metello, superbo come tutti i nobili e forse un po’ geloso del suo subalterno, gli raccomandò di astenersi, e probabilmente gli consigliò di aspettare il tempo necessario per potersi candidare insieme con il figlio ventenne dello stesso Metello, cosa che avrebbe rimandato tutto di almeno venti anni.
Mario fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco, ma nel frattempo, durante tutta l’estate del 108, fece in modo di guadagnarsi il favore della truppa, allentando notevolmente la rigida disciplina militare, e di accattivarsi anche i commercianti italici del posto, ansiosi di intraprendere i propri lucrosi traffici, assicurando a tutti che, se avesse avuto mano libera, avrebbe potuto, in pochi giorni e con la metà delle forze a disposizione di Metello, concludere vittoriosamente la campagna con la cattura di Giugurta.
Entrambi questi influenti gruppi si affrettarono a inviare a Roma messaggi in appoggio di Mario, con cui si suggeriva di affidargli il comando, e si criticava Metello per il modo lento e inconcludente con cui stava conducendo la campagna militare. In effetti la strategia di Metello prevedeva una lenta, metodica e capillare sottomissione di tutto il territorio. Alla fine, Metello dovette cedere, rendendosi conto, a ragione, che non gli conveniva mettersi contro un subordinato tanto influente e vendicativo.
Mario, il primo console non aristocratico
Tornato a Roma Mario cavalca la tigre dell’antipolitica e ne ha per tutti: per la nobilitas corrotta e pusillanime, avida di privilegi e di prebende, indegna dei suoi antenati; e per lo stesso Metello, accusato di tirare in lungo la guerra contro Giugurta per ricavarne vantaggi personali. Musica pura agli orecchi della plebe e non solo. Mario stravince e Metello se non cade in depressione poco ci manca.
Dopo la sua elezione Mario aveva rivolto al popolo un’orazione fiera e sdegnosa, piena d’aspri rimproveri contro la nobiltà smidollata ed oziosa che gli rinfacciava l’oscurità della nascita e la modesta fortuna ed alla quale egli rimproverava la viltà e l’infamia. “Imbelli, mangiati dall’orgoglio e rosi dalla superbia, i nobili si credono superiori agli altri e vantano a sazietà i loro inutili titoli e le glorie degli avi. Ma essi, nella vanità della loro stoltezza non vedono che la nobiltà risiede solamente nella virtù e non sanno che si deve stimare migliore quell’uomo che, con le sue opere lodevoli, si fa autore della propria fama, piuttosto che colui il quale insozza nell’ozio e nei vizi la gloria degli antenati. Seguano pure i nobili il malvagio genio che li guida; trascorrano la gioventù e la vecchiaia nelle intemperanze dei conviti. Altro essi non possono fare perché in tale stato sono ridotti che solo in questi bagordi essi possono appagare la loro volgare libidine. Non tolgano però il premio della virtù ai figli del popolo. Questi, tenendo in vil conto le mollezze e le effeminate eleganze, preferiscono le fatiche e la polvere delle battaglie e meglio di loro sanno governare e difendere la patria“.
C’era tutto un programma politico nella breve e rude orazione di Mario e il popolo, di cui lui aveva abbracciato il partito, aveva salutato in lui il suo campione.
La rottura con il passato
Era la prima volta che i populares si arrogavano il diritto, tradizionalmente del Senato, di fare nomine militari. Pur essendo un homo novus, Mario non solo fu eletto console, ma ebbe anche direttamente, tramite un plebiscito, la lex Manilia, l’imperium (ossia il comando militare supremo) in Numidia, senza neppure passare attraverso il previsto sorteggio tra i due consoli. Come già con Scipione Emiliano nel 148 e, poi, nel 135, il popolo romano conferì a Mario un imperium extraordinarium. Inoltre, in tal modo, egli sconfessò il Senato, che prima delle elezioni a console aveva già prorogato al proconsole Metello l’imperium per proseguire le operazioni contro Giugurta, esautorandolo nelle competenze che gli erano più proprie: la politica estera e il coordinamento delle campagne militari.
Metello ne fu profondamente offeso, tanto che, al suo ritorno, non volle nemmeno incontrarsi con Mario, dovendosi accontentare del trionfo e del titolo di Numidico che gli vennero generosamente concessi.
LA STORICA RIFORMA MARIANA DELL’ESERCITO
Mario aveva un estremo bisogno di raccogliere truppe fresche e, a questo scopo, introdusse una profonda riforma del sistema di reclutamento, foriera di conseguenze di un’importanza di cui egli stesso, al momento, probabilmente non ne comprese la portata. Dopo l’elezione al consolato del 107 a.C., Gaio Mario, che aveva intenzione di porre fine alla guerra giugurtina, decise di arruolare anche i capite censi, ossia i proletari che non disponevano di proprietà, poiché il grosso dell’esercito precedentemente in Africa al comando di Metello era impegnato altrove, al comando dell’altro console Lucio Cassio Longino, per affrontare la minaccia dei germani che stavano migrando dal nord, in particolare i Cimbri.
Contravvenendo all’organizzazione secolare dell’esercito romano, formato da contadini-soldato, Mario arruolò dunque chiunque, promettendo bottino e paga. Le armi e uno stipendio sarebbero stati forniti dalla Repubblica (già Gaio Gracco, nel 123 a.C., aveva fatto approvare una lex militaris, in cui si sanciva che l’equipaggiamento doveva essere fornito dallo Stato). L’episodio era già avvenuto prima, in situazioni d’emergenza, ma da allora divenne la norma.
La “riforma” era l’epilogo di una serie di avvenimenti che avevano visto i soldati romani distanti per molto tempo dalle loro terre nel corso del II secolo a.C., quando Roma si espanse in tutto il Mediterraneo. Già Tiberio Gracco e Gaio Gracco avevano provato a ridistribuire le terre ai contadini romani, togliendole ai latifondisti (che se appropriavano, favoriti dai lunghi periodi di lontananza), venendo fortemente ostacolati – e infine uccisi – dall’aristocrazia senatoria, che formava in larga parte i latifondisti che volevano colpire.
La soluzione di Mario risolveva in modo opposto il problema, sostanzialmente permettendo a chiunque di arruolarsi e di sostituire dei contadini-soldati che combattevano per difendere le loro proprietà e la res publica con dei soldati volontari professionisti, che combattevano per il soldo, il bottino e il loro comandante. E infatti proprio nel I secolo a.C. gli eserciti saranno reclutati da grandi figure senatorie e a loro legati, combattendo in numerose guerre civili, finché non uscirà vincitore Ottaviano.
L’esercito così riformato prevedeva una ferma di sedici anni (estesa poi a vent’anni e sotto Augusto a venticinque, di cui gli ultimi cinque come veterani); al congedo si riceveva anche un appezzamento di terreno, che permetteva – paradossalmente – proprio di trasformare in proprietari terrieri coloro i quali inizialmente non lo erano. I veterani venivano inoltre spesso insediati in blocco in un territorio, diventando anche da congedati “clienti” politici dei generali che li avevano arruolati.
La struttura del nuovo esercito
La distinzione tra hastati, principes e triarii, che già era andata assottigliandosi, fu ufficialmente rimossa, e fu creata quella che, nell’immaginario popolare, è la fanteria legionaria, che formava una forza omogenea di fanteria pesante. Veniva, inoltre, abolita sia la cavalleria legionaria (equites), sia la fanteria leggera di cittadini dei velites, che furono però sostituiti con speciali corpi di truppe ausiliarie o alleate (socii), a supporto e complemento della nuova unità legionaria, che potevano consistere anche di mercenari stranieri, mentre i cavalieri erano raggruppati in alae, con gli alleati che comunque formavano il grosso delle forze a cavallo.
Anche i manipoli vennero meno, non essendo più necessaria la distinzione precedente, e furono sostituiti dalle coorti, che già erano state sperimentate dai Romani nel secolo precedente, a partire da Scipione.
Una coorte raggruppava in sé tre manipoli e dunque sei centurie (che invece sopravvissero), anche se ancora in età cesariana vengono nominati a livello tattico i manipoli. Idealmente la coorte raggruppava circa 5-600 uomini, e una legione ne contava dieci.
Organizzazione tattica
Gaio Mario, intuì che c’era la necessità di cambiare la tattica tradizionale, che si era rivelata già disastrosa ai tempi della guerra annibalica. Egli adottò così uno schieramento più compatto, ma allo stesso tempio più flessibile, in modo tale da poter agire autonomamente all’interno dello schieramento legionario, e potendo così aggirare i fianchi del nemico (unico punto debole) e metterlo in gravi difficoltà.
L’organizzazione interna tattica subiva, pertanto, un cambiamento fondamentale: il manipolo (formato da sole due centurie) perse ogni funzione tattica in battaglia (non invece quella amministrativa) e fu sostituito, come unità di base della legione, da 10 coorti (sull’esempio di ciò che era già stato anticipato da Scipione l’Africano un secolo prima), ora numerate da I a X. Furono, come si è accennato prima, eliminate le divisioni precedenti tra Hastati, Principes e Triarii, ora tutti equipaggiati con il pilum (arma da lancio, che sostituiva l’hasta, che fino ad allora era in dotazione ai Triarii).
La durata del servizio militare: il primo esercito professionista
Il servizio attivo permanente subiva così un importante cambiamento nel 107 a.C. La Repubblica romana fu costretta ad assumersi l’onere di equipaggiare e rifornire le truppe legionarie, permettendo a tutti, compresi i nullatenenti, di arruolarsi. L’età minima per i volontari (non più costretti a prestare il servizio di leva) era ora stabilita a 17 anni, quella massima a 46. Il servizio durava invece fino ad un massimo di 16 anni (honesta missio). Si trattava della prima forma di un esercito di professionisti dove era abolita la coscrizione per censo, mentre i soldati veterani, che dall’esercito traevano quotidiano sostentamento (vitto e alloggio, oltre all’equipaggiamento), ottennero una pensione sotto forma di assegnazioni di terre nelle colonie e, più tardi, anche della cittadinanza romana.
L’introduzione delle insegne
Durante il consolato del 104 a.C. Mario introdusse, infine, la possibilità per ogni Legione di distinguersi dalle altre, assumendo un simbolo proprio (il toro, il cinghiale, il leone, ecc.), per creare maggior attaccamento all’unità di appartenenza e spirito di gruppo, in modo da combattere sia per la paga sia per la patria.
Ora le legioni potevano distinguersi, le une dalle altre, grazie a specifiche insegne e numerazioni, proprio perché non erano più “sciolte” al termine di una campagna militare, ma, al contrario, erano divenute unità permanenti, che con gli anni acquisivano una loro storia, fatta di ricompense e riconoscimenti per le vittorie dalle stesse conseguite nel corso delle guerre.
Le basi per la futura guerra civile
Da quel momento in poi le legioni di Roma furono composte prevalentemente da cittadini poveri, il cui futuro, al termine del servizio, dipendeva unicamente dai successi conseguiti dal proprio comandante, che era solito loro assegnare parte delle terre, frutto delle vittorie riportate. Di conseguenza i soldati avevano il massimo interesse ad appoggiare il proprio comandante (di cui divennero una sorta di esercito personale), anche quando si scontrava con i voleri del Senato, composto dai rappresentanti dell’oligarchia dominante, e anche quando andava contro il pubblico interesse, che, a quell’epoca, veniva di fatto impersonato dal Senato stesso.
Va notato che Mario, persona fondamentalmente corretta e fedele alle tradizioni, non si avvalse mai di questa potenziale enorme fonte di potere, ma passeranno meno di vent’anni che il suo ex questore Silla, lo farà per imporsi contro il Senato e contro lo stesso Mario. Altri 30-40 anni e il suo esempio sarà seguito da Giulio Cesare, nipote acquisito di Mario.
GAIO MARIO SBARCA IN AFRICA
Terminati i preparativi di guerra, alla fine della primavera del 107 a.C., Mario partì per l’Africa e, ricevuto dal luogotenente Rutilio Rufo l’esercito di Metello, iniziò le operazioni contro Giugurta e Bocco.
Senza dubbio il suo predecessore (Metello) aveva fatto molto, ma non poco rimaneva da fare a Mario dopo che il sovrano di Numidia aveva ricevuto gli aiuti del re della Mauritania suo suocero. La guerra si presentava piena di difficoltà e Mario mise in opera tutta la sua strategia, tutta la sua consumata perizia e il suo valore personale. Sapeva di essere console, capo e soldato insieme; non aveva l’alterigia di un nobile e i suoi modi erano tali che l’esercito, il quale lo teneva in altissimo conto di generale, gli divenne affezionatissimo, seguendolo ciecamente nelle imprese più rischiose.
A questo punto, Mario sfoderò un poderoso attacco contro Giugurta, penetrando in profondità nel cuore del suo territorio (107 a.C. e 106 a.C.). Era instancabile e spietatamente energico. Piombava improvvisamente contro il nemico, ne sventava le insidie, lo cacciava dalle più difficili posizioni, conquistava paesi e città, preceduto dalla fama di uomo invincibile, incendiava le messi, distruggeva villaggi, era il terrore del nemico al quale non concedeva un giorno di tregua.
Nessun ostacolo lo arrestava, nessuna sfavorevole circostanza lo scoraggiava. La fortezza di Capsa, reputata imprendibile per la posizione in cui si trovava, fu da lui risolutamente assalita, costretta alla resa, conquistata; sorpreso una sera dal nemico mentre marciava con il suo esercito fu circondato sopra un’altura e, quando Giugurta credeva di averlo messo in trappola, Mario si lanciò con i suoi uomini con tale impeto contro le truppe africane che fu lui a mettere in difficoltà gli altri, che poi trovarono scampo nella fuga.
SILLA, IL LUOGOTENTE DI MARIO
Questore di Mario era stato nominato Lucio Cornelio Silla, rampollo di una nobile famiglia patrizia, un ramo dell’illustre casa Cornelia, ridotto in tristi condizioni finanziarie. Silla, seguendo l’esempio dei suoi padri, aveva trascorso la giovinezza fra le cortigiane e i conviti; la famosa cortigiana Nicopoli, innamoratissima di lui, alla sua morte lo aveva lasciato erede dei suoi beni. Silla amava il lusso, l’eleganza e le raffinatezze; si profumava ed inanellava le chiome; vestiva secondo la moda greca, si dilettava degli studi latini ed ellenici. Fornito di vivace ingegno, non aveva voluto metterlo a profitto per migliorare la sua condizione, né l’astuzia, nella quale era insuperabile, che però non aveva mai messo a servizio della sua ambizione.
A trent’anni soltanto, versando in critiche condizioni economiche, si era deciso a conquistarsi una posizione ed aiutato dal nome, dalle aderenze e dai parenti, nel 107, aveva ottenuta facilmente la carica di questore.
Non poteva un uomo che aveva un simile passato essere bene accolto ad un generale come Mario, ma Silla fin dal primo giorno che era stato assegnato all’esercito d’Africa si era mostrato così attivo, volenteroso ed intelligente, e aveva poi fornito tante prove di coraggio e di saldezza che era entrato nelle buone grazie del console.
Silla raggiunse Mario più tardi, a Cirta, dopo aver reclutato alcuni squadroni di cavalieri. Qui si accorse che nulla era mutato perché Giugurta rifiutava lo scontro campale, limitandosi a tormentare le legioni assaltando con sortite fulminee le retrovie e distaccamenti isolati, e Mario, sebbene avesse promesso una celere vittoria, aveva dovuto accettare la lenta strategia di Metello ossia quella di distruggere una ad una le basi della cavalleria numidica disseminate in quel vasto territorio.
CIRTA, LA BATTAGLIA FINALE
Sallustio ci dà di questa battaglia una descrizione quanto mai drammatica. Non sono ancora i Romani in vista della città, quando le scorte annunziano che gli eserciti di Giugurta e di Bocco avanzano da quattro punti differenti.
Mario si trovava con il suo esercito accampato nelle vicinanze di Cirta che era una delle pochissime città non ancora conquistate. Il console aveva l’esercito in formazione quadrata, e attendeva l’attacco. Il primo ad essere investito è Silla che contrattacca lanciando la sua cavalleria in formazione densissima.
Sorpreso dal nemico, l’esercito romano si trovava in una situazione difficile. Mario è al centro, dove si trovava anche Giugurta. Ma il perfido numida, vedendo impossibile forzare la muraglia della legione con le armi, tenta di forzarla con l’inganno. Si porta rapidamente alla retroguardia e fattosi presso alle file romane, in lingua latina che egli conosce benissimo, si mette a gridare: “È inutile resistere, Mario è stato ucciso da me poco fa. Ecco la spada lorda del suo sangue”. E mostra una spada. È un momento tragico.
Quella notizia fece crescere la baldanza degli Africani e provocò lo sgomento nelle schiere consolari, le quali, assalite duramente, tentennarono, e già i Mauri stavano per avvolgere un’ala dell’esercito romano e l’avrebbero sbaragliata se Silla non fosse prontamente intervenuto. Con una forte schiera piombò sul fianco dei Mauri ed arrestò con tutto l’impeto, l’urto nemico.
L’intervento di Silla diede tempo a Mario di accorrere con il resto delle truppe e rinfrancare con la sua presenza l’animo dei Romani, i quali, visto vivo il loro generale, cominciarono a combattere con tanta rinnovata energia, sconfissero il nemico procurandogli delle gravissime perdite, oltre che averlo messo in fuga.
Cirta, abbandonata dagli Africani, cadde così in potere del console.
IL TRADIMENTO DI BOCCO
La disfatta dei due alleati – Giugurta e Bocco – fu così grande che il re di Mauritania e suocero di Giugurta, nonché suo riluttante alleato, si trovò di fronte l’esercito romano in avanzata. Egli giunse alla decisione di abbandonare al suo destino il genero e inviò ambasciatori a Mario per chiedere subito la pace. I Romani gli fecero sapere di essere disponibili a una pace separata. Il re Bocco però voleva come premio la Numidia; Mario gli concesse solo una tregua e inviò messi a Roma con le proposte del re; ma dal Senato fu risposto che la Repubblica non poteva dare pace ed amicizia se prima Bocco non dimostrava con qualche utile servigio di meritarsela.
Messaggio ricevuto: Bocco capì che gli si chiedeva la testa di Giugurta e fece sapere a Mario che desiderava incontrarsi con un ufficiale romano. La scelta cadde sul questore Silla, e lui in compagnia di Voluce, figlio di Bocco, attraversò gli accampamenti nemici, recandosi presso il re della Mauritania. Anche in questa circostanza Silla si dimostrò particolarmente abile e coraggioso; in effetti, Bocco rimase a lungo dubbioso se consegnare Silla a Giugurta oppure Giugurta a Silla. Quest’ultimo portò a compimento la delicatissima missione che gli era stata affidata.
E la seppe così bene fare la sua missione che con la sua eloquenza, persuase il barbaro re a tradire il genero. Lo convocò dicendogli che aveva catturato degli ambasciatori romani e quando questi fu nella sua reggia lo fece incatenare e consegnare a Silla. La consegna del prigioniero divenne una scena incisa sul sigillo di un anello d’oro del luogotenente di Mario. La Guerra Giugurtina era finita.
LA FINE DELLA GUERRA
Poiché Mario era il comandante dotato di imperium e Silla militava alle sue dirette dipendenze, l’onore della cattura di Giugurta spettava interamente a Mario, ma era chiaro che gran parte del merito andava riconosciuto personalmente a Silla, tanto che gli fu consegnato un anello con un sigillo commemorativo dell’evento. Al momento la cosa non fece particolarmente scalpore, ma in seguito Silla si vanterà di essere stato il vero artefice della conclusione vittoriosa della guerra. Mario, intanto, si guadagnava fama di eroe del momento.
Così ebbe fine la guerra giugurtina, che era durata sei anni, ed era stata piena di eventi lieti e tristi, vergognosi e gloriosi; aveva visto l’esercito della più potente nazione del mondo passare sotto il giogo fra gl’insulti di quei barbari tante volte sconfitti; aveva visto generali ed ufficiali ed ambasciatori romani comprati ignobilmente dall’oro numidico; aveva svelato la corruzione della nobiltà romana e suscitato lo sdegno del popolo; aveva assistito alla lotta sorda tra Metello e Mario; aveva visto sorgere la fortuna di due uomini che tanta gloria e tanti dolori dovevano procurare alla loro patria; ma alla fine aveva visto tramontare la stella del più astuto e del più spregiudicato re barbaro e svolgersi la trama del più nero tradimento.
Del regno numida la parte migliore, la Tripolitania, fu unita alla provincia romana, la parte occidentale fu, secondo i patti, ceduta a Bocco, la parte orientale assegnata a Gauda, cugino di Giugurta, poco pericoloso e piuttosto incapace, mentre il resto fu diviso tra Jempsale e Jarba, nipoti di Massinissa. Nel 46 a.C., la Numidia viene annessa a Roma, venendo integrata nella provincia d’Africa. Resterà per circa 5 secoli sotto il dominio romano, fino all’arrivo dei Vandali nel 435.
IL TRIONFO DI MARIO E LA MORTE DI GIUGURTA
Alla fine del 105, Mario fece ritorno a Roma e il primo del gennaio del 104 celebrò il suo trionfo cui partecipò Silla. Per l’occasione, come abbiamo detto, fu coniata una medaglia commemorativa. Grandioso fu il trionfo. Carico di catene e in compagnia dei figli, Giugurta seguì il carro del vincitore, ben esposto agli insulti del popolo che sfogò il suo sdegno ricoprendo di insulti colui che aveva gettato il fango sul nome romano; poi il vinto re fu buttato dentro in una buia cella nel terribile carcere Tulliano, sotto il Campidoglio.
Si narra che gli avidi custodi si impossessarono dei suoi vestiti, poi gli mozzarono le orecchie per impadronirsi degli orecchini pendenti tempestati di ricchissime gemme; e si narra pure che, entrando così seminudo nel carcere, Giugurta esclamasse “Per Ercole! Questo bagno è molto freddo“.
Oltre al freddo di gennaio, lo lasciarono pure a digiuno; una settimana dopo, l’ex re della Numidia moriva di fame (secondo Plutarco) o strangolato da un legionario (secondo Eutropio).
CONCLUSIONI
La vittoria di Gaio Mario nella guerra giugurtina è particolarmente importante dal punto di vista storico sia perché mostra la crisi dello Stato romano e, in particolare, della Repubblica aristocratica, sia perché i successi di Mario consentono a lui e successivamente agli homines novi di avere accesso alle più alte cariche pubbliche dello Stato, fino ad allora riservate ai membri della nobilitas. Si afferma così un nuovo concetto di nobiltà, basata non più sull’eredità di sangue, ma sui meriti e il valore personale, ovvero sulla virtus individuale.
Quella guerra in apparenza “minore” fu decisiva per il destino della Repubblica. Mario ebbe il suo trionfo, Silla si sentì defraudato; il conflitto fra i due si inasprì; il confronto fra optimates e populares , cioè fra sostenitori dell’autorità del Senato da una parte e del diritto sovrano del popolo di prendere decisioni dall’altra, diventò guerra aperta e la Repubblica conobbe le liste di proscrizione, le sollevazioni interne, gli attacchi esterni, la guerra civile, un bagno di sangue senza precedenti.
Le fu risparmiato il tracollo del sesterzio, questo sì, ma non l'”uomo della provvidenza”.
Nel prossimo episodio della serie “I Grandi Nemici di Roma”, affronteremo una delle più grandi rivolte che sconvolsero Roma: parleremo niente di meno che di Spartaco. Vi aspettiamo.
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