Emma.

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Emma Bonino con Sandro Pertini alla Marcia per la pace Roma 1985

È morta Emma Bonino e avrà funerali di Stato. Personalmente considero giusta la decisione del governo di tributarle un simile onore.

Emma era una piemontese di Cuneo e non era simpatica. Aveva il carattere arcigno della sua terra, da cui aveva preso però anche il piglio. Piccola, magra, ossuta nel volto, Emma si era imposta fin da quando era studentessa femminista di Lingue alla Bocconi e convinta leader e militante abortista.

Da qui la scelta dei Radicali, che in quegli anni erano, in solitaria, il partito extraparlamentare e sulfureo dei temi laico-libertari: eretici nella vecchia Italia democristiana, pronta al compromesso storico.

Naturali le “nozze alchemiche” con il guru del partito, dal quale, a differenza di altri, non venne sbranata per contrasto “gastrico” caratteriale. Quanto Marco, infatti, era “saporito”, egocentrico, teatrale, tanto Emma era sobria, concentrata e apparentemente  insipida.

La sua lunga carriera politica la vede parlamentare dal 1976 al 1994. Quando poi la Prima Repubblica crolla e Pannella comincia a sviluppare il suo amore-odio verso Berlusconi e il centrodestra, Emma viene imbarcata, con il sì dell’uomo di Arcore, come commissario a Bruxelles.

La scelta è felice. In Europa Emma si mostra pragmatica, moderna, risoluta, al punto che la stampa estera, prima ancora di quella italiana, parla di lei come del miglior commissario UE.

I maligni dicono che l’attenzione mediatica di quegli anni sia giunta anche grazie alla simpatia dello speculatore George Soros. Vero, ma la mefistofelica convergenza, che senz’altro ci fu, ebbe carattere criticabilissimo, ma politico, e nulla toglie all’onestà che la Bonino e il suo partito mostrarono sempre.

Nel 1999 Pannella era  quasi settantenne, logoro nell’immagine pubblica e minato dai primi problemi di salute. La sua politica spettacolare, ma percepita dai più come barricadiera, esagitata e ondivaga, non riscuoteva grande credibilità.

Emma, invece, diciotto anni più giovane e reduce dal buon successo d’immagine dell’esperienza europea, catalizzava una crescente attenzione mediatica, a cominciare dalla campagna «Emma for President», nella quale numerosi esponenti della società civile, e non solo, la candidavano al Quirinale. Quasi naturale, quindi, la scelta di un passaggio di testimone.

Nasce così la Lista Bonino che, forte del suo programma e soprattutto della popolarità della sua leader, alle elezioni europee del 1999 ottiene l’8,45 per cento dei voti, elegge sette parlamentari europei e diventa la quarta forza politica italiana. È il più grande successo elettorale della storia radicale.

Poco dopo la  vittoria elettorale emergono con chiarezza le contraddizioni leaderistiche del progetto. Emma è infatti la front runner di un movimento nel quale il demiurgo resta Pannella che però, nel giro di due anni, riesce a dissiparne gran parte del consenso.

In quel periodo, infatti, il vecchio leader oscilla continuamente tra la possibilità di un accordo con il centrodestra e quella di un’intesa con il centrosinistra, trattando e rompendo con entrambi, disorientando gli elettori e rimanendo infine isolato.

Emma, al riguardo, aveva idee  piu’ chiare. Era convinta  che la battaglia per l’innovazione del Paese non potesse essere condotta con la destra. Accettava sì la libertà economica, ma senza eccessi ideologici e strumentalizzazioni. Preferiva istituzionalizzare la via dell’integrazione europea come strumento attraverso cui modernizzare il Paese e vedeva nel berlusconismo, sempre più conservatore e autarchico per amore del corporativismo, un avversario naturale.

Giovanni Paolo II, Emma Bonino e Marco Pannella nel 1986

Tuttavia Emma non si oppone a Marco e alle elezioni del 2001 la sua Lista Bonino  ottiene il 2,2 per cento: un’ecatombe.

Quello è anche l’anno in cui cambiano stabilmente i rapporti di forza.

Berlusconi si istituzionalizza definitivamente mentre l’11 settembre rende la destra più identitaria e conservatrice. Il periodo dorato della prima globalizzazione, esposto al terrorismo internazionale, alle crisi economiche, all’immigrazione incontrollata e alle guerre, comincia a mostrare i suoi limiti.

Emma e Marco, ufficialmente, per qualche tempo continuano ad andare d’accordo. E se Marco resta se stesso, con la sua oratoria barocca e colta ma ormai datata nel mondo “piccolo” del postpolitico, Emma resta Emma, con il suo stile conciso, informato e secco.

Tutto questo avviene proprio mentre alcune delle battaglie radicali entrano sempre più nel dibattito pubblico. I Radicali mordono ancora su temi come la libertà scientifica o i diritti dei detenuti ma, privi ormai di un vero progetto politico complessivo, vedono molte delle loro battaglie progressivamente adottate dalle forze che contano.

Tardi arriva l’alleanza a sinistra con i socialisti e a poco valgono gli incarichi che a Emma vengono concessi come ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee nel governo Prodi e, alcuni anni dopo, degli Esteri con Letta. È una governante capace, sempre più riconosciuta come figura istituzionale, ma la sua popolarità scende.

Il divario con Pannella, restato fuori dai palazzi, diventa netto, fino al punto che i due smettono di parlarsi. Un epilogo triste.

Con +Europa, nel 2017, Bonino tenta di dare forma al suo europeismo laico e riformatore, ormai distinto dal tradizionale movimentismo pannelliano. Questo soggetto politico, tuttavia, non sembra raccoglierne in pieno l’eredità.

La storia di Emma — il suo successo, il suo progressivo assorbimento nel sistema fino alla sostanziale, ci duole dirlo, irrilevanza — si conclude così, con un funerale solenne e un lascito politico incerto.

I Radicali sono stati grandi, prima che nei numeri, nelle idee, quando la loro storia è stata non soltanto quella di colti intellettuali borghesi —  ne hanno avuti di grandissimi — ma anche di minoranze, irregolari e disobbedienti, capaci di dare voce, come scriveva Pasolini tanti anni fa, a ciò che il Palazzo non voleva vedere. Emma apparteneva profondamente a questo mondo.

La scelta delle istituzioni e della politica dall’alto , le ha dato autorevolezza e riconoscimento, ma ne ha attutito il pungiglione. Problema grave per un’ape regina.

Il suo limite fu forse la fiducia che diritto, Europa e razionalità fossero destinati al successo, se necessario anche affidandosi a tecnici, purché illuminati. Il nuovo secolo ha mostrato invece quanto queste conquiste siano fragili e come, per farle vivere, continui a esserci un “radicale” bisogno di democrazia.

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