La prima non la immagini, la seconda non la dimentichi, la terza faticherai a crederci. Per chi deve ancora metabolizzare l’apoteosi del 2023, i tre match point salvati e il ritorno dell’Italia sul tetto del mondo del tennis potrebbe sembrare surreale immaginare di poter vincere la Davis per tre volte consecutive come successo l’ultima volta agli Stati Uniti 53 anni fa (completarono una serie di 5 successi di fila). Flavio Cobolli e Matteo Berrettini, sono loro questa volta gli eroi, il primo forse inatteso, il secondo onnipresente in questa meravigliosa favola che vede per protagonista l’Italia come paese guida mondiale nel tennis. Fin dal 2023 Matteo ha voluto essere della partita, anche quando non poteva scendere in campo per l’infortunio e quindi si era accomodato in panchina come un motivatore, lo è stato nel 2024 vincendo insieme a Jannik che aveva una promessa in sospeso e lo è stato ancor di più quest’anno, perfetto in tutte e tre le partite in tutte le sue ultime apparizioni, 11 con la maglia dell’Italia con la quale ha semrpe vinto. “Senza un attimo di respiro per sognare, per potere ricordare ciò che abbiamo già vissuto. Senza Fine” sono le parole della compianta Ornella Vanoni che ci ha lasciato alla vigilia di questa finale, parole che possono descrivere le emozioni che Matteo, che Filippo Voladnri, ma anche Lorenzo Sonego, Andrea Vavassori, Simone Bolelli e tutto il mondo dell’Italtennis hanno vissuto, stanno vivendo e continueranno a vivere nei prossimi mesi e nei prossimi anni: questa sarà sempre ricordata come l’era d’oro della racchetta italiana, l’epoca della finale di Wimbledon lo stesso giorno di quella degli Europei, l’epoca degli Slam di Sinner, delle Fed Cup di Jasmine Paolini, del suo oro olimpico con Sara Errani e delle tre Davis Cup consecutive che si aggiungono a quella di Panatta, Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti del 1976. Non ci sono magliette rosse, trasferte politicizzate e dibattiti parlamentari in questi anni, c’è solo la gioia sconfinata di vedere il nostro tennis imporsi contro tutto e contro tutti, da favorito e soprattuto per la prima volta davanti al proprio pubblico. Finalmente la vittoria in casa, la vittoria a Bologna dove negli altri anni ci siamo passati rapidamente nella fase a gironi, nella città che ha sempre festeggiato i campioni dello sport, del basket e dei motori, la città che nel calcio è stata dimora di Baggio, Bulgarelli, Signori o in tempi recenti Orsolini e Immobile e che adesso è diventata un luogo storico anche per le nostre racchette. Adesso si che possiamo considerare rimarginata la ferita della finale del 1998, il confronto perso da Diego Nargiso, Gianluca Pozzi, Davide Sanguinetti ed Andrea Gaudenzi contro la Svezia di Magnus Normann al Forum di Milano. E’ finita come tutti volevamo e come il mondo chiedeva a gran voce, con una finale tra Italia e Spagna, solo che in pochi avrebbero scommesso su questa finale dopo che sia Sinner che Alcaraz avevano alzato bandiera bianca. Questo è un successo di squadra, è l’Italia intera del tennis che vince, è il movimento che viene premiato di una nazione che quest’anno ha portato almeno due giocatori in tutti i quarti degli slam e 9 italiani nelle prime 100 posizioni al mondo. L’Italia di Cobolli e Berrettini, i due amici cresciuti insieme tra il Foro Italico e i campi dell’Aniene e che questa settimana si sono caricati sulle spalle il peso del Tricolore per poi innalzarlo con merito al di sopra di ogni avversaria, è grazie a loro che possiamo esultare, gioire, urlare perché siamo Campioni del Mondo per la quarta volta nella storia del tennis.

Berrettini e Cobolli, i portabandiera di questa Davis in Famiglia
E’ cambiata un’era da quell’11 luglio del 2021, pensavamo per il calcio e invece è successo per il tennis. Poche ore prima del trionfo della Nazionale di Mancini a Wembley, proprio questo Matteo Berrettini perdeva la finale di Wimbledon contro Novak Djokovic. Dopo quella data la nazionale di Calcio è tornata a naufragare non tanto dolcemente nel proprio mare, mentre l’Italtennis di lì ad un futuro prossimo avrebbe inziato a dominare in lungo e in largo, su ogni campo, in ogni contesto. Il mantra sembra sempre uno e uno soltanto, vincere aiuta a vincere, e chissà se senza l’ispirazione data da Matteo ma prima ancora da Cecchinato al Roland Garros e da Fognini a Montecarlo avremmo avuto gli attuali Sinner, Berrettini, Musetti e Cobolli o se questa generazione d’oro sarebbe affondata nella malinconia. In una città tappezzata dai manifesti degli assenti Jannik e Carlitos la scena se la sono presa due ragazzi romani tra i quali scorre un rapporto fraterno, un legame che non poteva essere sottovalutato, come d’altronde non si può fare con nessuno in questa manifestazione. L’Italia aveva una squadra in grado di concedersi il lusso di lasciare a casa il numero 26 del mondo, Luciano Darderi, perché non incline al cemento indoor e quindi i singolari li hanno giocati Berretti e Cobolli vincendoli tutti. Flavio ha coronato con il mondiale la più bella stagione della carriera, Matteo si è scoperto uomo Davis mettendo da parte l’immagine del campione costantemente sotto la spada di Damocle degli infortuni rinascendo nel corso della Coppa. Se nel 1976 gli eroi in maglia rossa dovettero tornare in Italia quasi in silenzio dopo aver ferito l’orgoglio del popolo soggiogato da un dittatore come Pinochet, questa volta la gioia tracotante dei due romani ha finito per coinvolgere la Supertennis Arena bolognese, con le cadenze capitoline, che risuonano anche nelle parole di Panatta, a riempire la voce dei microfoni quando Cobolli prova a zittire bonariamente il pubblico per la sua intervista con un “Fateme Parlà Ao”. I due figli di Roma sono cresciuti insieme come una famiglia, tant’è che il padre di Falvio, Stefano compare anche in quel video virale che li vede ritratti al Lemon Bowl di tanti anni fa -dove Berrettini aveva 15 anni e Cobolli 9- in qualità di allenatore di Matteo. “Gli facevo quasi da babysitter” scherza il finalista di Wimbledon 2021 parlando dell’amico che deve parte dei meriti della sua stagione anche ad un consiglio dello stesso Berrettini: quando dopo il Sunshine double voleva dedicarsi ai Challenger fu il martello capitolino a dirgli che quello non era il suo livello, di prendersi una breve pausa e tornare sulla terra rossa. Due settimane dopo vinceva Bucharest nella stessa giornata in cui il tennis italiano festeggiava il centesimo titolo della nostra storia. Una famiglia a Bologna per la Davis della quale fa parte anche Vincenzo Santopadre, storico allenatore dei primi tempi d’oro di Matteo e padrino di battesimo di Flavio. Una coppa in famiglia.

Come doveva essere, ma in modo diverso: Italia Spagna finale di Davis
Ci sono degli eventi che nello sport italiano restano impressi anche per la coincidenza degli orari e per aver fatto saltare ogni abitudine. Come Tomba (presente alla Supertennis arena) quando per la sua medaglia d’oro fermò il Festival di Sanremo, come Jacbos e Tamberi che in dieci minuti riscrissero la storia delle nostro Olimpiadi, o anche come Sinner che cambia canale sulle televisioni degli italiani facendogli tradire la Nazionale di Calcio. Quel che è certo è che ormai l’Italia non è più un paese monoteista quando si parla di sport, c’è l’Atletica, lo sci, il nuoto, la pallavolo e soprattuto c’è il tennis che questa settimana ha aggiunto un nuovo eroe all’Olimpo italiano, quel Flavio Cobolli che per due volte è riuscito addirittura a far slittare il TG1, a cambiare i palinsesti, come Tomba con Sanremo da Calgary 1988. La sua esultanza alla Hulk, dopo i 32 punti di tie break contro Bergs è il simbolo di questa vittoria in Davis e quei 26 minuti sono il capolavoro del torneo e della carriera di Cobolli. Una conclusione da tachicardia come le ultime fasi del mondiale 2006, come i tie break dell’italia di Velasco: “E’ il giorno più bello della mia vita” aveva detto dopo aver battuto Misolic nei quarti, d’improvviso dopo le rimonte con Bergs e Munar quella vittoria è scalata al terzo posto. Prima l’Austria, poi il Belgio e poi la Spagna, una sequenza che ha portato fortuna a quella nazionale del 2021 e che adesso è scolpita nella storia del nostro tennis. Eravamo favoriti contro tutte e tre, ma in Davis il ranking conta poco, le sorprese spesso sono dietro l’angolo, pensiamo al Canada nel 2023 contro di noi o allo stesso Belgio lo scorso anno. Zizou Bergs, che si chiama così perché il padre è un grande fan di Zidane e qui invece lui ha sconfitto proprio la Francia, nel girone del 2024 otteneva una sorprendente vittoria proprio contro Cobolli rifilandogli un 6-0 nel terzo set. La musica è cambiata totalmente nel giro di un anno e Flavio ha vinto annullando sette match point, la partita più entusiasmante della sua stagione e della sua carriera. La dedica è per la madre, per il fratello e per il migliore amico Edoardo Bove, con cui Cobo ha condiviso le giovanili della Roma prima di prendere la strada del tennis. “Non bisogna mai dare per scontato di fare quel che si ama, Me lo ha insegnato la vicenda di Edo” ha commentato ricordando l’attacco di cuore occorso al centrocampista circa un anno fa.

Non era prevista un finale con la Spagna dopo la rinuncia di Alcaraz, i pronostici ricadevano sulla Germania, su Alex Zverev che aveva sempre boicottato la nuova versione della Davis ma è stato questa volta trascinato dai suoi connazionali, Struff, Krawietz, Puetz che, per questioni anagrafiche difficilmente avranno altre occasioni di giocarsi l’insalatiera che manca in Germania da 31 anni. Voleva riscattare anche lui la stagione con un titolo mondiale, pur avendo concluso l’anno al numero tre del mondo, ha accusato la sconfitta in finale all’Australian Open con Sinner e si è ritrovato con meno della metà dei punti di Jannik e Carlitos che invece da parte sua ha guardato la sua Spagna superare i tedeschi festeggiando da casa. Gli spagnoli sono tornati in finale dopo sei anni, ma come ha affermato capitan Ferrer per vincere avrebbero dovuto invocare lo spirito di Mar Del Plata, il luogo dove nel 2011 vinsero la Coppa in trasferta e senza il loro numero uno, Rafael Nadal, contro l’argentina di Del Potro e Nalbandian. Anche quest’anno erano senza il loro numero uno, ruolo invece ricoperto da un altro maiorchino, cresciuto nell’Academy di Rafa, Jaume Munar, e come a noi gli mancava anche il numero due Davidovich Fokina. Secondo singoalrista è stato Pablo Carreno-Busta, ex top ten autore della decisiva rimonta al tie break in semifinale contro Struff, da 6-1 a 8-6, ma contro Berrettini non ha trovato armi per tener testa al bombardiere romano e ha perso in due set. Subito spalle al muro la Spagna ha reagito in avvio della seconda partita con Munar, non è la prima volta quest’anno che le Furie Rosse riescono a toglirsi dall’angolo per riemergere e contrattaccare: a settembre, nella partita decisiva contro la Danimarca si sono trovati dietro di un match point che li avrebbe eliminati. Lo ha annullato Pedro Martinez ad Holger Rune andando a mettere una toppa alla sconfitta di Munar con Moller. Jaume dopo quella partita ha poi costruito il suo ranking stagionale, attualmente è numero 36, princaplemtne sul cemento dopo gli ottavi a US Open e alcuni buoni risultati a Basilea e Shangai dove ha battuto anche Cobolli nell’unico precedente tra i due. Si stavano già preparando i doppisti quando Flavio ha perso il servizio in apertura del secondo set incassando un parziale di 7-1, ma a quel punto lo spirito guerriero visto nel tie break con Bergs si è ripresentato e 2 ore dopo l’Italia era in campo a festeggiare la terza Davis consecutiva, la quarta della sua storia. Anche senza Sinner e senza Musetti siamo noi i campioni del mondo.
