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CONTROLLI E CERTIFICAZIONI NEL TERZO SETTORE: DOPO LA RIFORMA COME RIPARTIRE?

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La Dottoressa Deborah Benucci.

Ospitiamo volentieri nella rubrica di questa settimana il contributo della dott.ssa Deborah Benucci, Vice presidente in Confassociazioni Terzo Settore con delega ai sistemi informativi, tributarista (L 4/2013 qualificato Lapet e certificato FAC) che ci propone alcune riflessioni su un tema cruciale nel mondo del non profit, soprattutto alla luce della Riforma del Terzo Settore. La sua esperienza professionale polivalente anche come Perito Ruolo CCIA di Roma in contratti di lavoro e scritture contabili; Revisore Mutualistico di Cooperative L 2002/02 presso UNCI; Valutatore ispettivo interno e di terza parte (secondo la norma OLC 2015); Progettista e valutatore del modello gestionale D.lgs 231/01 ed Auditor in altre norme Nazionali ed internazionali, ci aiuta ad inquadrare il tema dei controlli e delle possibili nuove forme e modalità di certificazione.

La riforma del Terzo Settore, che ha investito il mondo associativo in generale, partita nel 2016 ed ancora in fase di implementazione, intendeva operare, come è ormai noto , una razionalizzazione delle innumerevoli norme che lo riguardavano. In particolare è partita una semplificazione della normativa fiscale delle organizzazioni, agevolando le donazioni, con una regolazione più trasparente del cinque per mille e la creazione di un fondo nazionale di finanziamento presso il ministero del Lavoro da 17,3 milioni nel 2016 e 20 milioni di euro annui a partire dal 2017. Nella distribuzione dei finanziamenti pubblici si è voluto premiare, a mio avviso, le organizzazioni capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone. In cambio, alle associazioni ed agli enti veniva richiesta più trasparenza nella rendicontazione e nella gestione degli atti.

La creazione di un Registro Unico Nazionale del Terzo settore,presso il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, al posto dei molti registri nazionali, regionali e provinciali che esistevano in Italia comporta conseguenze che non si esauriscono con un semplice cambio di modalità di registrazione degli enti interessati.

In generale tutti i “soggetti” che si avvalgono di fondi pubblici o privati raccolti attraverso pubbliche sottoscrizioni, ed anche di fondi europei, dovranno essere necessariamente iscritti al registro. Inoltre per razionalizzare e circoscrivere il campo dei settori di attività d’interesse generale che permettono il godimento di agevolazioni anche fiscali e di regimi di vantaggio, si è introdotto con la Riforma la ridefinizione delle “finalità solidaristiche e di utilità sociale” esercitate in via esclusiva.

Dal 2016 ad oggi si è provveduto ad una individuazione tassativa degli enti che potranno diventare Enti del Terzo Settore (ETS) previa iscrizione nell’apposito Registro che ricordo sono le seguenti:

le associazioni, riconosciute o non riconosciute, le fondazioni e gli altri enti di carattere privato diversi dalle società con finalità civiche solidaristiche e di utilità sociale che operano in uno dei settori di cui all’art. 5 dlgs 117/17.

– le organizzazioni di volontariato (artt. 32 e s.s);

– le associazioni di promozione sociale (artt. 35 e s.s);

– gli enti filantropici (art. 37 e ss.)

– le reti associative (art. 41 e ss.)

– le imprese sociali, disciplinate dalla L. 112/17

– le società di mutuo soccorso

– le cooperative sociali disciplinate dalla legge 381/1991 che sono ETS di diritto

Si ricorda infine che non si considerano enti del Terzo Settore le amministrazioni pubbliche, le organizzazioni e le fondazioni politiche, i sindacati, le associazioni datoriali e professionali.

Molto si è scritto riguardo ai nuovi obblighi, anche contabili già in vigore, ma poco si è invece parlato dei controlli che la nuova normativa impone agli articoli 30 e 31 del nuovo Codice.

Prima della riforma, in assenza di una disciplina specifica per il no profit, si faceva riferimento alle norme dello statuto o, in mancanza, alla disciplina del c.c. prevista per le società di capitali.

Secondo il nuovo Codice sono obbligati alla nomina di un organo di controllo le fondazioni, l’ente con un patrimonio destinato ad uno specifico affare ai sensi dell’art. 10 D.lgs 117, l’ETS (Aps, OdV, enti filantropici, reti associative, ecc..) che abbia superato per due esercizi consecutivi due dei seguenti limiti: un totale attivo dello Stato Patrimoniale 110.000,00; ricavi rendite, proventi, entrate comunque denominate € 220.000,00; media dei dipendenti occupati durante l’esercizio cinque unità. Qualora invece i predetti limiti siano elevati a € 1.100.000,00 di stato patrimoniale, € 2.200.000,00 di entrate e dodici unità è obbligatorio il revisore legale dei conti.

Ma cosa accade a tutti quegli enti, e sono la maggioranza, che sono al di sotto della soglia a prescindere dall’ avere o meno personalità giuridica? L’obbligo non sussiste e scatta solo quando si superino due delle tre soglie dimensionali e l’ETS in questione affidi la revisione legale all’organo di controllo interno (che deve, però, in questo caso, essere interamente costituito da revisori legali iscritti) così come specificato dalla nota ministeriale del Ministero del Lavoro n. 11560/2020.

Fin qui abbiamo preso in considerazione quanto dicono le norme, quanto prescrivono le revisioni contabili e fiscali, tutto quello che accade dentro l’organizzazione per imposizione di legge. Ma che succede “fuori” dall’organizzazione?

Tutti gli enti hanno in passato e continueranno in futuro ad avere una propria strategia per finanziare i loro progetti, oltre ai canali istituzionali (bandi, gare, finanziamenti) moltissimi enti ricorrono a raccolte pubbliche di fondi e donazioni private. E se l’ente è sensibile al riguardo, utilizza il proprio sito, redige un bilancio sociale come utile strumento di comunicazione, prevede una valutazione dei risultati secondo i possibili indici d’impatto sociale.

Al riguardo segnalo che sono state emanate le linee guida sia per la valutazione d’impatto sociale che per la redazione del bilancio sociale e che possono essere considerate molto “permissive” nella definizione degli schemi da adottare.

Così un po’ per l’evolversi del nostro sistema di comunicazione, sempre più basato sui social, un po’ per il radicarsi di internet che permette ogni tipo di approccio senza troppe regole, in rete si trova di tutto. La maggior diffusione degli strumenti informatici permette di poter accedere con maggior facilità alle informazioni. La stampa e i media analizzano e tentano di rendere fruibili i dati riguardanti l’economia visto che la stessa ha ricadute ormai evidenti e comprensibili anche per il singolo individuo.

Ma negli ultimi anni l’attenzione dei cittadini, degli utenti e della collettività in generale è sempre più attenta alle informazioni che possono spiegare il mondo nel quale vive e lo commenta e lo giudica. La maggior scolarizzazione ha permesso di scoprirsi interessati alle dinamiche che prima non erano comprese e quindi, spesso, solo subite. Le scelte e le decisioni, che prima rimanevano relegate nella sfera d’influenza privata, vengono valutate e controllate non solo dagli organi preposti ma anche dalla collettività.

Il risultato del proprio operato può diventare un cattivo ritorno di immagine, influenzando anche economicamente, i risultati del proprio lavoro. Siamo ormai consapevoli di essere inseriti in un macro sistema nel quale ogni comportamento non è fine a se stesso ma incontra ed influenza il confine dell’altro. L’esigenza di comunicare è ormai inserita tra i bisogni più importanti ai quali dare una risposta.

Di conseguenza l’attenzione alla dimensione etica dell’economia è crescente e rivestirà un’importanza sempre maggiore.

Già da qualche anno sono sempre più evidenti la richiesta, lo studio e la sperimentazione di strumenti che permettano di affiancare ai risultati economici, non sempre di immediata interpretazione, una nuova modalità di comunicazione che spieghi anche quegli aspetti che altrimenti non verrebbero messi in evidenza e che siano sempre più di facile e rapida individuazione.

Mi riferisco all’affacciarsi sempre più “frequente” di loghi o simboli che permettono l’individuazione di procedure che identificano processi ai quali le organizzazioni si sottopongono volontariamente, oltre i doveri legislativi. In qualche modo sta crescendo l’esigenza di comunicare la propria attenzione a temi connessi con il proprio agire ma che non sono “obbligatori” per legge ma lo diventano per scelta.

Le certificazioni di terza parte, effettuate da organismi esterni qualificati, richiamano prassi che fino ad ora sono state portate avanti dal mondo dell’impresa per definire il proprio prodotto e la propria organizzazione. Sono ormai svariati anni che siamo in presenza di organizzazioni certificate ISO e siamo ormai abituati a cercare il logo del marchio CE su prodotti di consumo. Non ci stupiamo più che l’impresa ci fornisca le proprie certificazioni e ci comunichi, in modo semplice e diretto, le proprie scelte sia interne che esterne. Ci stupiremmo invece che un ente non profit utilizzi questo sistema di certificazione perché non è così usuale trovarlo.

Essendo anche revisore mutualistico di cooperative, mi è capitato di leggere volumi di bilanci sociali di organizzazioni più che meritorie ma che, per essere esaustive, diventano di lunga consultazione. Io non sono certa che tutti abbiano a disposizione tempo e risorse per valutare una organizzazione così nello specifico. Ed ancora un nuovo dubbio si affaccia nella mia mente: quanta percentuale c’è di buona o cattiva autoreferenzialità nel comunicare il proprio agire ed il raggiungimento dei propri obiettivi. Sono certa che la nostra forza ed il nostro cuore continuino ad esistere a prescindere dalla comunicazione dei risultati ottenuti, ma se sono sempre io che comunico, quanta parte di “non detto” esce dalla mia organizzazione?

Il tema è spinoso ma non vuol essere giudicante. È semplicemente “statistico”. Il sistema dei controlli a livello normativo e ministeriale si basa sui numeri e sul rispetto dei dettami legislativi di alcuni specifici aspetti. Tutto quello che non rientra in questo contesto è meno controllato, ma non per questo meno importante o impattante. Ad esempio una buona campagna di raccolta fondi produce risultati in termini di assistenza, persone, lavoro.

Ci siamo resi conto durante la pandemia di quanto le piccole cose sono fondamentali e quanto sia stato difficile portare avanti anche le cose più semplici. Paradossalmente le norme sono state alleggerite ma comunque abbiamo fatto un uso “automatico” delle prassi perché ci hanno indirizzato ed in qualche modo ci hanno tranquillizzato. Questa nuova riflessione può essere un risultato ed è importante perché ci ha fatto vedere che esiste un altro modo di gestire sia i processi che gli output del proprio agire.

A mio modo di vedere non esiste un agire corretto, ma esiste un agire consapevole. La revisione è un momento importante in qualsiasi processo. Chi gestisce sa quanto sia necessario avere lucidità ed attenzione per fare al meglio il proprio compito. E spesso si sollecita l’aiuto di un soggetto non coinvolto al fine di “vedere” mancanze involontarie che l’occhio ormai abituato non vede più.

Io sono fermamente convinta che abbiano “normato” più del necessario, ma che le regole siano importanti e ci debbano essere. Sono altresì convinta che il momento della revisione allarghi le nostre vedute perché mette in luce difficoltà di processo che a volte sono sclerotizzate e per questo accettate involontariamente, nostro malgrado.

L’uso consapevole delle certificazioni e delle revisioni può diventare una garanzia sia per chi impatta con l’organizzazione, sia esso un donatore o un organismo finanziatore, sia per gli organi interni che amministrano l’ente.

La terzietà del controllo assume una rilevanza primaria perché certifica il proprio agire senza però essere parte del processo, godendo dell’autonomia che l’essere “verificato dall’esterno” comporta.

E lo fa non perché derivante da numeri ma perché questi numeri sono visti ed interpretati da “altri soggetti” non coinvolti.

Certo è lecita l’obiezione che, trattandosi di un processo oneroso e volontario, perda una parte della sua autonomia. Ma esistono vari modi per circoscrivere e ridurre una parte degli oneri.

Il primo potrebbe essere quello di aprire la propria “revisione” alla supervisione dei propri stakeholders. Facendo l’esempio che la revisione abbia come supervisori anche soci dell’ente oltre che i tecnici, si potrebbe ottenere l’effetto di implementare la fidelizzazione ed il coinvolgimento del singolo che potrebbe diventare veicolo di ulteriore garanzia. Saremmo certamente attinenti ai dettami del codice che molto ha posto l’attenzione sul coinvolgimento degli associati e del concetto di “porta aperta” così caro al mondo delle cooperative ad esempio.

In secondo luogo potrebbe essere interessante stabilire il contesto da prendere in considerazione. La relazione di missione, documento che dovrà essere allegato al bilancio di esercizio con l’entrata a regime del nuovo Registro Unico (RUNTS), e contenere una serie di dati che pongono obbligatoriamente il problema della continuità dell’operato. Ma se questa condivisione avverrà solo in sede di approvazione del bilancio mi domando se effettivamente si otterrà questa condivisione.

Diversa cosa sarebbe condividere l’esigenza di stabilire una strategia che prevede dei controlli e delle certificazioni che possono avvenire secondo tempi propri, che possa essere anticipata comunicandoli sul sito e poi condivisa nell’assemblea. Il potere di una analisi di questo tipo avrebbe un impatto maggiore e più duraturo.

Ma di quali certificazioni parliamo? Oltre che di quelle specifiche e proprie del settore d’intervento dell’organizzazione siano esse ambientali o inerenti al prodotto o servizio offerto, utili peraltro in sede di partecipazione ai bandi, esistono ora nuove certificazioni che prendono in considerazione la gestione globale dell’ente in quanto tale come OLC 2015, credo l’unica in questo momento aperta agli ETS.

Altrimenti si possono usare in modo consapevole e “calzato sulla propria realtà” le norme ISO 9001 (si proprio quelle che fino ad ora avevamo visto solo per le imprese) e seguire le norme guida ISO 9000 ed ISO 26000, uniformandosi ad esse. Ci sono innumerevoli norme che possono risultare utili al riguardo quali ad esempio il modello ex D.lgs 231/01 sulla prevenzione dei reati ed illeciti tributari e sulla responsabilità amministrativa dell’ente.

Qualora non si volesse intraprendere la strada della certificazione di terza parte esistono altre strade che, a mio parere, hanno un loro interesse.

Mi sono sempre chiesta, verificando quanto inserito nei siti aperti a tutti in rete, quali strumenti avessimo a disposizione per misurarne la veridicità dei contenuti e che ci indirizzino nelle scelte e nelle condivisioni. In realtà sono riuscita a trovare poche informazioni specifiche se non l’obbligo del rispetto delle norme che il Garante della tutela della privacy ed il Codice del consumo impongono in via generale.

Mi viene spontaneo pensare che un’attenzione di questo tipo riguardi prioritariamente l’ambito commerciale ma, immediatamente dopo, non posso dimenticare che il richiamo all’etica è tutt’altro che secondario quando si parla di “attività d’interesse generale”.

Proprio perché il Terzo Settore si rivolge ai bisogni primari dell’individuo, siano essi fisici, formativi, sportivi, ma anche culturali e aggregativi, non merita un controllo serio ed attento la veridicità dell’informazione, della richiesta di aiuto e coinvolgimento, di riconoscimento in un’idea? E qui potrebbe essere fondamentale anche il ruolo delle associazioni di difesa del consumatore, che in questo caso verrebbero chiamate in causa nell’accezione più ampia e consapevole del termine “consumatore”, non ci aiuterebbe tutti a far pulizia di un certo modo di proporsi del mondo del non profit, utile più agli enti stessi che ai loro utenti?

Certo è una “provocazione” e come tale la sottopongo a tutti ma, dovendo ripartire dopo questo tsunami che tanto ha distrutto, un po’ di ordine non ci farebbe male e soprattutto potrebbe facilitare tante cose anche per i soggetti più piccoli.

Chiudo con un vecchio adagio che trovai su una cartolina tanti anni fa ed ho conservato nel cuore: “Il mondo non è nostro. Ci sono tanti nipoti che lo reclamano”. Da non dimenticare anche nel Terzo Settore!

Il Presidente di Confassociazioni Terzo Settore Dottor Massimo de Meo.

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