Concordato preventivo: semplificazione o scorciatoia fiscale? Cosa accade negli altri Paesi?

Il nuovo strumento tra certezza del gettito e dubbi di equità

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Il Prof. Mauro Norton Rosati di Monteprandone

Il concordato preventivo biennale nasce con un obiettivo chiaro: ridurre il contenzioso, semplificare il rapporto tra fisco e contribuente e garantire allo Stato una maggiore stabilità del gettito. In teoria, un passo avanti verso una fiscalità più collaborativa. In pratica, però, il meccanismo solleva interrogativi non marginali.

Il punto centrale è noto: l’Agenzia delle Entrate propone un reddito “predefinito” per due anni, calcolato sulla base di modelli statistici e indicatori sintetici. Il contribuente può aderire oppure no. Non esiste una vera trattativa. È una scelta secca.

Ed è proprio qui che emergono le prime criticità. Una semplificazione che diventa rigidità. Il sistema offre un vantaggio evidente: certezza. Chi aderisce conosce in anticipo il carico fiscale e si sottrae, almeno in parte, al rischio di controlli.

Ma questa certezza ha un costo! Il reddito concordato resta valido anche se la realtà economica cambia. Se l’attività rallenta o subisce una crisi, l’imposizione resta invariata.

In altre parole, il contribuente paga su una capacità contributiva ipotizzata, non necessariamente reale.

Quindi c’è il rischio di uno scollamento dalla realtà economica.

Questo aspetto segna una discontinuità rispetto a un principio cardine del sistema tributario: si paga in base a ciò che si guadagna, non a ciò che si presume di guadagnare.

Il concordato introduce invece una logica diversa: una sorta di “fiscalità anticipata”, dove il rischio economico viene, almeno in parte, trasferito sul contribuente.

È una scelta legittima? Forse sì, sul piano politico. Ma resta discutibile sul piano sistematico: il  problema è il nodo del contraddittorio. Nei sistemi fiscali più evoluti, gli strumenti preventivi esistono da tempo. Ma funzionano diversamente. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito o nei principali Paesi OCSE, gli accordi con il fisco:

  • sono volontari e richiesti dal contribuente
  • riguardano casi specifici
  • prevedono una vera negoziazione

Il concordato italiano, invece, si presenta come un accordo ma non lo è pienamente. È piuttosto una proposta unilaterale, che il contribuente può solo accettare o rifiutare. Manca uno spazio reale di confronto.

Un ulteriore profilo riguarda il ruolo degli algoritmi. La proposta fiscale deriva da modelli predittivi che il contribuente non sempre è in grado di verificare o contestare. Questo introduce un tema più ampio: quanto può essere automatizzata la determinazione dell’imposizione senza compromettere trasparenza e fiducia?

Una questione di equilibrio

Il concordato preventivo biennale non è, in sé, uno strumento irragionevole. Risponde a esigenze concrete: semplificazione, certezza, riduzione del contenzioso. Tuttavia, l’equilibrio tra interesse erariale e tutela del contribuente appare ancora fragile. Perché funzioni davvero come strumento di collaborazione, servirebbero alcuni correttivi:

  • maggiore flessibilità in caso di variazioni economiche rilevanti
  • introduzione di un contraddittorio effettivo
  • maggiore trasparenza nei criteri di determinazione del reddito

Il vero nodo: fiducia o imposizione?

Alla fine, la questione è semplice. Il concordato può diventare uno strumento di fiducia reciproca tra fisco e contribuente. Oppure rischia di essere percepito come una scorciatoia per anticipare il gettito. La differenza non sta nella norma, ma nel modo in cui verrà applicata e, soprattutto, nella sua evoluzione. Perché una fiscalità moderna non può limitarsi a prevedere il reddito: deve continuare a riflettere la realtà economica.

Mauro Norton Rosati di Monteprandone

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