È domenica sera e il pranzo di famiglia è finito da qualche ora. Poi, all’improvviso, un dolore sotto le costole a destra, sordo e insistente, che sale verso la spalla e non passa cambiando posizione. Dura un’ora, forse due. Al pronto soccorso un’ecografia chiarisce tutto in pochi minuti: «Signora, lei ha i calcoli alla colecisti». Da quel momento la domanda è una sola, ed è la stessa che si pongono migliaia di italiani ogni anno: devo operarmi? La risposta, sorprendentemente, non è sempre sì.
Un serbatoio sotto il fegato
La colecisti, o cistifellea, è un piccolo sacco a forma di pera adagiato sotto il fegato. Il suo compito è conservare la bile, il liquido che il fegato produce per digerire i grassi, e rilasciarla nell’intestino quando mangiamo. Se la bile contiene troppo colesterolo rispetto ai sali che lo tengono sciolto, il colesterolo precipita in minuscoli cristalli. Col tempo questi si aggregano e diventano calcoli: granelli simili a sabbia oppure veri sassolini di qualche centimetro. Nella grande maggioranza dei casi sono fatti proprio di colesterolo; più rari sono i calcoli “pigmentati”, legati a malattie del sangue o a infezioni delle vie biliari.
Fino al 20% degli adulti sviluppa calcoli nel corso della vita.
Chi rischia di più
Gli studenti di medicina imparano ancora una vecchia filastrocca anglosassone, quella delle “quattro F”: donna, sovrappeso, sui quarant’anni, con figli. I fattori più solidi sono l’età che avanza, il peso in eccesso e la familiarità, soprattutto per parte di madre; nelle donne contano anche le gravidanze, per effetto degli ormoni sulla composizione della bile. Il terreno favorevole è quello della sindrome metabolica: sedentarietà, diabete, trigliceridi alti.
C’è poi un paradosso che vale la pena conoscere. Anche dimagrire troppo in fretta, con diete drastiche o dopo un intervento di chirurgia bariatrica, favorisce la formazione di calcoli, perché il fegato riversa nella bile grandi quantità di colesterolo. Si è osservato che chi resta a digiuno per oltre dodici ore tra cena e pasto successivo ha calcoli più spesso: una colecisti che lavora poco ristagna. Infine i geni, che secondo le stime spiegano circa un quarto del rischio complessivo.
Il dolore giusto e i falsi indizi
La maggior parte dei calcoli resta muta per tutta la vita. Solo una parte, poco più di uno su cinque secondo la letteratura internazionale, finisce per dare disturbi. Il sintomo tipico è la colica biliare: un dolore alla bocca dello stomaco o sotto l’arco costale destro, che nonostante il nome non va e viene ma resta costante, dura da mezz’ora a qualche ora e spesso si irradia alla schiena o alla spalla destra.
Ci sono poi segnali che non vanno mai sottovalutati, perché indicano una complicanza: febbre con dolore che non passa (infiammazione della colecisti), pelle e occhi gialli con urine scure (un calcolo scivolato nel canale biliare), dolore violento a cintura con vomito (pancreatite). In questi casi la strada è una sola: il pronto soccorso.
Basta un’ecografia
Per scoprire i calcoli nella colecisti l’esame principe è l’ecografia dell’addome: rapida, indolore, senza radiazioni e molto affidabile. Gli esami del sangue, come bilirubina, enzimi del fegato e del pancreas, servono soprattutto quando si sospetta una complicanza. Se il dubbio è che un calcolo sia migrato nel coledoco, il canale che porta la bile all’intestino, lo specialista può ricorrere alla colangio-risonanza o all’ecoendoscopia.
Operare sì, ma non sempre
Torniamo alla domanda iniziale. Se i calcoli sono stati scoperti per caso, durante un’ecografia fatta per altri motivi, e non hanno mai dato dolore, le linee guida europee dell’EASL indicano in genere di non operare: il sassolino silenzioso si può lasciare dov’è, salvo poche situazioni particolari che valuta lo specialista. Diverso è il caso dei calcoli che hanno già dato coliche o complicanze: qui la soluzione è la colecistectomia, cioè l’asportazione della colecisti, che oggi si esegue quasi sempre in laparoscopia, attraverso tre o quattro piccoli fori, spesso con una sola notte di ricovero. Senza colecisti si vive normalmente, perché la bile passa direttamente dal fegato all’intestino. Quando la colecisti è infiammata, l’intervento precoce, nei primi giorni, è di norma preferibile all’attesa.
E le alternative? Esiste un farmaco, l’acido ursodesossicolico, capace di sciogliere lentamente i piccoli calcoli di colesterolo, ma funziona solo in casi selezionati e i calcoli tendono a riformarsi. Nessuna dieta, tisana o “cura depurativa” li dissolve. C’è anche un rischio opposto: uno studio italiano ha mostrato che le persone con colon irritabile vengono operate più spesso non perché abbiano più calcoli, ma perché il loro mal di pancia viene attribuito alla colecisti. Togliere un organo per il sintomo sbagliato non guarisce nessuno.
La domanda giusta
Davanti a un referto che parla di calcoli, la domanda da porsi non è «ce li ho?» ma «sono loro la causa dei miei disturbi?». È da questa distinzione che dipende la scelta tra un intervento risolutivo e un’operazione inutile. Nel frattempo, la prevenzione passa per gesti semplici: mantenere un peso ragionevole, muoversi, evitare le diete lampo, non saltare i pasti. E imparare a riconoscere quel dolore particolare, sordo e testardo, che merita sempre l’attenzione di un medico.
