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Buenos Aires, Teatro Colón – Il trovatore (con Netrebko, Eyvazov)

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Photo: Arnaldo Colombaroli

Al Teatro Colón di Buenos Aires è stato rappresentato in forma semiscenica Il trovatore verdiano: quattro recite molto attese che hanno registrato il tutto esaurito al botteghino. Una mise en éspace, come si usa dire oggi, con qualche elemento scenico (dei cerchi che salivano, scendevano e si muovevano in tutte le direzioni), con luci cangianti a cura di Rubén Conde (l’unica cosa veramente interessante), la regia di Marina Mora e  il contributo di Gabriel Caputo come set disigner. In sostanza, si è trattato di una versione con il coro in posizione oratoriale collocato ai lati del palcoscenico e l’orchestra in buca. Tutti in abito da sera, mentre la protagonista femminile sfoggiava due abiti spettacolari.

Per fortuna, il versante musicale era complessivamente molto buono, con prestazioni sempre corrette e, in qualche caso, eccellenti: il pubblico si è sentito a ragione fortunato e ha applaudito tutti i numeri chiusi (perfino “Ai nostri monti”) con grande fervore, come si usava qui un tempo. Il coro del teatro, istruito da Miguel Martínez, ha confermato il suo ottimo livello e l’orchestra ha suonato bene: non a caso, il nuovo direttore musicale è Jan Latham-Koenig, maestro competente e affidabile.

Questa è un’opera che alcuni a torto snobbano dal punto di vista orchestrale e invece è difficile da concertare. Giacomo Sagripanti, che si presentava per la prima volta al Colón, ha fatto un lavoro di tutto rispetto garantendo una direzione efficiente.
Tra i cantanti, si segnalava il debutto del mezzosoprano Olesya Petrova, che sostituiva Anita Rachvelishvili nei panni di Azucena. Ha fatto una buona impressione. A parte qualche suono esotico, (le ‘q’ e le ‘r’ suonavano quasi sempre strane), si tratta del tipico esempio di cantante slava con uno strumento di buon volume e adeguata estensione, con acuti piuttosto metallici e gravi che hanno un certo impatto ma risultano sempre intubati. L’espressività è corretta, ma generica.

Gli altri erano già tutti conosciuti dal pubblico del Colón. Per la prima volta sentivo Fabián Veloz, (il Conte di Luna), un baritono argentino attivo anche all’estero (ha già cantato in Italia, per esempio), voce di buona qualità, piuttosto chiara ma che in acuto si fa più scura (l’attacco è quasi sempre brusco ma efficace). Anche nel suo caso l’interpretazione è parsa generica, in particolare nei recitativi, per esempio quello, importantissimo, che accompagna la presentazione del personaggio. Sarebbe consigliabile poi che non ballasse (letteralmente) la cabaletta “Per me ora fatale”. Il Ferrando di Fernando Radó ha un po’ deluso rispetto alle sue prestazioni europee. Ha cantato bene e con bel colore, ma sembrava più baritono che basso e la voce è parsa più piccola del solito.
Yusif Eyvazov aveva già cantato altre volte qui, sempre al fianco di Anna Netrebko. Il suo Manrico, pur senza essere memorabile, mi è parso migliore di quello ascoltato – sempre in concerto – al Liceu di Barcellona. Tranne il do finale dell’‘All’armi!”, tutto era tecnicamente a posto, l’espressività efficace ma scontata. “Ah sì, ben mio” è risultato corretto ma un po’ anonimo (inutile pretendere i trilli), ma ha smorzato bene i suoni in tutto il resto dell’opera. Nel complesso è parso più interessante l’aspetto epico del personaggio rispetto a quello lirico. Tra i comprimari spiccavano, in quest’ordine, Sergio Wamba (un vecchio zingaro), María Belén Rivarola (Ines), Santiago Martínez (Ruiz) e Cristian Taleb (un messo).

Ma ovviamente occhi ed orecchie erano puntati sulla Leonora di Anna Netrebko, che al Colón, oltre a tre concerti col marito, l’anno scorso aveva cantato qualche recita in un vecchio allestimento di Tosca con un successo enorme e teatro pieno zeppo. Questa volta è stata acclamata fin dall’ingresso in scena (situazione non frequente qui, ne ricordo pochissime occasioni) e gli applausi non hanno fatto che crescere nel corso della serata con un’esplosione dopo “D’amor sull’ali rosee” e a fine spettacolo. Certamente è stata grandissima per qualità di timbro, tecnica, stile, fraseggio incomparabile. Se si vuole, la voce adesso non è così “ideale” come quando ebbi la fortuna di ascoltarla anni fa a Parigi. È diventata meno duttile e i gravi, a volte, risultano forse un po’aperti ed eccessivi. Le agilità sono meno precise di allora, qualche acuto è calante o meno lungo di prima, ma le messe di voce, i filati e i trilli fanno ancora sensazione. Le voci cambiano, gli anni passano, e se canti Turandot o Gioconda, tanto per dire, diventa sempre più impegnativo sostenere un ruolo belcantistico e complicatissimo come questo,  che, comunque, oggi ben poche interpreti sono in grado di interpretare a questo livello.

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