Assistenti Educativi  – Cronaca di una statalizzazione mancata.

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Inclusi a scuola, esclusi dallo Stato. 68mila fantasmi tra aule e corridoi, incastrati in contratti barzelletta e tagli di bilancio che fanno comodo solo alla cassa pubblica.

Intervistiamo oggi Marco Sciuto, vicepresidente dell’AMN – Associazione Misaac Nazionale, pedagogista clinico e assistente all’autonomia e alla comunicazione. Parliamo di un paradosso: 68.000 operatori garantiscono ogni giorno l’inclusione scolastica prevista dalla Legge 104/1992, ma non hanno un contratto nazionale, un inquadramento stabile né una visione politica di riferimento.

L’AMN nasce per dare voce a questi professionisti e alle famiglie. Obiettivo: inserirli nel personale scolastico statale.

Questa prima parte dell’intervista affronta il vuoto normativo, l’instabilità contrattuale e l’urgenza di tutele vere. Perché senza diritti per chi lavora, non ci sono diritti per chi studia. E senza scuola inclusiva, il Paese non ha futuro.

Nel 2022 si era promesso l’ingresso degli assistenti nella scuola statale. Che fine ha fatto quella promessa?

Era un disegno di legge serio, depositato al Senato, che puntava a inserire in modo strutturale questa figura nel personale scolastico dello Stato. L’obiettivo era superare definitivamente il sistema degli appalti e delle cooperative: basta esternalizzazioni, basta precarietà. La proposta mirava a modificare la legge 104/1992 e il D.lgs. 66/2017 e stabiliva un principio generale: l’assunzione diretta nel sistema scolastico statale, con i dettagli da definire poi tramite decreti attuativi e contrattazione nel CCNL Scuola.

Quindi si trattava di una vera e propria statalizzazione?

Esatto. Il termine corretto è “statalizzazione”: inserimento nel ruolo organico del Ministero dell’Istruzione, con contratto a tempo indeterminato. Questo è ben diverso dalla cosiddetta “internalizzazione”, che può riguardare l’assorbimento da parte degli enti locali, ma senza le stesse tutele né l’ingresso effettivo nel comparto scuola.

Che ne è stato dell’iter parlamentare? Ha fatto strada o si è arenato come tanti altri?

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 si è tutto fermato. I promotori politici hanno smesso di farsi vivi ed hanno rotto con noi quasi ogni comunicazione. Poi, a metà 2024, tre disegni di legge – il n. 236/2022, il 793/2023 e il 1141/2024 – sono stati unificati in un testo base dalle Commissioni VII e X.

Il testo che ne è uscito ha conservato lo spirito iniziale?

No, purtroppo è stato completamente snaturato. Sono scomparse le parole “internalizzazione” (in riferimento al MIM) e “stabilizzazione”. Il testo attuale parla solo di una generica “facoltà” per gli enti locali di assumere, tramite concorso, chi ha almeno 36 mesi di servizio. È un cambio di paradigma che scarica tutto sugli enti locali, senza fondi certi e senza un vero piano nazionale.

Quindi siamo tornati al punto di partenza?

Peggio. Ora rischia di passare una norma che legittima la precarietà invece di superarla. È un arretramento mascherato da riforma.

E la professionalizzazione tanto sbandierata? È rimasta o è evaporata con l’inchiostro?

È rimasto solo a parole. La transizione da “funzione” a “professione” è un principio condivisibile, ma senza un contratto nazionale con appositi criteri sulla preparazione necessaria, uno stipendio dignitoso e un inquadramento stabile, è solo fumo negli occhi.

Cosa chiedete oggi al Parlamento?

Chiediamo prioritariamente che si recuperi la coerenza originaria del disegno di legge. Che si riconosca l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione come prestazione essenziale e si assicuri una risposta unitaria e statale. Solo così si garantiscono i diritti degli studenti e la dignità dei lavoratori.Se questo non fosse possibile per quella mancanza di fondi paventata (così alla quale noi non crediamo), l’AMN comunque sfida i promotori politici del ddl sul campo dell’internalizzazione agli enti locali.

Quanti sono, a oggi, questi operatori che nessuno vede ma su cui tutto regge?

Secondo il rapporto ISTAT, basato su dati del 2022 e pubblicato nel 2024, si tratta di circa 68.000 operatori attivi in tutta Italia. Un esercito invisibile che regge, ogni giorno, l’inclusione scolastica.

E sul fronte dei costi? Qual è la situazione attuale?

Oggi il servizio è gestito in modo frammentato da comuni e cooperative. Per garantire una copertura uniforme su base nazionale, in linea con le ore previste nei PEI e con contratti dignitosi, servirebbero, restando nel sistema degli enti locali, circa un miliardo e mezzo/due miliardi l’anno. Questa è la nostra previsione basata su dati pubblicati dall’ANCI. Di più se fossimo inseriti all’interno del personale scolastico.

Una cifra importante…

Sì, ma attenzione: è una spesa che in parte già oggi viene sostenuta. Il problema è che viene dispersa male. Se centralizzi, risparmi in efficienza e guadagni in qualità. È un investimento che dà ritorni concreti in termini di giustizia sociale, continuità didattica e benessere educativo.

L’ANCI ha battuto cassa. Segno di debolezza del sistema?

Esatto. Nelle ultime audizioni, ANCI ha chiesto un’integrazione di 800 milioni per stabilizzare il servizio nei comuni. È una richiesta che conferma la difficoltà del modello attuale: senza una regia statale, ogni ente locale è lasciato a sé stesso, spesso con fondi insufficienti.

C’è almeno un fondo nazionale dedicato?

Sì, esiste un Fondo per l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione, attualmente di circa 250 milioni di euro. Ma è destinato agli enti locali, che restano formalmente titolari del servizio. Ha valore integrativo. Il problema è che è altamente insufficiente e diventa subordinato alla floridezza economica dell’ente territoriale di riferimento: senza un obbligo nazionale chiaro, in troppe realtà il servizio non viene attivato, o è offerto in modo parziale e precario.

Il sistema di assistenza all’autonomia e alla comunicazione è davvero così frammentato?

Frammentatissimo. La Legge 104 ha delegato agli enti locali il compito di garantire il servizio, ma senza un quadro normativo nazionale vincolante. Non sono mai stati emanati decreti attuativi con valore regolamentare. Così, ogni ente si è organizzato come ha potuto – non solo da regione a regione, ma persino da comune a comune. A volte ci sono differenze abissali perfino all’interno della stessa provincia.

E questa frammentazione, in concreto, che danni produce?

Il caos. I comuni in genere gestiscono il servizio fino alla secondaria di primo grado, poi subentrano province o regioni. Questo ha creato una giungla di regolamenti, inquadramenti, criteri per i titoli di studio, e soprattutto contratti. Si passa da contratti a tempo indeterminato a co.co.co, a incarichi a progetto, fino a prestazioni occasionali.

Esistono realtà che possono essere prese a modello?

Quando il Comune assume direttamente, si può arrivare anche a 22-23 euro lorde all’ora – circa 16-17 nette – che è una buona retribuzione. Ma questo non avviene quasi mai. La situazione però è disomogenea: non sempre ci sono le stesse tutele o garanzie di continuità. Inoltre, coesistono due sistemi diversi.

Quali?

Da una parte c’è l’appalto tradizionale: le cooperative vincono un bando e assumono gli operatori. Dall’altra c’è il cosiddetto “patto di accreditamento”, che prevede due liste: una di enti accreditati che assumono direttamente personale specializzato, e una di operatori autonomi, selezionati sulla base di requisiti formativi, esperienza e partita IVA. Quest’ultimo meccanismo riduce i costi di intermediazione, ma non sempre garantisce un miglioramento delle condizioni lavorative.

Neanche l’innovazione ha portato ordine?

Sì. Il patto di accreditamento offre maggiore autonomia formale all’operatore, in quanto prevede la concorrenza delle cooperative che erogano il servizio. Ma resta un rischio: la dipendenza indiretta, per esempio dalle preferenze delle famiglie a cui spetta la scelta della cooperativa. La continuità educativa è un’ottima cosa, e certo non siamo a favore della mancanza di valutazione dell’operatore. Ma anche la sua autonomia intellettuale e professionale ed il diritto al contraddittorio dell’operatore sono valore di proteggere.

Quindi il punto è: serve una legge nazionale, chiara e vincolante?

Assolutamente. Serve un impianto normativo unico che definisca funzioni, inquadramento, requisiti e contratto. Finché tutto resta nelle mani degli enti locali senza linee guida vincolanti, continueremo a produrre disuguaglianze, precarietà e improvvisazione.