Nella prima parte di questa intervista abbiamo raccontato la cronaca di una statalizzazione mancata: la promessa, mai mantenuta, di inserire gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione nel personale scolastico statale.
In questa seconda parte affrontiamo i nodi più concreti che pesano ogni giorno sulla vita di decine di migliaia di operatori: pagamenti di fatto “a cottimo”, esclusione dai mesi estivi, precarietà strutturale, carenza pratiche di chiare tutele contrattuali. Mentre il sistema resta affidato agli enti locali e alle logiche di appalto o di accreditamento, la professione è sempre più trascurata.
Per motivi editoriali, vista la complessità e l’importanza dei temi emersi, pubblicheremo anche una terza parte dell’intervista al dottor Marco Sciuto, vicepresidente dell’AMN-Associazione Misac Nazionale: sarà interamente dedicata al profilo professionale degli assistenti per l’inclusione scolastica, alle competenze richieste e all’urgenza di una cornice normativa nazionale che dia finalmente dignità a questo mestiere.

Partiamo da un tema che fa molto discutere: il cosiddetto “cottimo”, ovvero il mancato pagamento quando l’alunno è assente. Come funziona davvero?
È una piaga. In molte città, inclusa Roma, se l’alunno non è presente a scuola, l’operatore non viene retribuito, anche se ha rispettato il proprio orario di lavoro. Certo, può recuperare le ore. Ma lo stesso concetto di “recupero” nasconde una forma di sfruttamento inaccettabile. È preferibile invece mettersi a disposizione della scuola per compiti di progettazione o per supplire gli assenti. Così si erode il reddito e si precarizza ulteriormente la professione.
Come si potrebbe superare questa stortura?
La prima è semplice: eliminare il cottimo. La presenza fisica a scuola dell’operatore deve assicurargli la retribuzione, punto. In alternativa, si può prevedere che l’operatore utilizzi quelle ore per altre attività: progettazione, supporto trasversale, sostegno ad altri studenti o recupero orario. Ma il principio deve essere chiaro: il lavoro educativo non può essere trattato come lavoro a chiamata.
Altro nodo spinoso: il mancato pagamento durante l’estate. Qual è la situazione?
Anche questo è un problema strutturale. I contratti a tempo indeterminato, ciclici o verticali, fanno sì che molti operatori non vengano retribuiti nei mesi estivi. La partecipazione ai centri estivi, poi, è aleatoria: dipende dai fondi disponibili e da chi vince l’appalto. Spesso i lavoratori ne restano esclusi.
Non si potrebbe almeno considerare l’attività estiva come naturale prosecuzione educativa?
In teoria sì, per garantire la continuità didattica e il mantenimento delle competenze. Ma nella pratica, molte attività estive sono ludico-ricreative e non legate a un progetto educativo formale. In quei contesti, gli operatori vengono usati per funzioni non previste dal loro profilo professionale. Anche qui serve una normativa chiara: o si riconosce la funzione educativa anche d’estate, oppure si regolamenta in modo distinto ma dignitoso. Gli automatismi occupazionali inoltre non sono scontati.
Come vi state muovendo come associazione per cambiare questa situazione?
Abbiamo aderito allo sciopero del 13 maggio indetto da USB, insieme ad altri sindacati di base. Già durante le audizioni sul DDL 236/2022 eravamo in prima linea per difendere la statalizzazione del servizio. I sindacati più attivi su questo fronte sono stati USB, Anief, Confsal e in parte la UIL.
Però voi non siete un sindacato, giusto?
Esatto: non siamo legati a nessun sindacato. Siamo dalla parte dei lavoratori. Difendiamo un diritto essenziale e chiediamo un servizio pubblico dignitoso, stabile, efficiente. Senza divisioni. Perché la frammentazione è la morte della categoria.
Sul piano pratico, cosa state facendo?
Abbiamo organizzato gli Stati Generali del Terzo Settore il 25 gennaio. Abbiamo invitato tutti i soggetti coinvolti. Solo USB e Anief hanno risposto e partecipato, ma la porta resta aperta a tutti. Per noi è una battaglia di civiltà: il servizio è in crisi, i migliori operatori stanno abbandonando. Il turnover è altissimo. Per molti questo lavoro è diventato solo un ripiego. Ma se vogliamo un servizio educativo/assistenziale vero, servono dignità, riconoscimento e prospettive.
Chiudiamo con i numeri. È vero che la statalizzazione piena del servizio costerebbe 4 miliardi?
Sì, questa è la stima più accreditata in riferimento a una possibile statalizzazione al MIM con un contratto scuola regolare, per portare il servizio a regime in ogni comune e provincia, con operatori stabilizzati e un contratto dignitoso, allineato a quello del comparto scuola. Invece il costo complessivo del servizio, secondo le proiezioni, si aggira attorno a un miliardo. Gli 800 milioni chiesti dall’ANCI sarebbero un’integrazione per tamponare le carenze attuali. La differenza di cifre tra la statalizzazione a scuola e la nostra condizione attuale rivela che anche così rimarremmo in una condizione di sfruttamento ai limiti di un reddito di povertà. Quindi all’aumento dei fondi va aggiunta anche il recupero del costo d’intermediazione delle cooperative, internalizzando per lo meno il servizio negli enti locali.
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