A 24 anni Alessandro Cataldo l’imprenditore con paralisi cerebrale infantile lancia il primo incubatore per startup fondate da disabili. “Puntiamo sulla nostra unicità”.

Alessandro Cataldo, classe 2002, è l'ideatore di Yes!, iniziativa che entro i prossimi mesi selezionerà le migliori idee di persone con disabilità e poco raccontate nel mondo dell'impresa. "La mia disabilità è parte della mia identità perché è una lente per guardare il mondo e trovare soluzioni fuori dagli schemi. Su 13 milioni con disabilità lavora soltanto una minoranza. Le leggi in Italia non funzionano", racconta Cataldo, intervistato per la nuova puntata del lunedì dedicata a chi investe nel mondo delle startup

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Una persona una volta mi ha detto che mi avrebbe scelto in azienda per via della mia disabilità. Voleva capire cosa significasse avere una persona disabile nel team. Io avevo dato e fatto tanto, ma il focus principale era purtroppo mia disabilità. E pensare che i miei genitori mi hanno cresciuto come se non avessi una disabilità“. Alessandro Cataldo ci racconta così una delle sue prime esperienze nel mondo del lavoro. “Io sono nato con una disabilità, seppur sconosciuta. Sono stato uno dei primi casi di persone quasi guarita da paralisi cerebrale“. Dopo esperienze nel settore del digital marketing ha fondato LADI, Libera Associazione Disabili Imprenditori che in questi mesi terrà aperta una call per un incubatore dedicato proprio a startupper con disabilità.

Nato a Siena nel 2002, Alessandro Cataldo ha una passione fin da piccolo: la cucina. “Ho fatto l’alberghiero per questo. Mi piace mangiare da buon italiano. Ma soprattutto mi diverto, faccio cose, posso provare ricette e mi piace soprattutto cucinare per gli altri: ha un impatto sull’emotività“. Un lavoro, quello del cuoco, che ha tentato per poi scegliere altre strade. “Non è adatto alla mia indole in realtà quel mondo: è molto fisico e ripetitivo“.

Ha scelto però di rimanere in ambito food specializzandosi nel marketing e nel digitale, masticando l’AI ancora prima che il mondo assaporasse i primi software. In quel mondo, però, non si è sentito sempre valorizzato. “In passato la mia disabilità si notava perché portavo i tutori. Quando mi è stato detto che mi avrebbero scelto per quello mi son fatto una promessa: cambiare questo modello“.

Sono circa 13 milioni le persone con qualche forma di disabilità in Italia. “Di questi 10 milioni sono disponibili a lavorare, ma tra questi dieci solo 3 milioni lavorano. E di questi 3 appena uno su 20 ha la partita IVA“. Non tutti possono fare gli imprenditori e i founder, è chiaro. Ma secondo Alessandro Cataldo c’è del potenziale nascosto. O meglio, lasciato in un angolo e dimenticato come ci dimostrano i tanti casi di ingiustizia nei confronti di chi ha una disabilità.

Nel suo percorso ha incontrato Marco D’Angelo di Beeco, un venture builder che abbiamo già raccontato sul magazine. “Mi ha instradato nel mondo startup. In tre anni ho accompagnato una ventina di startup, aiutandole a raccogliere fondi e a lavorare sul brand. E poi ho provato a validare e lanciare le mie idee. Sono tutte fallite, tranne una“. Quella per la quale si era imposto una promessa da mantenere.

Poteva aver senso fare un’associazione per riunire una categoria che oggi non viene raccontata? Ci sono CNA, Confindustria, Confartigianato, ma nessuna che rappresenta imprenditori con disabilità“. Nella visione di Alessandro Cataldo “nessuno finora ne ha mai sentito l’esigenza“. E se fare impresa in Italia resta complesso e faticoso, l’obiettivo di LADI è essere “rassicurante” per chi vuole intraprendere.

Una persona con disabilità non deve essere limitata nel percorso lavorativo: noi vogliamo trasformare la disabilità in unicità“. Per questo ha deciso di lanciare l’edizione zero di Yes!, un percorso di incubazione della durata di sei mesi che culminerà nel 2027 con un demo day. “Non siamo un fondo di investimento, ma metteremo le migliori idee in contatto con gli investor”. L’obiettivo non è per forza fondare la startup, “ma mettere le basi“.

Li abbiamo citati i numeri italiani: le persone con disabilità non hanno un grande accesso al mondo del lavoro. “Le leggi che ci sono non funzionano: dovrebbero supportare l’entrata, ma diventano un obbligo di collocamento. Molte di quelle figura spesso finiscono per scaldare la sedia e non vengono valorizzate“.

Alessandro Di Stefano

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