C’era una volta un paradosso, solo il tempo lo ha risolto afferma William Shakespeare. Il tempo quello che scorre inevitabilmente, inesorabilmente continuamente o per dirla come Cyndi Lauper Time after Time. Era effettivamente un paradosso quello di vedere un campione come Jonas Vingegaard relegato a dover semrpe indossare la corona d’argento, un eterno secondo dei grandi giri negli ultimi anni, dalla stessa Vuelta di Spanga 2023 dietro a Kuss poi ai due Tour de France alle spalle di Tadej Pogacar. D’altronde è così quando il picco della tua attività sportiva coincide con l’affermarsi del nuovo cannibale sloveno che ha condannato Jonas a dover recitare il ruolo di un qualsiasi Salieri con Mozart, ma Vingegaard è più di una semplice comprimario di lusso e in questa Vuelta di Spagna 2025 lo ha dimostrato pur senza dar estro a quella superiorità schiacciante che lo aveva accompagnato nei suoi precedenti successi. Un dominio contenuto, non palese e visibile come quelli i Tadej in grado di guadagnare quel minuto e sedici secondi con i quali Jonas ha chiuso su Almeida, in una sola giornata di montagna. Se non puoi batterlo evitalo, non è esattamente l’atteggiamento dell’eroe sportivo moderno, ma per migliorarsi anche il morale vuole la sua parte e ora perlomeno il danese si ritrova, nel maggio prossimo la grande occasione per completare la triplice corona prima di Tadej, anticipandolo nel tempo.
Il ritorno di WINgegaard
Rimette le ali per tornare a volare, WINGegaard o WIN-gegaard come preferite, sembrava quasi smarrito e sconsolato quando dopo Hautacam prendeva 2 minuti e passa da Pogacar, sembrava e sembra tutt’ora impossibile che il ragazzo rivelazione danese che nel 2022 si vestiva di giallo è lo stesso delle ultime due edizioni del tour de France. Un fisico minuto, non un colosso, alto 1.75, magro e apparentemente leggero adatto a spiccare il volo come abbiamo detto. Un fisco che da giovane non gli ha permesso di intraprendere una carriera nel calcio, o almeno non ai livelli sperati, ma lo sport in generale ci ha guadagnato. In economia si chiama Criterio di Kaldor Hicks, anche se qualcuno ci perde, la vincita potrebbe compensare la perdita e lasciare gli altri nella situazione di partenza. Insomma il calcio se ne farà una ragione, ma anche il badminton e la pallamano altre due carriere accantonate, se non ha un campione chiamato Jonas Vingegaard, ma il suo destino lo vedeva scalatore tra le montagne e non lottatore su un rettangolo verde. Ha iniziato quindi a costruirsi i suoi idoli, troppo giovane per ricordarsi dell’Europeo del 1992 quindi tra i suoi riferimenti c’era Riccardo Riccò, ma dopo il suo coinvolgimento nei casi di doping Alberto Contador ha preso il posto nelle sue ambizioni. E quindi la strada era scelta, il ciclismo, un percorso di vita ricco di sacrifici che lo ha costretto dagli inizi, nel 2015, a una doppia vita, quella di promessa della bicicletta e quella più comune e umile di giovane pescivendolo delegato alla pulizia delle interiora dei pesci al mercato ittico di Hillerslev. La trasformazione in Re Pescatore avviene grazie a Lars Johannsen collaboratore tecnico di grandi squadre che decide di portarlo alla Jumbo Visma e fargli indossare la maglia dei calabroni, la squadra che da li a pochi anni sarebbe diventata la più importante del World Tour. In virtù del suo basso peso può innescare un rapporto peso potenza più efficace durante le salite. Nel 2019 vince per la prima volta, una tappa al giro di Polonia battendo Jai Hindlai in volata. Il suo rapporto con la Vuelta inizia nel 2020, è l’anno della pandemia, nulla è come doveva essere e nulla sarebbe stato poi come prima e infatti mentre Roglic crollava in quella famosa cronoscalata alla Planche des Belles Filles contro Pogacar, lui veniva selezionato per aiutare Roglic al riscatto alla Vuelta e diventerà fondamentale per proteggere lo sloveno dagli attacchi di Carapaz. I tempi sono maturi e nel 2021 è lui l’uomo classifica al Tour de France dei calabroni considerando il ritiro di Primoz e gli obiettivi limitati alle tappe singole di Van Aert. Si piazza secondo al suo primo tour, un accenno di quanto accadrà poi nei due anni successivi, quando sembrava in grado di azzannare e superare anche Pogacar e lo ha fatto per due anni vincendo per due volte in Francia.
La Vuelta vinta col minimo sforzo. Italia positiva
Alla fine il distacco con il quale Jonas Vingegaard è salito sul gradino più alto del podio -non fisicamente considerando che la premiazione è stata annullata per motivi di sicurezza- è contenuto e non sembra raccontare una superiorità evidente. Cosa che invece c’è stata, Vingo ha tagliato il traguardo davanti a tutti per tre volte, curiosamente sempre dopo che il giorno prima gli allori erano andati al velocista Jesper Philipsen. Il suo rivale diretto Joao Almeida lo ha battuto solo in quella che sarebbe dovuta essere la tappa regina, il monte Angliru nell’unica giornata parzialmente storta del danese. Forse anche un errore di gestione di squadra della UAE, uno dei pochi delle loro recenti annate, dividersi tra tappe e maglie secondarie non è la mossa migliore che si possa fare per vincere un grande giro, Juan Ayuso dopo essere uscito di classifica è andato a vincere due tappe con una reazione di orgoglio. Jay Vine ha messo il sigillo sulla maglia del miglior scalatore con due successi anche lui e un arrivo in solitaria ha premiato persino Marc Soler oltre ovviamente ad Almeida sull’Angliru e alla cornosquadre. Inziata da Torino, dalla reggia di Vanaria Reale la Vuetla non ha avuto la sua conclusione canonica a Madrid considerando che la tappa e la premiazione sono state annullate per motivi di sicurezza legati alle manifestazioni pro Palestina che protestando contro la presenza della Israel Premier Tech hanno creato un leitmotiv di incertezza nel corso della manifestazione. Quanto accaduto a Bilbao è un esempio lampante di ciò ma anche a Valladolid, la cronometro ceh avrebbe potuto riportare Almeida in corsa è stata dimezzata, dando a Ganna il successo di tappa. La prima maglia rossa se l’è comunque presa Philipsen, ha vinto la prima tappa come aveva fatto al Tour dove non aveva accettato il ritiro per la caduta e la frattura alla clavicola ad uno sprint intermedio. La maglia dei punti è però andata ad un altro danese, Mads Pedersen. Il secondo giorno a noi italiani aveva aperto i sogni di una grande edizione, con Giulio Ciccone che a Limone Piemonte è stato in grado di fronteggiare Vingo fino al traguardo dovendosi poi accontentare del secondo posto.
La Roja a quel punto era sulle spalle di Jonas ma il colpo di Gaudu a Voiron ha tolto il peso del primato al danese che poi l’ha lasciata anche a Traen all’arrivo di Pal, in Andorra dove ha vinto un residente del piccolo stato pirenaico Jay Vine, e dove Ayuso ha accumulato sette minuti di ritardo. E’ li che Giulio Pellizzari ha preso la maglia bianca e ha inziato a coltivare il sogno di portarla fino a Madrid. Lo spagnolo si è preso poi una certa rivicinita con i due successi di tappa, ma il caos creato dall’annuncio del suo addio alla UAE lo ha forse destabilizzato prima del tempo rivelando le carte della squadra che ha deciso di puntare sul portoghese come uomo di classifica. Alla decima tappa Jonas rompe gli indugi, nel giorno della seconda vittoria di Jay Vine torna ad indossare una maglia rossa, non quella del suo club di calcio preferito, i Reds del Liverpool, ma quella del leader della generale: non la lascerà più neanche dopo gli unici giorni non splendidi all’Angliru e a Valladolid. E’ stata quindi la Vuelta del Re pescatore, la Vuelta di Vine, dello sfogo di Ayuso, delle proteste Pro Pal, ma anche di Egan Bernal che dopo l’incidente del 2022 dove aveva avuto il 95% di possibilità di restare paraplegico è tornato a vincere una tappa in un grande giro battendo in una volata a due Mikel Landa. E l’Italia? Abbiamo detto di Ciccone a Limone Piemonte, ma questa è stata l’edizione della consacrazione per Giulio Pellizzari. Prima vittoria world Tour, arriva all’Alto de el Morredero sopra a Ponferrada nella provincia di Castilla y Leon in un paesaggio apocalittico: sulle montagne che dovrebbero essere di un verde smeraldo brillante e accecante, gli incendi dei mesi scorsi hanno conferito un acre e aspra immagine delle alture Castigliane. Sconfinata terra bruciata, un macabro Mont Ventoux di Spagna levigato non dal vento ma dalle fiamme dell’inferno. E’ qui che arriva la vittoria di Pellizzari che interrompe un digiuno italiano che si protraeva dal 2023 quando vinse Dainese. Deve migliorare soprattuto a cronometro, ma Giulio si è preso il futuro del nostro ciclismo per le corse a tappe, possiamo non rammaricarci troppo per quella maglia bianca persa in favore di Matthew Riccitello alla Bola del Mundo, dove Cicco ha cercato il colpo grosso, dove Vingegaard è tornato ad indossare la corona di Re Pescatore.
