Lo smartphone è entrato nelle aule come un ospite invadente: promette connessione e immediatezza, ma sottrae concentrazione, frammenta il pensiero e altera le relazioni. Mentre in Italia e in gran parte del mondo si moltiplicano i divieti, cresce anche la consapevolezza che spegnere il telefono non basta. Serve un equilibrio più sottile, capace di proteggere il tempo dell’apprendimento senza rinunciare a formare cittadini digitali consapevoli.
L’ingresso massiccio degli smartphone nella vita quotidiana degli adolescenti ha trasformato radicalmente il rapporto tra scuola, attenzione e apprendimento. Quello che un tempo era uno strumento di comunicazione occasionale è diventato un’estensione quasi permanente della mente, capace di interrompere il flusso cognitivo con notifiche, messaggi e scroll continui. In Italia, come in gran parte del mondo, la risposta istituzionale si è orientata verso divieti sempre più rigorosi. Ma tra il “vietare tutto” e il “lasciar fare” esiste uno spazio intermedio, quello del buon senso pedagogico, che merita di essere esplorato con attenzione, alla luce delle evidenze scientifiche e delle esperienze internazionali.
Il quadro normativo italiano: dal primo ciclo alle superiori
In Italia il percorso restrittivo è stato progressivo e deciso. La Nota ministeriale n. 5274 dell’11 luglio 2024 aveva già vietato l’uso degli smartphone nel primo ciclo di istruzione (infanzia, primaria e secondaria di primo grado) durante l’orario scolastico e le attività didattiche. Con la Circolare n. 3392 del 16 giugno 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha esteso il divieto anche al secondo ciclo: nelle scuole superiori l’uso del telefono cellulare è proibito durante tutto l’orario scolastico, comprese le pause e le attività ricreative, e non è consentito nemmeno a fini didattici, salvo eccezioni strettamente motivate.
Le uniche deroghe ammesse riguardano gli studenti con disabilità o DSA, quando il dispositivo è previsto nel Piano Educativo Individualizzato (PEI) o nel Piano Didattico Personalizzato (PDP) come strumento compensativo; le necessità di salute documentate; e, in casi limitati, le attività autorizzate fuori sede. I dispositivi personali devono rimanere spenti e riposti nello zaino. Gli strumenti digitali scolastici (computer, tablet, LIM) restano pienamente utilizzabili sotto supervisione docente.
Questa linea si inserisce in un trend globale: secondo i dati aggiornati del Global Education Monitoring Report dell’UNESCO, nel 2026 circa 114 sistemi educativi (il 58% di quelli monitorati) avevano introdotto ban nazionali o restrizioni severe sull’uso dei telefoni a scuola, rispetto al 24% del 2023.
Le evidenze scientifiche: distrazione, “brain drain” e rendimento
Le motivazioni del Ministero italiano richiamano studi autorevoli. Il rapporto OCSE From decline to revival: Policies to unlock human capital and productivity (2024) individua nell’uso non regolamentato di smartphone e social media una delle concause del calo dei punteggi PISA. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel rapporto A focus on adolescent social media use and gaming in Europe, central Asia and Canada (2024), documenta l’aumento dell’uso problematico dei social, con sintomi di dipendenza, difficoltà di controllo e conseguenze sulla vita quotidiana. L’Istituto Superiore di Sanità segnala un uso problematico dello smartphone in oltre il 25% degli adolescenti, con ripercussioni su sonno, concentrazione e relazioni, e un’associazione tra dipendenza dai social e peggior rendimento scolastico nella fascia 14-17 anni (Rapporto ISTISAN 23/25).
Sul piano cognitivo, uno studio pubblicato su Nature Scientific Reports nel 2023 ha mostrato che la semplice presenza dello smartphone sul banco riduce le prestazioni nei test di memoria di lavoro e concentrazione: il fenomeno è stato definito “brain drain”, perché il cervello resta parzialmente impegnato a monitorare la possibilità di ricevere notifiche anche quando il dispositivo non viene usato.
Una ricerca storica della London School of Economics del 2015, condotta su oltre 130.000 studenti delle scuole secondarie inglesi, aveva già rilevato che l’introduzione del divieto dei cellulari migliorava i risultati degli esami mediamente del 6,4%, con effetti superiori al 14% per gli studenti con rendimento inizialmente basso. Un recente esperimento randomizzato di grandi dimensioni pubblicato su Science nel 2026 (oltre 16.000 studenti in istituzioni di istruzione superiore in India) ha confermato benefici significativi sul GPA, particolarmente marcati per i low-performers.
In Italia, uno studio longitudinale guidato da Marco Gui (Università di Milano-Bicocca) e pubblicato su Nature Human Behaviour nel 2026, su un campione di oltre 5.000 studenti seguiti dai 7 ai 16 anni, ha mostrato che l’apertura precoce di profili social (prima dei 14 anni) è associata a un calo persistente nelle prestazioni di italiano e matematica, equivalente a circa sei mesi di apprendimento persi. L’effetto non dipende tanto dal tempo totale di schermo quanto dalla frammentazione dell’attenzione causata dai continui controlli.
Studi olandesi recenti hanno inoltre rilevato miglioramenti nella concentrazione (riportati dal 75% delle scuole secondarie) e nelle interazioni sociali dopo l’introduzione di restrizioni.
Il lato del “buon senso”: limiti dei divieti assoluti e necessità di educazione
Non tutte le evidenze sono univoche. Alcune revisioni sistematiche evidenziano effetti positivi ma modesti (d ≈ 0,16) e più pronunciati sul benessere sociale che sulle performance pure. Una ricerca dell’University College London ha messo in luce un divario di percezione: l’87% degli insegnanti e l’88% dei genitori favoriscono divieti assoluti, mentre il 75% degli studenti considera lo smartphone un’infrastruttura vitale per sicurezza, comunicazione familiare e gestione quotidiana.
L’UNESCO stessa, pur riconoscendo i rischi di distrazione, sottolinea che limitare i telefoni non esime le scuole dal compito di insegnare a navigare gli ambienti digitali. Il rapporto 2023 Technology in education sostiene che la tecnologia dovrebbe essere usata in classe solo quando supporta chiaramente gli esiti di apprendimento, e che gli studenti devono sviluppare literacy digitale e pensiero critico, non essere semplicemente “protetti” dalla tecnologia.
Il rischio di un approccio puramente proibizionista è quello di spostare il problema fuori dall’orario scolastico (effetto “abbuffata” serale) o di non formare le competenze di autoregolazione necessarie nella vita adulta. Come osservato da diversi pedagogisti, vietare non insegna a usare. La scuola rimane uno degli ultimi spazi istituzionali in cui è possibile costruire un rapporto consapevole con gli strumenti digitali.
Prospettive: oltre il binomio divieto/libero accesso
Le prospettive più promettenti non si collocano agli estremi. Un approccio di buon senso potrebbe articolarsi su più livelli:
Regole chiare e coerenti, come quelle adottate in Italia, che eliminano la distrazione permanente durante le ore di lezione e le pause, creando un ambiente favorevole alla concentrazione e alle relazioni faccia a faccia.
Educazione digitale strutturata, integrata nel curricolo, che affronti non solo l’uso tecnico ma i meccanismi di attenzione, le dinamiche dei social, la privacy, il pensiero critico e l’impatto sulla salute mentale. I documenti OCSE e OMS richiamati dal Ministero insistono proprio su autoregolazione e competenze digitali.
Uso mirato e supervisionato degli strumenti scolastici (e, in casi selezionati e progettati, di dispositivi personali) quando chiaramente a servizio dell’apprendimento, evitando la confusione tra “tecnologia = modernità” e “tecnologia = qualsiasi dispositivo in qualsiasi momento”.
Alleanza scuola-famiglia. I divieti funzionano meglio se accompagnati da un dialogo educativo con i genitori sulle regole di casa, sull’età di accesso ai social e sulla qualità del sonno.
Attenzione alle differenze individuali. Gli studenti più fragili o con difficoltà di autoregolazione sembrano beneficiare maggiormente delle restrizioni; le politiche devono restare flessibili per le esigenze documentate di inclusione.
A livello internazionale si osservano modelli diversi: la Francia ha sperimentato “pause digitali” più rigorose; i Paesi Bassi e la Svezia hanno rafforzato le restrizioni; altri sistemi mantengono maggiore discrezionalità a livello di singolo istituto. Non esiste una soluzione unica, ma una direzione comune: ridurre la presenza invasiva degli smartphone personali durante le ore scolastiche mentre si investe seriamente nella formazione all’uso consapevole.
Conclusione
Il divieto non è un atto di luddismo pedagogico, ma una risposta a evidenze concrete sugli effetti della frammentazione dell’attenzione e dell’uso problematico dei dispositivi. Allo stesso tempo, limitarsi a spegnere i telefoni non prepara i giovani a un mondo saturato di schermi e algoritmi. La vera prospettiva sta nell’integrazione: regole nette che proteggono il tempo e lo spazio della scuola, e un’educazione digitale esigente che costruisca autonomie e capacità critiche.
La scuola non può (e non deve) competere con le piattaforme per l’attenzione degli studenti. Può invece diventare il luogo in cui si impara a governarla. Tra il buon senso che riconosce i limiti cognitivi degli adolescenti e i divieti che creano le condizioni per l’apprendimento profondo, la strada più feconda è quella di una pedagogia della presenza: presenza alla lezione, presenza agli altri, presenza a se stessi.
Angela Bernardo
