Una zecca, una pinzetta e un errore da non fare: cosa sapere prima della prossima escursione.

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Una passeggiata nel bosco, un prato dove i bambini hanno giocato, un sentiero di montagna percorso in pantaloncini. Tornati a casa, sotto il ginocchio o dietro l’orecchio, c’è un piccolo puntino scuro attaccato alla pelle che prima non c’era. È una zecca, e il modo in cui si decide di toglierla nei prossimi minuti può fare la differenza tra un fastidio di pochi giorni e un’infezione che si porta dietro per settimane. Eppure, su questo argomento, circolano più leggende che informazioni corrette — alcune delle quali, paradossalmente, aumentano il rischio che si vorrebbe evitare.

Le zecche sono piccoli acari ematofagi che si nutrono del sangue di mammiferi, uccelli e, occasionalmente, dell’uomo. In Italia la specie più comune è Ixodes ricinus, la zecca dei boschi, che vive in aree erbose, boschive e di sottobosco, ma sempre più spesso anche nei parchi urbani. Un dato che merita attenzione: negli ultimi anni la loro presenza è aumentata sensibilmente sia in Europa che in Italia, complice l’innalzamento delle temperature, che ha allungato la stagione di attività delle zecche e ne ha favorito la diffusione verso quote più elevate, sopra i 1400 metri, dove prima non sopravvivevano.

Le malattie che trasmettono

Non tutte le zecche sono infette, e non tutti i morsi trasmettono malattia: la maggior parte dei morsi non causa alcuna infezione. Ma quando accade, le due condizioni più rilevanti in Italia sono la malattia di Lyme e l’encefalite da zecca (TBE). La malattia di Lyme è provocata da un batterio, la Borrelia burgdorferi, e si manifesta tipicamente con l’eritema migrante: una chiazza rossa che compare nei giorni successivi al morso e che si espande progressivamente, spesso assumendo la caratteristica forma a bersaglio, con un anello esterno più scuro e un centro più chiaro. Se non trattata, l’infezione può successivamente coinvolgere le articolazioni, il sistema nervoso e il cuore, ma se riconosciuta e curata nei tempi giusti, la guarigione è la regola.

La TBE è invece una malattia virale, trasmessa più rapidamente al momento del morso, che nella sua forma più grave può colpire il sistema nervoso centrale. È storicamente concentrata nel Nord-Est italiano — Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto — dove rimane un’area ad alta endemia, ma negli ultimi anni i dati di sorveglianza dell’Istituto Superiore di Sanità segnalano un cambiamento preoccupante: la stagione di rischio si è allungata, con casi registrati anche in autunno avanzato, ben oltre i tradizionali mesi estivi.

Come si rimuove correttamente una zecca

Qui arriva il punto più importante, e quello su cui circolano più errori. La tecnica corretta richiede una pinzetta a punta fine, non le dita: la zecca va afferrata il più vicino possibile alla cute, quindi estratta con un movimento di trazione costante e deciso, eventualmente accompagnato da una leggera rotazione, evitando di schiacciarne il corpo durante l’operazione.

E ora i metodi da evitare categoricamente, perché tanto diffusi quanto controproducenti: non bisogna mai applicare olio, alcol, smalto per unghie, vasellina, né tentare di bruciare la zecca con un fiammifero o una sigaretta per farla staccare da sola. Tutti questi metodi, lungi dall’aiutare, inducono la zecca in una reazione di stress che provoca il rigurgito del contenuto del suo apparato digestivo nella ferita — aumentando, e non riducendo, il rischio di trasmissione dell’infezione. La zecca va semplicemente estratta, il prima possibile, con la tecnica meccanica della pinzetta.

Dopo la rimozione, la zona va disinfettata — evitando lo iodopovidone, che può rendere più difficile osservare eventuali arrossamenti — e va monitorata nei giorni successivi, segnando se possibile la data dell’evento. La doccia, se fatta entro le due ore dal rientro da un’escursione, riduce ulteriormente il rischio che una zecca non ancora attaccata riesca a fissarsi.

Quando preoccuparsi e quando andare dal medico

Non ogni morso richiede una visita urgente, ma alcune situazioni meritano attenzione medica: comparsa di un eritema che si espande nei giorni successivi al morso, febbre, mal di testa, dolori muscolari o articolari nelle settimane seguenti, oppure una zecca rimasta attaccata per molte ore prima della rimozione, soprattutto in zone ad alta endemia. In questi casi il medico potrà valutare se è indicata una profilassi antibiotica o un monitoraggio clinico più attento. È importante anche conservare, se possibile, la zecca rimossa: può essere utile per l’identificazione della specie.

La prevenzione resta l’arma più efficace

Per chi frequenta boschi, prati alti o sentieri di montagna, alcune abitudini semplici riducono significativamente il rischio: indossare pantaloni lunghi, preferibilmente chiari per individuare più facilmente le zecche, infilare i pantaloni nei calzini, usare repellenti specifici a base di DEET o icaridina sulla pelle esposta, e soprattutto fare un controllo accurato della pelle al rientro — non solo la propria, ma anche quella dei bambini, particolarmente esposti per la loro abitudine a giocare a contatto con l’erba, e quella degli animali domestici, che possono trasportare zecche fino dentro casa.

Una zecca attaccata alla pelle non è un’emergenza che richiede il pronto soccorso, ma è un piccolo momento in cui sapere cosa fare — e soprattutto cosa non fare — conta davvero. Una pinzetta in casa, qualche secondo di lucidità in più rispetto al rimedio della nonna, e la prossima escursione resterà solo un bel ricordo.

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