Nella serata del Forum di Assago rinominato Milano ice skating Arena, l’azzurra Lara Naki Gutmann ha pattinato sulle note della colonna sonora de Lo Squalo di Hans Zimmer. Lara ha chiuso la sua gara con un onorevole quindicesimo posto, ma, senza nulla togliere a Naki Guttmann, chi ha aggredito ogni gara, ogni occasione di medaglia incutendo il terrore agli avversari come se fosse un vero squalo è stata Arianna Fontana, ancora lei, sempre lei la nostra portabandiera, la nostra primatista assoluta in termini olimpici. Vincendo la medaglia d’argento -e sottolineato vincendo perchè alle Olimpiadi ogni secocno e terzo posto sono delle vittorie- nella staffetta femminile è diventata l’atleta italiana con il maggior numero di podi nella storia dei giochi, più di chiunque altro azzurro/a alle Olimpiadi invernali ed estive; ha fatto cadere un record che resisteva imperterrito da 66 anni, quello di Edoardo Mangiarotti, leggenda della scherma. Non ha superato solo lo spadaccino, ma si è innalzata al livello della mitologia nel suo sport essendo l’atleta più medaglia dello short track e persino nel conteggio totale dei podi conquistati ai giochi invernali agganciando il biathleta Bjorndalen e puntando Marit Bjorgen a 15 podi.“Di Torino ricordo la prima gara, tremavo come una foglia ed è prevalsa l’inconsapevolezza dei 15 anni” ha affermato vent’anni dopo quella prima esperienza, sempre in Italia quando ancora il suo nome non era noto al mondo e quando era solo una bambina spaventata che comunque sarebbe tornata a casa con un bronzo in staffetta. Tutti noi abbiamo dei ricordi legati a quel 2006, mentre si organizzavano le olimpiadi in Piemonte il Presidente della repubblica Ciampi stava per lasciare l’incarico a Napolitano, di lì a pochi mesi sarebbe stato fondato Twitter, Povia avrebbe vinto Sanremo, nella stessa città dei Fiori la Classicissima del ciclismo sarebbe stato un dominio azzurro e l’Italia di Lippi avrebbe vinto i mondiali in estate. Un susseguirsi di eventi che lasciò il bronzo di una ragazza quindicenne, la più giovane azzurra su un podio olimpico, in disparte tra gli archivi delle statistiche. Di li a pochi anni il suo nome sarebbe invece diventato un simbolo dello sport italiano al pari di Alberto Tomba, Federica Pellegrini, Valentina Vezzali ecc.. Di colpo, -beh non proprio, ma facciamo questo salto temporale- sono passati vent’anni e il clima sportivo è simile: la Nazionale e il calcio italiano versano in una condizione di profonda incertezza e insicurezza (anche se questa volta nessuno si aspetta un epilogo mondiale come nel 2006 quando Calciopoli era al centro dei discorsi), i giochi italiani si stanno chiudendo e i successi festeggiati arrivano principalmente dal ghiaccio e dai pattini (anche se stavolta siamo ben oltre il record di Lillehammer) che nel 2006 portarono i trionfi di Enrico Fabris. Arianna è ancora li, too Young to die, ma soprattutto too old to lose come canterebbero i Rolling Stones e al suo collo risplendono altre tre medaglie, un oro nella staffetta mista, un argento nei 500 metri e un secondo posto nella staffetta femminile, proprio la competizione dalla quale iniziò tutto vent’anni fa.
Arianna Fontana la sua storia, da Torino a Milano con un giro di medaglie intorno al mondo
Tra Torino e Milano si impiegano circa due ore di macchina, ma possono essere anche Vent’anni. Tanti ne sono trascorsi tra le due Olimpiadi italiane, con le seconde divise tra la Madonnina e la Perla delle Dolomiti che sono indirettamente figlie delle rinunce di Roma per quelle estive. E così, se da una parte Parigi 2024 sono diventati i migliori giochi estivi delle storia italiana, Milano Cortina si sono trasformati nei migliori giochi invernali di sempre per noi, superato abbondantemente ormai il record di Lillehammer, una spedizione perfetta pressoché senza delusioni e con i fantasmi della vigilia che si sono allontanati rapidamente. Federica Brigonone doveva partecipare come se fosse una passerella, invece ha vinto due ori; Francesca Lollobrigida è rimasta in dubbio fino alla fine e anche lei ha fatto risuonare due volte l’inno di Mameli; Flora Tabanelli aveva un crociato rotto, Lisa Vittozzi aveva saltato tutta la scorsa stagione. Chi ci è mancato davvero è chi veramente non ha potuto esserci sulle nevi e sui ghiacci dell’Olimpiade italiana, come Marta Bassino, come Martina Valcepina. Avevamo indicato la pronipote dell’Hollywoodiana Gina come possibile simbolo di queste Olimpiadi, ma nonostante i due ori vinti con ancora una gara da disputare dove poter dire la sua, l’andamento dei record ci ha portati ancora ad incoronare Arianna Fontana già al termine della staffetta femminile. Anche lei ha rischiato di non essere competitiva in quest’Olimpiade, anche lei era reduce da un infortunio e da un anno deludente senza vittorie fino agli europei di Tilburg. Mai una donna era stata designata due volte portabandiera alle Olimpiadi, ma il suo primato non si è fermato li. Dopo aver vissuto sei edizione dei giochi invernali, aveva cercato di non porsi limiti e di aggiungere anche la pista lunga ai suoi impegni; troppo ambizioso, ma il tentativo con il pattinaggio di velocità le è servito a modificare i suoi ritmi di allenamento, spostandosi ad esempio in Canada e Stati Uniti durante l’estate considerando che in Italia non ci sono impianti dove poter fare la doppia disciplina. Nel corso di questi vent’anni, la sua vita si è articolata tra pista e famiglia, si è sposata con Anthony Lobello con cui ha lascito l’immagine dell’abbraccio dopo la vittoria di Pyeongchang quando lei affermò di non sapere in quel momento di aver vinto. Ha attraversato una rottura con la federazione, ha vissuto dei giochi con il terrore del contagio per il covid e anche degli strazianti minuti di attesa a Sochi quando i giudici stavano decidendo chi squalificare dopo la sua finale. Una carriera che riassume la vita nelle sue preoccupazioni, nelle sue ansie e nei suoi trionfi. Da una staffetta all’altra questa medaglia vinta al Forum è più di una consacrazione, è più di un ingresso nella leggenda, è il risultato conclusivo (anche se c’è ancora una gara e chissà dove la porterà la carriera) di una storia irripetibile, di una campionessa che ha vinto medaglie al fianco di pattinatrici (come Chiara Betti) che non erano neanche nate quando lei già indossava i pattini da diversi anni. “Un’aliena algida, con il fascino e i lineamenti da piccola” disse la Gazzetta dopo Torino, ancora non la conoscevamo bene, ma già aveva dato dimostrazione del fatto che per lei il limite è solo un confine ideologico morale, nulla che non possa essere infranto se pensiamo che uno dei suoi primi allenatori consigliò ai genitori di farle cambiare sport perchè sui pattini proprio non riusciva stare in piedi. Che Ari aveva qualcosa di speciale però la madre ed il padre lo avevano già capito e piuttosto che toglierla dal ghiaccio la portarono ad allenarsi a 150 km da casa, da percorrere ogni giorno in macchina. Sacrifici, una parte imprescindibile per ogni atleta soprattutto per chi adesso ha vinto medaglie in sei edizioni diverse delle Olimpiadi, come solo Armin Zoeggler. 20 anni nei quali ha anche attraversato dei malintesi con la federazione, in cui più volte è stata vicino al ritiro, per ben due volte affermò di aver preso parte alle sue ultime olimpiadi salvo poi ripresentarsi 4 anni dopo con almeno una medaglia d’oro al collo (accadde a Sochi e a Pyeongchang). Forse questa volta smette davvero, ha 35 anni, 14 medaglie olimpiche a casa oltre che il rispetto, e l’acclamazione di tutto il paese, compresa la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che è andata a Milano per vedere la medaglia del suo record. Per quattordici successi ci sono anche diversi rimpianti, forse anche questo di essere stata proprio lei la frazionista che si è fatta scavalcare a 5 giri dal termine da Kim Gilli per l’oro, e forse più di tutti il recente legno nei 1000 metri, ma nell’Olimpiade dei record, per la ragazza dei record le pagine della carriera sono riservate solamente ai successi e alle vette che nessuno aveva mai raggiunto in precedenza.
