
Quando pensiamo all’intelligenza artificiale diamo per scontato che questa abbia lo stesso significato a Pechino, San Francisco o Bruxelles. Tuttavia, come sappiamo, dietro ogni singola parola si nascondono diverse idee e diversi significati e modi di vedere il rapporto tra uomo e macchina. Oggi ci occuperemo di analizzare l’AI dal punto di vista cinese e rispondere alla domanda, e se il nostro modo di vedere l’intelligenza artificiale fosse soltanto uno dei tanti modi possibili?
Come tutti noi sappiamo nel gennaio 2025 c’è stato un momento in cui la Cina si è presa la scena mondiale sull’AI con Deepseek. L’azienda fondatrice di Deepseek si trova a Hangzhou e non è una dei grandi colossi come Alibaba e nonostante ciò nel giro di pochi giorni riuscì a creare un modello di intelligenza artificiale che è in grado di far tremare la Silicon Valley. La motivazione è semplice, per anni si era consolidata l’idea che la corsa per l’intelligenza artificiale si basasse sulla potenza di calcolo, quindi per ottenere modelli più sofisticati servivano quantità enormi di chip avanzati, infrastrutture e capitali importanti, e lo si nota da l fatto di come gli Stati Uniti avessero limitato l’accesso cinese ai semiconduttori con lo scopo di far accumulare ritardo alla Cina in questa tecnologia, certezza che è scomparsa, appunto, con l’avvento di Deepseek. Nel libro “Machine Decision Is Not Final: China and the History and Future of Artificial Intelligence“, gli autori Bratton, Greenspan e Konior invitano a leggere DeepSeek come l’inizio di qualcosa di più grande, e per capirlo bisogna tornare indietro di circa vent’anni nella Cina meridionale, precisamente a Shenzen dove si è sviluppato il concetto di shanzai. Per anni in occidente il termine è stato utilizzato con la traduzione di copia o contraffazione, quindi telefoni, dispositivi e prodotti occidentali venivano riprodotti da aziende cinesi a costi decisamente più bassi, inoltre questi prodotti non venivano solamente copiati ma anche modificati, adattati e ricombinati portandoli ad un risultato diverso dall’originale. Con questo concetto lo sviluppo di Deepseek appare più sensato, non una improvvisazione ma una cultura dell’adattamento e dell’ottimizzazione.
Un altro elemento fondamentale è che i modelli di AI cinesi sono stati resi disponibili, quindi è una tecnologia che può essere modificata, incorporata e avere una logica diversa dell’azienda che l’ha creata. Qui allora si pone una domanda semplice ma potente: non è che Stati Uniti e Cina stanno partecipando a qualcosa più grande di una semplice gara? Ogni giorno siamo sommersi dal dibattito geopolitico tra le due superpotenze, chi vincerà? Chi avrà il modello migliore, chi controllerà la filiera dei chip?
Le domande poste sono tutte legittime ma si rischia di perdere di vista la questione più interessante e filosofica. Stiamo parlando sì della stessa tecnologia, ma potrebbero esistere due modi differenti di immaginare questa tecnologia e il rapporto che dovrebbe tenere con l’essere umano. Al riguardo ricordiamo una scena avvenuta a Shanghai nel 2019 con protagonisti Elon Musk e Jack Ma alla World Artificial Intelligence Conference. Musk parlava dell’intelligenza artificiale come qualcosa di cui bisognava preoccuparsi perché le macchine avrebbero potuto sostituire l’uomo e addirittura parlava di sopravvivenza della specie. Jack Ma invece la vedeva in maniera totalmente opposta, per lui l’intelligenza artificiale era un’ opportunità e uno strumento che gli esseri umani possono utilizzare e di cui non devono necessariamente rendersi dipendenti o schiavi.
Ma perché queste due visioni completamente diverse? Un motivo va rimandato alla lingua. In cinese Intelligenza artificiale si dice 人工智能 réngōng zhìnéng. La traduzione è sempre la stessa ma i componenti dell’espressione suggeriscono una sfumatura interessate. Ren (人) indica la persona, l’essere umano. Gong (工) rimanda al lavoro, alla fabbricazione, a ciò che viene modellato attraverso l’attività umana. Zhineng (智能) indica invece capacità e intelligenza, quindi Rengong significa “fatto dall’uomo”. Nella nostra lingua artificiale si contrappone a naturale e può rimandare a qualcosa di non autentico, invece nel concetto cinese è invece visibile il riferimento all’attività umana, ciò chiaramente non significa che la lingua determini il concetto di vedere come pensa una società, però può già dare un inizio di come vengono organizzati i concetti.

Uno degli strumenti teorici più interessanti per farlo viene dal filosofo di Hong Kong Yuk Hui. Nel suo lavoro La questione della tecnologia in Cina egli parte da una critica apparentemente semplice: quando la filosofia occidentale riflette sulla tecnica, tende a considerare la propria storia come se fosse la storia universale della tecnologia.
Un altro celebre filosofo come Martin Heidegger, nel celebre saggio La questione della tecnica, aveva descritto la modernità tecnologica come un modo di guardare il mondo trasformandolo in una riserva di risorse disponibile e quando Heidegger cerca un’alternativa, però, torna alla Grecia antica. Hui pone una domanda: perché dobbiamo tornare sempre ai Greci? Perché non pensare che civiltà differenti abbiano sviluppato rapporti differenti tra strumenti, natura, morale e universo? Nasce da qui il concetto di “cosmotecnica”. Per Hui, la tecnica non esiste mai completamente separata da una visione del mondo. Costruire e utilizzare strumenti significa anche collocarli dentro un certo ordine morale e una determinata concezione del cosmo. Non esiste quindi necessariamente una sola storia universale della tecnologia perché ne possono esistere molte e da qui viene il concetto di tecnodiversità dove come dice il termine, questa suggerisce la possibilità di differenti forme di tecnologia legate a differenti modi divedere il mondo.
La storia culturale cinese offre prospettive che possono apparire insolite a un osservatore europeo. Uno degli esempi proposti in Machine Decision Is Not Final riguarda il buddhismo, e in particolare alcune tradizioni Mahayana. Nella cultura occidentale moderna è stata spesso tracciata una linea molto netta tra essere umano e macchina. L’essere umano possiede coscienza e anima; la macchina appartiene invece appartiene oggetti. Per questo l’immagine della macchina che pensa può assumere facilmente caratteristiche inquietanti e la creatura artificiale che acquista autonomia diventa una minaccia. In alcune tradizioni buddhiste il rapporto tra esseri senzienti e non senzienti è stato pensato in maniera differente e anche storicamente il buddhismo ha mostrato una notevole capacità di incorporare nuove tecnologie della comunicazione.
La stampa, sviluppatasi in Asia secoli prima di Gutenberg, fu utilizzata ampiamente per riprodurre testi buddhisti. In epoche successive sono arrivati fotografia, radio, televisione, internet, smartphone e persino robot utilizzati in contesti religiosi . La macchina non deve necessariamente essere interpretata come qualcosa che profana un territorio esclusivamente umano, può essere anche uno strumento attraverso il quale continua un’attività precedente, tuttavia non possiamo dire che i Cinesi non abbiano in qualche modo paura dell’intelligenza artificiale. La Cina contemporanea conta oltre un miliardo di persone, contraddistinte da differenze generazionali, sociali, economiche, politiche e culturali enormi, pertanto non esiste una misteriosa “anima cinese” che determina automaticamente il rapporto con la tecnologia e soprattutto il rapporto contemporaneo della Cina con l’intelligenza artificiale non deriva soltanto dal buddhismo, dal taoismo o dalla filosofia tradizionale, perché l’altro protagonista fondamentale è lo Stato.
La Cina possiede una lunghissima storia di amministrazione burocratica e di organizzazione centralizzata dell’informazione, registrare, classificare, organizzare popolazioni e territori non è certo un’invenzione dell’intelligenza artificiale. Da questo punto di vista, i sistemi digitali contemporanei possono essere letti anche come l’ultima evoluzione di una storia molto più antica del governo attraverso l’informazione, ma, soprattutto, nella Cina contemporanea l’AI è diventata una questione esplicitamente politica. Pechino ha investito enormemente nel settore, ha ampliato la formazione universitaria, sostenuto la ricerca e trasformato l’autosufficienza tecnologica in un obiettivo strategico. L’intelligenza artificiale è quindi anche una componente del racconto della rinascita nazionale cinese. Non rappresenta soltanto innovazione ma è la dimostrazione che la Cina non è più il Paese che produce a basso costo invenzioni altrui, ma una potenza capace di stare sulla frontiera tecnologica e, in alcuni settori, di definirla ed è qui che DeepSeek assume un significato enorme. Allora, cosa intende in ultima analisi la Cina per intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale cinese nasce dentro un campo di forze: la lingua, la storia della tecnica, il buddhismo e il taoismo, la tradizione burocratica, il socialismo cinese, il nazionalismo tecnologico, gli interessi delle aziende private, le strategie del Partito comunista e le aspirazioni quotidiane di centinaia di milioni di persone. Guardare l’intelligenza artificiale dalla Cina costringe infatti a riconoscere qualcosa che spesso dimentichiamo: anche il nostro modo di pensare la tecnologia ha una storia. Quando immaginiamo una macchina intelligente come qualcosa di autonomo, potenzialmente ostile, separato dall’essere umano; quando contrapponiamo naturale e artificiale; quando pensiamo che la tecnologia debba necessariamente seguire una determinata traiettoria, non stiamo descrivendo una delle tante verità universali, stiamo utilizzando le nostre categorie, quindi non significa che la visione nostra occidentale o quella cinese siano sbagliate, ma significa che sono semplicemente due prospettive diverse. Quindi, invece di chiederci chi vincerà la corsa sull’AI, dovremmo chiederci quante Intelligenze artificiali possono esistere e coesistere.