A 75 anni è morto Alvaro Vitali. Dispiace. Ma ancora più triste è l’oblio in cui era caduto: relegato a ruoli marginali, scomparso dalle scene. L’isolamento, unito alla fine del matrimonio, deve aver pesato sulla sua salute.
Non è però solo la fine dell’uomo a rattristare, ma anche la storia triste della sua maschera dimenticata. Pierino non era semplicemente un idiota; ma il riflesso carnevalesco di un’Italia incapace di maturare. Più che attore, Vitali è stato un’icona efficace solo finché il pubblico ne ha percepito l’essenza, anche senza comprenderla pienamente.
Per coglierne il significato bisogna rovesciare la prospettiva e ricordare che questo simbolo del cinema di serie B nasce come interprete di film d’autore.
Roma, fine anni Sessanta: Vitali, giovane elettricista, bazzica Cinecittà con ambizioni imprecisate. Qui, secondo la leggenda, Federico Fellini lo nota per la sua faccia da fumetto irriverente e gli chiede: “Alvarino, fai il merlo”. Senza esitare, Alvarino spalanca gli occhi asimmetrici, si irrigidisce sulle sue piccole gambe, piega le labbra in un becco immaginario e cinguetta con voce squillante e sguaiato. Il Maestro resta folgorato e lo scrittura in quattro film, tra cui Amarcord, che vincerà l’Oscar.
Dopo Fellini, Vitali lavora con Risi, Sordi, Polanski e Magni. Nella seconda metà degli anni Settanta è attore dalla nascente commedia sexy all’italiana. Tempi comici naturali, folletto sfigato e fessacchiotto, la sua maschera è perfetta nei meccanismi erotico-grotteschi del genere, a fianco al ferocissimo Banfi e a Gloria Guida, Edwige Fenech e le altre bellissime dell’epoca.
I nuovi film commerciali sostituiscono la commedia italiana classica, che si dissolve in un Paese che per analizzare la realtà si rifugia o nella retorica iperideologica o nel lassismo compiaciuto del cabaret triviale. Protagonista con Pierino nei primi anni Ottanta, Vitali raggiunge l’apice della fama e subito dopo la fine. Gli attori sanno che, nella loro arte instabile, vale il monito di Seneca: “Il successo è un prestito che la fortuna può riprendersi in ogni momento”.
Commosso, Lino Banfi ha ricordato pubblicamente un vecchio appello accorato di Alvaro, che lo accusava di non essersi più ricordato di lui, di non averlo aiutato. Banfi si è difeso: “Non potevo fare nulla. È stato il sistema a dimenticarlo… In America sarebbe stato valorizzato come Danny De Vito”.
Esagerazione. De Vito è attore di razza, Vitali – con tutto l’affetto possibile – una macchietta dignitosa ma fragile. Tuttavia, il punto non è la sua capacità recitativa, ma ciò che la sua maschera infantile e grottesca, candida e scurrile, ha rappresentato. E chiedersi perché l’Italia abbia smesso di riderne.
Vitali era effettivamente una caricatura rubata a Fellini, finita per incarnarsi, grazie a spietate logiche di mercato, in film brutti e un po’ sciocchi di un’Italia che si scopre ricca ma non ha ancora metabolizzato la modernità.
In quegli anni l’ideologia domina, ma gli animal spirit dell’istintività pecoreccia si catalizzano in compatte forze di cinema sotterraneo, scorretto e popolare.

Pierino è l’araldo del Drive In. Il suo mondo tuttavia è giocoso, non ancora reale. Con il consumismo e il trionfo dei cinepanettoni degli anni Novanta, Boldi e De Sica diventano i nuovi cafoni, simboli borghesi e ordinari della pancia tricolore. Le loro storie non riguardano piu’ licei o bambini mai cresciuti ma adulti realistici. La volgarità si ufficializza fino alla politica. Il trash, un tempo riservato a guitti e spogliarelliste, diventa l’infetta colonna sonora di reality e talk show. Gli italiani non ridono più di Pierino, di cui avevano diffidenza guardinga e vergogna, ma diventano come lui, smarrendone però l’innocenza.
Ha ragione Carlo Verdone – l’ultimo a farlo lavorare – quando al funerale dice: “C’era tanta poesia in tutto quello che faceva Fellini, e Alvaro era poesia”.
La storia della sua maschera è un paradosso. Pierino parlava a un mondo ancora adulto proprio perché troppo grottesco e infantile si contrapponeva ad esso.. Quando poi la società si è involuta e quelli che avrebbero dovuto essere “maturi “ hanno cominciato a comportarsi da adolescenti, Vitali, la vignetta felliniana, è diventato inutile.
Il suo candore involontario da bolle di sapone dava leggerezza a un mondo greve di preti bugiardi, professori minchioni, tettone doppiogiochiste e commendatori cornuti, deformandoli e ricordandone gli eccessi. Ma oggiò, dove l’equilibrio è smarrito, che senso ha?
È questo, forse, il vero dramma di Alvaro Vitali. Non l’oblio. Ma il fatto che, alla fine, l’Italia sia diventata più realisticamente ridicola delle sue macchiette.
Il suo addio non è ad un comico ma l’epitaffio ad un’innocenza perduta. Quella di un’ Italia che rideva della propria volgarità, prima di farsene vanto.
