Il Saio di Pietro.

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Papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio, è morto alle 7:35 del mattino del lunedì dell’Angelo. Le sue condizioni erano gravi da tempo, ma nessuno si aspettava una dipartita tanto repentina. Domenica, dalla loggia di San Pietro, aveva benedetto i fedeli per la Pasqua e ricevuto il vicepresidente americano Vance.

Primo Papa gesuita e primo latinoamericano, è stato pontefice per oltre dodici anni. Ha raccolto un’eredità difficile. Da una parte, le nostalgie per l’epoca dorata di Giovanni Paolo II. Dall’altra, il fallimento del pontificato di Benedetto XVI: teologo raffinatissimo, ma inadatto al governo.

La meravigliosa terra d’Argentina, tanto vicina quanto esotica alla sensibilità italiana, accompagna la gioia della sua ascesa. Il richiamo agli ultimi. Il pastore che “odora di gregge”. L’augurio di “buon pranzo” dopo la benedizione. Così nacque la luna di miele tra questo Papa venuto dalla “fine del mondo” e la modernità.

Si sperava in una rivoluzione spirituale, non solo comunicativa, capace di allentare gli ingranaggi burocratici e i conservatorismi formali della fede. Presenzialista, allergico al protocollo e allo stile aristocratico europeo a cui restava fedele persino un dirompente come san Giovanni Paolo II, Bergoglio si segnalò subito come innovatore: dialogo con i laicisti, apertura a temi come ambiente e omosessualità.

I media lo celebrano come nemico dei preti pedofili e degli scandali finanziari in nome della “chiesa povera”, ma soprattutto paladino dei migranti e del terzo mondo. Francesco tuttavia è più complesso della sua agiografia. Moderato su dottrina e liturgia, ma per indole e formazione autoritario, dentro di sé portava la strategia e la duttilità comunicativa dei gesuiti.

Il fondatore del suo ordine, Sant’Ignazio di Loyola, militare convertito in santo della Controriforma, ha trasmesso ai suoi confratelli disciplina e servizio. La sua visione è quella della pietà di Cristo, della misericordia della Grazia. Non contempla la salvezza come esito dell’intelletto o della ricerca autonoma. È la Chiesa — la “città divina”, di Agostino — la vera difesa contro il male.

Questa la chiave per comprendere perché questo pontefice dalla tempra solida e dalla visione ferma si sia mostrato contemporaneamente “verde”, “francescano”, populista, modernista e conservatore. Il suo progressismo nella forma è infatti, nella sostanza, in perfetta continuità con il paternalismo dei predecessori.

Dire ai gay che la Chiesa è loro vicina non significa riconoscere la legittimità della diversità sessuale, ma aggiornare l’anatema con lessico parainclusivo. Parlare dei poveri senza ammettere che la povertà nasce anche dall’assenza di un capitalismo democratico non è risolvere il problema, ma disconoscere il ruolo delle società aperte e dello stato di diritto.

Bergoglio resta il Papa che, pur credendo al maligno, ha cambiato nel Padre Nostro il verso “non ci indurre” in “non abbandonarci alla tentazione”. Qualcuno ha obiettato che così Dio diventa un buonista che abdica all’onnipotenza. Ma Francesco, più che della teologia, è stato Papa della sociologia.

Monarca di una potenza millenaria, capace di pensare in secoli, ha intuito che la guerra per convertire la modernità liberale è persa. Ma sa anche che la Chiesa ha dalla sua il terzo mondo, e che, grazie alla demografia, può spingere verso il tramonto quella strana civiltà che pretende di salvarsi con la sola coscienza. Senza mediatori. Impero oltre che missione: basta che nessuno lo chiami così.

La Chiesa che verrà potrà scegliere il sensazionalismo comunitario, il buonismo unito al moralismo del “vi diciamo come si fa, e se fate altrimenti vi perdoniamo a patto che vi inginocchiate davanti ai nostri altari”. Ma rischia il limbo: poco solida per i tradizionalisti, non abbastanza libera per i laici. “Ospedale da campo” che, come temeva Francesco, può ridursi a una ONG.

La soluzione forse è nel passato. Guardare il mondo con umanesimo, non solo con umanità. Tornare a indicare una via “verticale”, trascendente, in un’epoca schiacciata dall’orizzontalismo dell’“uno vale uno” e dai pruriti pseudoculturali.

Una Chiesa che ricordi di essere non solo forza che contiene il male, ma anche capace di dare senso — persino estetico — al Mistero e al Bene. Dal Barocco alle pietre di San Benedetto, dal gotico al gregoriano, fino agli inni di Frisina su Wojtyła, la Chiesa ha saputo testimoniare la bellezza del volo della colomba e dell’arcobaleno. Non lo dimentichi.

Il papato bergogliano è iniziato con la speranza della carezza al cane di un cieco. Ma pare essersi spento con i maquillage curiali e le lotte dei dossier, nel grigiore della burocrazia. Quando Gesù disse a Pietro di guidare le sue pecorelle, gli annunciò che un giorno non si sarebbe più cinto le vesti da solo.

Quella profezia è una consegna. E forse significa che la Chiesa non si salva affidandosi alla sola geopolitica, al realismo, ma raccogliendo lo Spirito — lo spirito “folle”, come direbbe il Santo d’Assisi.

Non giudichiamo Francesco. Il suo papato, che a tratti ci è parso scomposto, merita rispetto e va inserito all’interno di una storia complessa e — per chi crede — nel senso profetico di ciò che verrà.

Ma, da laici dubbiosi e peccatori innamorati dello Spirito, possiamo dire: la Chiesa è potente quando governa. Ma è grande solo quando ignora il tempo e lo sublima. Quando Pietro sa che sono altri a cingergli le vesti.

Ci perdonino i “moderni” ma il Papa avrà sempre la Tiara. L’augurio è che sia meno quella dei cesari, e più quella dei martiri: di chi difende il vero, anche a costo di un’apparente sconfitta.

Omnes cum Petro ad Iesum per Mariam.