IL SACERDOZIO DI TUTTI: RITORNO AL CRISTIANESIMO PRIMITIVO CON LA CHIESA VETERO CATTOLICA.

Intervista a Paolo Iotti della Chiesa Vetero Cattolica Italiana ( seconda parte)

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Paolo Iotti.

Seconda parte dell’intervista a Paolo Iotti, esponente della Chiesa Vetero-Cattolica Italiana. Per questa confessione, il sacerdozio universale e la partecipazione attiva dei fedeli sono espressioni concrete di una Chiesa pancristiana, che idealmente richiama le sue radici a prima del grande scisma del 1054. Nessuna polemica con la Chiesa di Roma, nessun proselitismo, ma il desiderio di tornare allo spirito delle origini.

Per quale motivo la Chiesa vetero-cattolica italiana ha sentito l’esigenza di differenziarsi dalla Chiesa cattolica ufficiale?

Questa esigenza nasce da un bisogno concreto. Nel 1808, il vescovo Davanzati a Canosa ripristinò il sacerdozio laicale per affrancarsi da una Chiesa percepita come troppo gerarchica e politicizzata. Questo gesto è considerato uno degli atti fondativi della tradizione vetero-cattolica in Italia, anticipando la nascita della Chiesa Nazionale Italiana nel 1882.

Oggi il contesto è diverso, ma vedo una necessità analoga.

Non siete protestanti?

No. Siamo cattolici di rito antico.

Come si definisce la Chiesa vetero-cattolica italiana in rapporto alla Chiesa cattolica romana? Quali sono le principali differenze?

La nostra Chiesa si distingue per l’autonomia disciplinare e per la valorizzazione del sacerdozio universale dei laici. Sul piano dottrinale, è possibile mantenere un’adesione anche ortodossa, senza divergenze sostanziali. Le differenze più rilevanti sono di natura pratica e simbolica. Durante la preghiera eucaristica, ad esempio, l’assemblea non è spettatrice ma parte attiva: partecipa anche con gesti liturgici, come l’estensione delle mani sull’altare.

E’ vero che lei  suona  anche nelle chiese cattoliche?

Sì, certo. Ho festeggiato 49 anni di musica in chiesa lo scorso 16 maggio. Se mi chiamano, vado. Il mondo ha bisogno di vita, non di polemiche.

Lei  ha cofondato ed è stato docente di liturgia presso un istituto diocesano di Musica e Liturgia di Reggio Emilia. E’ un esperto autorevole. In cosa si differenzia la vostra liturgia da quella romana?

Le differenze visibili sono minime. Può capitare di trovare un sacerdote sposato o una donna all’altare. Dopo l’atto penitenziale, è prevista una formula collettiva di assoluzione: chi partecipa con cuore pentito, riceve il perdono. Lo scambio della pace avviene prima dell’Offertorio, ma questo accade anche in altri riti, come quello ambrosiano.

Le differenze piu’ importanti sono teologiche.

Avete  una diversa visione del sacerdozio?

Sì. Anche se nel Messale romano è scritto che è l’assemblea a celebrare, il sacerdote presiede. Noi ci ispiriamo al cristianesimo delle origini. Ricordo però che anche nella Chiesa romana non si può celebrare da soli: servono almeno due persone – un presidente (il sacerdote) e chi risponde (l’assemblea).

E le critiche post-conciliari? Tipo l’abbandono del latino, l’altare rivolto al popolo…

Non ci riguardano. Condividiamo pienamente l’uso delle lingue vernacolari introdotto dal Vaticano II.

Quindi siete favorevoli alla liturgia rinnovata?

Sì, ma attenzione: “tradizione” non significa ripetere l’antico in modo archeologico, bensì conservarne il senso profondo. La vera unità della Chiesa, per noi, è quella anteriore allo scisma del 1054.

Quindi essere vetero-cattolico significa essere cattolico antico, delle origini?

Esattamente. Non facciamo proselitismo. Ci sentiamo una comunità, un possibile modello di ciò che la Chiesa potrebbe essere.

Una Chiesa che accoglie chi si è sentito escluso da forme rituali percepite come rigide o giudicanti?

Sì. Conosco un uomo che da ragazzo perse il padre per suicidio. Il parroco lo allontanò dall’oratorio dicendogli che “il suicidio è peccato mortale”. Non è mai più entrato in chiesa. Anni dopo ci ha incontrati, ha riscoperto la spiritualità. Aveva solo bisogno di una comunità che accogliesse.

Pur non facendo più parte della Chiesa cattolica romana, siete in dialogo con la Comunione di Utrecht e con quella anglicana?

Sì. Fino al ’97 eravamo parte dell’Unione di Utrecht. Poi ci siamo distaccati, ma ci sentiamo vicini a quella famiglia spirituale.

Avete mai pensato di rientrare in piena comunione?

Noi ci sentiamo già in comunione con tutti. Non abbiamo bisogno di un certificato per riconoscerlo, anche in virtù della nostra tradizione pancristiana.

Quanti siete oggi in Italia?

Siamo circa cinquanta consacrati e un migliaio di fedeli. A questi si aggiungono molte persone che si avvicinano alla nostra Chiesa senza diventarne membri formali. Per dati aggiornati rimando al sito ufficiale.