Sei la cosa più bella che indosso, sembra quasi dire Jonas Vingegaard, come fa chi da queste parti è un simbolo della musica della Capitale, a Roma guardando la sua maglia rosa che testimonia il successo conclusivo del Giro D’Italia. Il danese ha domato le 21 tappe della Corsa Rosa con i favori del pronostico e con la personalità e quell’ingordigia di successi che ha caratterizzato i più grandi atleti passati per queste strade, pensiamo a 2 anni fa quando vinse il suo rivale Tadej Pogacar che da parte sua invece non ha ancora mai vinto la Vuelta di Spagna e quindi è stato anticipato dal danese nella conquista della triplice corona. Non aveva rivali Jonas, si è trovato in una forma smagliante e lo a riconosciuto lui stesso andando a cancellare i ricordi che per due anni lo avevano condizionato, quelli legati al giro dei Paesi Baschi del 2024 in cui un infortunio condizionò le stagioni future. Si era parzialmente ritrovato alla fine della scorsa stagione quando aveva vinto la Vuelta e ora si è aggiudicato il secondo grande giro consecutivo, ma vuole di più, ora vuole tornare a competere per la doppietta al Tour de France dove rincontrerà il suo storico avversario sloveno e anche il fenomeno francese Paul Seixas. Qui in Italia invece alle sue spalle in partenza c’era Giulio Pellizzari, ha resistito per poco in realtà ed è stato sostituito nelle gerarchie di classifica interne alla Red Bull da Jai Hindlay che era già presente nell’albo d’oro del Giro e quest’anno ha fatto terzo. Ma chi invece è semrpe rimasto con lui, o almeno in tutti gli arrivi in salita vinti da Jonas è arrivato alle sue spalle è stato Felix Gall, capace di arrivare fino al secondo posto nella classifica generale. Ancora manca il podio l’Italia, con Piganzoli migliore italiano a 10 minuti e Caruso subito dietro al non posto a 11 minuti; questa volta non è arrivata la maglia ciclamino dominata negli altri anni da Jonathan Milan che quest’anno ha vinto solo l’ultima volata, quella di Roma ed è stato sconfitto da Paul Magnier, ma ha festeggiato Giulio Ciccone per aver chiuso con indosso la maglia azzurra del miglior scalatore.

Vingegaard, danese in rosa per la prima volta: Rispettare i pronostici non è mai facile
Strafavorito, non c’era alcun dubbio, ma poi la gara va disputata e in tre settimane le incognite sono sempre tantissime. Può capitare una caduta, può capitare una giornata fredda e quindi un malanno che condiziona la prestazione e quindi il primo rivale che Jonas doveva sconfiggere era se stesso. Non poteva esser tradito dal suo fisico e così non è stato anzi, ha avuto la certezza di essere tornato al meglio, di essersi riscoperto come il ciclista in grado di togliere due Tour de France a Pogacar e in carriera di vincere anche una Vuelta e quindi di realizzare la triplice corona come solamente Anquetil, Merckx, Gimondi, Hinault, Contador, Nibali e Froome. La corsa non è mai facile e già dalle prime asperità in Bulgaria Vingegaard se ne è accorto: si alzò sui pedali nella strada verso il monastero di Veljko Tarnovo e si è trovato arginato da Pellizzari e Van Eetveelt, in una tappa già complicata che si chiude con una caduta rovinosa che porta al ritiro Adam Yates, Jay Vine, Soler, Buitrago e Vendrame. Dicevamo delle difficoltà inattese. Arrivati in Italia, lasciata la battaglia a Ciccone che non vince nessuna tappa, ma arriva a vestire la maglia rosa, la Visma accelera e tenta un forcing guidato da Piganzoli già dal Blockhaus dove a 5500 metri dalla cima arriva l’attacco di Vingegaard che è decisivo per la sua vittoria al Giro D’Italia. Passano due giorni, la tappa dei muri marchigiani va a Narvaez e il danese replica anche sul Corno alle Scale, già si stava consolidando la speranza di riprendere la maglia rosa fin li sulle spalle di Eulalio che poi sarà vincitore della bianca dedicata al miglior giovane. Attende fino al 23 maggio, la 14esima tappa per indicare la direzione che prenderà defintivamente da quel momento il giro d’Italia 2026, “Sì la sognavo la maglia rosa, è speciale” a Pila da altri 49″ a Felix Gall come detto semrpe secondo si veste quindi con il simbolo del leader della classifica generale, ma aveva già indosso la maglia del miglior scalatore. L’austriaco, protagonista della miglior edizione della carriera, si stacca da Jonas anche a Carì dove scala la salita finale in 30 minuti e 50, tempi che fanno che veramente potrebbe giocarsela alla pari con Pogacar al Tour. E’ il giorno in cui Pellizzari esce di classifica, ma è anche il giorno in cui Piganzoli viene investito del ruolo di ultimo uomo della Visma e capisce di potersi anche giocare il posto con Eualalio per la maglia bianca. Il giorno dopo c’è spazio anche per un’altra vittoria danese con Valgren ad Andalo e poi il capolavoro Visma arriva nella tappa regina, in cui sono i compagni della maglia rosa a ricevere il via libera per giocarsi gli obiettivi personali, Piganzoli per riprendere Eulalio e alla fine Kuss per andare a vincere la tappa e ci riesce andando a scavalcare Ciccone che intanto si era però preso la cima Coppi del giro sul Giau. Al momento della doppia salita a Piancavallo il successo di Jonas si fa certezza, stavolta parte a 10 km dall’arrivo, mai quest’anno aveva fatto così tanta strada da solo e si aggiudica il quinto arrivo in salita su sei, con dietro di sé sempre Felix Gall. Per la Visma è il decimo grande giro vinto dal 2019 con 4 corridori diversi. Pensare che il 2026 di Jonas era partito con una caduta cercando di staccare in allenamento un cicloamatore, un caso che ha portato al divorzio con il suo allenatore Heemskerk e quindi alla rinuncia all’UAE Tour prima di dominare la Parigi Nizza e il Giro di Catalunya.
Giro d’Italia, una maglia azzurra e qualcosa si muove: Ciccone, Piganzoli e gran finale Milan
L’aveva vinta per due anni consecutivi, nel 2023 e nel 2024 per poi andare a prendersi lo scorso anno anche la maglia verde del tour de France. Il tutto anticipato da un oro olimpico nel quartetto e il mondiale nell’inseguimento individuale, questi gli highlights con i quali si presentava Jonathan Milan al Giro d’Italia per dominare di nuovo le volate. Forse però mancava la squadra, forse gli obiettivi erano diversi e le occasioni per i velocisti non così affini alle sue caratteristiche, e in conclusione la maglia ciclamino è andata sulle spalle di Paul Magnier, 22 anni vincitore di tre volate, due in Bulgaria e poi quella a Pieve di Soligno. Soconfitto solamente in due occasioni, entrambe da Italiani: a Napoli ha esultato Ballerini e a Roma ha chiuso in bellezza finalmente Jonathan Milan. La Lidl-Trek si consola però con l’altro protagonista italiano di questo Giro, Giulio Ciccone a cui è mancato solo il successo di tappa per completare la sua corsa rosa perfetta nell’anno in cui ha anche indossato la maglia del leader della classifica generale dopo Cosenza. La inseguiva da 150 tappe disputate e anche se le tre vittorie ottenute in carriera sono rimaste invariate questo è stato l’anno delle rivincite. Nel 2025 si ritirò a Nova Gorica quando era settimo nella generale, ma poi aveva vinto la Classica San Sebastian, c’era luce per una grande stagione e nel giorno in cui il suo grande amico Jannik Sinner a Roma vinceva il derby contro Pellegrino, Giulio coronava il sogno rosa, ma sapeva che non sarebbe finita li. A Potenza in una tappa ondulata, con 203 km e tanto freddo, finché Rubio era in fuga le speranze di recuperare i fuggitivi sfruttando il lavoro delle altre squadre erano vive, ma poi alla fine arresosi il corridore della Movistar non sono riusciti a tenere il ritmo e il caos finale ha premiato Arrieta con il successo di giornata ed Eulalio con la maglia. Deciso quindi a uscire di classifica per centrare di nuovo l’obiettivo degli scalatori, la maglia azzurra che aveva già vinto nel 2019 che va a far compagnia a quella a pois vinta al Tour de France nel 2023. Trova le giuste fughe, chirurgico nel prendersi i GPM necessari e soprattuto è sua la Cima Coppi di questo Giro, il Giau nella tappa regina e peccato poi per l’attacco di Kuss che gli ha tolto la gioia di vincere anche una tappa in questa edizione. A Roma viene premiato con lo sfondo dei Fori Imperiali come accadde lo scorso anno a Lorenzo Fortunato. E’ il suo secondo successo in questa classifica come Garzelli, Gonzalez, Piccoli, Geminiani, Gaul, Taccone, Oliva, Van Impe e Fredy Gonzalez, ma il record è inarrivabile con le sette vittorie di Gino Bartali. Poi c’è l’altra Italia, quella a caccia di tappe e non solo di Piganzoli che ha sfiorato la classifica dei giovani. Doveva essere l’Anti-Vingegaard Giulio Pellizzari e invece è scoppiato nella battaglia interna alla Red Bull con Hindlai, alla fine terzo in generale e per i troppi attacchi e risposte contro il Re Pescatore. E’ stata una pura gioia invece per Davide Ballerini a Napoli che in passato aveva come miglior giornata della carriera quella ai giochi europei di Minsk nel 2019. Commuove l’emozione di Alberto Bettiol, 32 anni, abbracciato alla fidanzata in lacrime dopo aver vinto a Verbania. Era la tappa di Ganna, e invece è arrivata la fuga con Bettio che ha scavalcato Leknessund e facendosi il segno della croce sul traguardo ha dedicato il successo (il secondo in carriera al Giro) a Marcello Massini il suo direttore sportivo scomparso a Giro inziato, ma anche a Mauro Batttaglini, il suo agente anche lui venuto a mancare troppo presto. Per Pippo Ganna poi c’è stato quel sogno della doppia tappa svanito, proprio a Verbania e anche a Roma quando ha tentato un attacco sul finale, ma la grande gioia è arrivata alla cronometro Viareggio-Massa, 40 km dominati in 45 minuti e 53 secondi a 54.9 di media e conferendo 1.54 ad Arensman al secondo posto. La desiderava, ci pensava da tempo a quella tappa e l’ha conquistata nonostante si era svegliato alle 5 di mattina per l’ansia, ha finito per recuperare ben 7 corridori per arrivare nel leader box e celebrare i suoi 40 successi da pro di cui 32 sono arrivati a cronometro. E’ all’ottava vittoria al Giro d’Italia ed in questa statistica ha eguagliato il mito Marco Pantani.
