Cattolici prima di Roma: il Vangelo terapeutico della Chiesa vetero-cattolica italiana.

Intervista a Paolo Iotti , sacerdote della chiesa vetero-cattolica italiana.

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Paolo Iotti.

Cattolici, ma non romani. Sacramentali e attenti alla liturgia, ma liberali nella teologia e inclusivi nella pastorale. La Chiesa vetero-cattolica italiana è tra le realtà cristiane meno conosciute del nostro Paese.

Anche i pochi specialisti che la conoscono spesso la considerano un’appendice della Chiesa di Utrecht — da cui in realtà si è distaccata — ed erede di quei cattolici “che, per amore della vera tradizione”, si sono separati da Roma dopo la proclamazione dell’infallibilità papale ai tempi del Concilio Vaticano I. Ma la sua storia è ben più complessa: affonda le radici nella linea apostolica di Pietro, Apostolo di Antiochia prima ancora che di Roma, e si intreccia con il tentativo — mai realizzato — di costituire una Chiesa nazionale italiana.

La visione del cristianesimo che questa Chiesa propone non è quella dei tradizionalisti sedevacantisti, ma una visione terapeutica — a loro avviso “antica” — proprio perché più vicina alla Chiesa delle origini, quella ancora priva di potere, che non alla rigidità dogmatica.

Per la nostra inchiesta sull’“altro cristianesimo”, abbiamo incontrato Paolo Iotti, docente, esperto di musica sacra e liturgia, assessore alle politiche sociali e alla scuola del Comune di Castellarano, in provincia di Reggio Emilia, nonché sacerdote della Chiesa Vetero-Cattolica Italiana.

L’intervista che ci ha concesso è stata divisa in quattro parti. In questa prima parte ripercorriamo il suo cammino di fede e approfondiamo il senso comunitario di una liturgia che non prova a condannare, ma a guarire.

Buona lettura.

Iniziamo dal principio: quali esperienze e studi hanno segnato la sua formazione?

La mia formazione è piuttosto articolata. Sono nato come insegnante di musica nella scuola media. Parallelamente all’insegnamento, studiavo teologia in seminario, prima a Reggio Emilia, poi a Bologna, infine a Roma, all’Università San Tommaso d’Aquino.

Ha quindi ricevuto una formazione teologica cattolica tradizionale?

Sì, cattolica. Ho anche insegnato liturgia presso l’Istituto Diocesano di Musica Sacra, l’IDLM di Reggio Emilia, di cui sono cofondatore. Per anni ho diretto la rivista Celebrare Cantando. Tutto questo l’ho svolto da laico, nella Chiesa romana.

Sono sposato da 37 anni. Ho sempre coltivato con passione lo studio della Sacra Scrittura e della liturgia, che sono stati il mio centro. Ho seguito anche un biennio post-universitario presso il Co.Per.Li.M,  il corso di Perfezionamento Liturgico Musicale voluto dalla C.E.I.

Questo percorso mi ha avvicinato al movimento vetero-cattolico. All’epoca abitavo a Scandiano, vicino a Reggio Emilia, dove risiedeva il precedente priore, padre Caroppo. Mio fratello andava a scuola con sua figlia: fu lei a farmi conoscere il movimento.

Nella liturgia vetero-cattolica ha trovato il compimento di ciò che aveva studiato e vissuto fin lì ?

Nella liturgia vetero-cattolica ho ritrovato quello che avevo studiato, in particolare nelle sue radici più antiche. Ricordo bene ciò che ci spiegava il mio professore di liturgia, Enrico Mazza: l’epiclesi, cioè l’invocazione dello Spirito Santo sui doni, non è un gesto magico del sacerdote, ma un atto che coinvolge tutta l’assemblea, riunita sotto la presidenza del celebrante.

Possiamo dire che il vero celebrante non è il sacerdote ma l’assemblea che si raduna?

Sì, ed è scritto anche nell’introduzione generale al Messale Romano.

Le parole sul pane e sul vino — “questo è il mio corpo”, “questo è il mio sangue” — non sono formule magiche, ma parte di una preghiera comunitaria. L’epiclesi — “manda il tuo Spirito a santificare questi doni” — è un’invocazione collettiva.

Nella Chiesa cattolica romana è previsto che il sacerdote possa celebrare da solo, ma solo in casi eccezionali. Di norma, la Messa è un atto assembleare. Gesù stesso dice: “Prendete e mangiate… prendete e bevete…”: è un gesto comunitario.

E poi c’è Matteo 18,20: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Per lei, dunque, la liturgia non è una mera formalità ma un atto sacro che prende vita nella relazione?

Sì. Ho insegnato liturgia per vent’anni, dal 1991 al 2011. Ho smesso non per dissapori, ma perché in quell’anno sono diventato vicesindaco e assessore ai servizi sociali, e ho dovuto fare delle scelte.

La liturgia per me non è una formalità: risponde a due esigenze fondamentali.

La prima è il comando di Gesù: “Fate questo in memoria di me”.

La seconda è che si tratta di una festa. Per questo nella nostra Chiesa non esiste l’obbligo della Messa domenicale: naturalmente nelle feste che connotano l’anno liturgico la celebrazione è altamente consigliata: a una festa si partecipa per scelta, non per imposizione,  tuttavia godiamo di questa libertà di culto: la libertà della chiesa domestica, che esercitiamo concretamente.

La liturgia ha un valore spirituale, ma anche pastorale e terapeutico. Si prega per tutti, anche per chi non è presente. Si genera un’energia spirituale che unisce e trasforma.

Ma questo può avvenire anche in un’assemblea pentecostale. La liturgia è anche una grammatica, un modo di rapportarsi al sacro. C’è quel “come in cielo così in terra”, giusto?

Assolutamente. La liturgia è una forma, un dono, un sacramentum nel senso latino: la possibilità che Dio ci offre per entrare in relazione con Lui. Non è qualcosa che si può pretendere. È Lui che apre la via.

Quand’è che la sua vocazione si è trasformata, lentamente, in una vera chiamata al sacerdozio nella Chiesa vetero-cattolica ?

È maturata lentamente, all’inizio degli anni 2000. Sono stato ordinato il 23 aprile 2006. Quest’anno compio quindi vent’anni di ministero.

Cosa le ha fatto compiere quel passo?

La consapevolezza di aver ricevuto dei doni. Lo dico con umiltà, non per superbia. Ciascuno dovrebbe riflettere sui doni che ha ricevuto. Io ho trovato un luogo e una comunità dove potevo metterli a frutto. Mi sono sentito a casa.

Possiamo dire che è stata una chiamata anche terapeutica?

Dipende da come intendi “terapeutica”. Per me è stato un passaggio esistenziale fondante. Nella mia vita c’è un “prima” e un “dopo” la chiamata, e un altro “prima” e “dopo” l’ordinazione.

Nella vostra visione, il ministero sembra intrecciarsi con la cura profonda dell’anima. Il sacerdote, allora, è anche un terapeuta spirituale? Un custode delle ferite, non solo un mediatore del sacro?

Sì. La cura è centrale, ma mai in alternativa alla medicina o alla psicologia. Anzi, molti di noi sono medici, psicologi, operatori sanitari o sociali.

Il nostro vicario, oggi in pensione, è stato medico di famiglia e ha lavorato in ospedale. Un altro membro del sinodo è medico a Bari. Cristina, la figlia di padre Caroppo, è psicologa.

Viviamo spesso la dimensione terapeutica anche nella professione, con la consapevolezza di essere ministri.

Ha vissuto, nel suo ministero quotidiano, un momento in cui la cura dell’anima si è fatta concreta? Ci racconta un momento in cui il ruolo di sacerdote, educatore e terapeuta si è fuso in un unico gesto?

Negli ultimi anni ho avuto una delle classi più difficili di sempre. Su 15 alunni, oltre metà provenivano da famiglie che conoscevo già per il mio precedente ruolo da assessore ai servizi sociali. In due casi era coinvolto anche il Tribunale dei Minori.

Insegnavo inglese alla primaria. Spesso finivo la lezione seduto accanto a un bambino in particolare, con una storia molto dura.

Lui riusciva a lavorare perché si sentiva accolto. In quel momento io non ero solo un insegnante: ero un consacrato, un terapeuta. Il mio compito era trovare la presenza di Cristo in lui.

Questo ha avuto un impatto enorme: non solo sul rendimento, ma sulla sua autostima. L’ho accolto così com’era, senza pretendere che cambiasse prima. Da lì è iniziato tutto.

È una visione profondamente cristica.

Esattamente. È proprio il termine che usiamo nella nostra Chiesa: “presenza cristica”. L’azione terapeutica è questa: riconoscere, valorizzare e far emergere quella presenza nel volto e nella vita di ogni persona.

Per saperne di più : https://www.chiesaveterocattolica.it/