Rosso come le cose che mi fai provare, cantavano i Modà e in un certo senso il rosso è proprio il colore di questi giorni di sport, nel bene e nel male soprattuto. Rosso come la maglia della Norvegia che ha distrutto la Nazionale italiana, Rosso come una Ferrari che non brilla, rosso come il nostro campione e il campo su cui gioca. “Date a un bambino un foglio di carta, dei colori e chiedetegli di disegnare un’automobile, sicuramente la farà rossa” e ora noi modifichiamo la frase di Enzo Ferrari perché se oggi date ad un bambino dei colori e una matita e gli chiedete di disegnare un tennista, e lui lo farà con i capelli rossi, e magari rosso sarà anche il campo. Al Roland Garros Jannik Sinner ha riportato l’Italia in Finale dopo 49 anni, dal trionfo di Adriano Panatta del 1976, questa volta l’esito però non è stato positivo, è anzi giunto in una dinamica inattesa ed imprevista con tre match point a favore. L’Italia non è un popolo di tennisti, o almeno non lo è dal punto di vista storico, poi si sa, all’occorrenza siamo tutti medici, geologici, allenatori, virologi, tuttologi e oggi la racchetta sta entrando nella quotidianità degli italiani e infatti la finale del Roland Garros tra Sinner e Alcaraz ha infranto i record di ascolti su Nove e su Eurosport con un 27% di share e circa 5 milioni di persone a vedere Jannik in una giornata in cui la stagione e la politica chiamavano il paese al mare e alle urne. Questa passione riscoperta per il tennis si nota in ogni contesto, pensiamo ala finale degli internazionali che ha ottenuto il 46% di share, ma ascoltiamo anche i discorsi e gli interessi degli italiani. Pensate che durante il Golden Gala di Atletica allo stadio olimpico, in un evento in cui i momenti morti si susseguono e si alterno con le grandi emozioni effimere di Tamberi, Tortu o Battocletti, gli spettatori hanno riempito i vuoti con uno schermo accesso, magari con Discovery + per non perdersi la semifinale con Djokovic; il tutto mentre su Rai Play si poteva comodamente assistere alla partita della Nazionale di Calcio che naufragava in Norvegia.

La storia è qui e domani: Alcaraz Sinner la finale più lunga di sempre a Parigi
Dai tempi di Sirola e Pietrangeli che non vedevamo due italiani in semifinale e come agli internazionali abbiamo sognato di assistere per la prima volta ad un derby, e come agli internazionali i nostri sogni di gloria si sono scontrati con Carlos Alcaraz che ancora una volta ci costringe ad accontentarci del titolo, meraviglioso, nel doppio di Errani Paolini. Almeno su tre finali raggiunte quest’anno al Roland Garros ne vinciamo due contro lo 0 su tre del 2024: doppio femminile, doppio misto e ko di Sinner in Singolare. Ci siamo abituati a vincere e infatti ci siamo spaventati quando Musetti ha auvuto un momento di parziale blackout contro Tiafoe nei quarti, come se la semifinale qui a Parigi dovesse essere l’obiettivo minimo. Il Magnifico si è intanto aggiunto al ristrettissimo club dei giocatori in grado di raggiungere le semifinali a Montecarlo, Madrid, Roma e Parigi nello stesso anno, insieme a lui ci sono grandi nomi della terra rossa come Nadal, Zvererv oltre a Djokovic e Murray. D’altronde senza il talento non si può vincere un bronzo alle olimpiadi dopo una semifinale a Wimbledon. Tra l’italia e il torneo però ci si è messo di nuovo di traverso Alcaraz, come a Montecarlo, come a Roma e se vogliamo stavolta si aggiunge anche il primo turno con Zeppieri, che non aveva speranze di vincere vero, ma è pur sempre un altro italiano che si è sgretolato davanti muro spagnolo che peraltro ha trovato nel sostegno del pubblico un nuovo alleato. Forse per il gusto di assistere a una sfida senza fine, forse perché da giorni su questo campo risplende la targa in onore di Rafael Nadal -di cui i francesi vedono in Alcaraz il diretto erede- e probabilmente anche per quella sorta di “colpa” che Jannik si porta dietro avendo eliminato senza troppi complimenti due transalpini -Rinderknech e Gasquet- nel corso del torneo. Non aveva mai vinto da uno svantaggio di due set a zero e stavolta il richiamo del pubblico che ora può definire suo lo ha trascinato sull’onda del talento e ha iniziato dal terzo set a giocare su una nuvoletta inarrivabile anche per il numero uno al mondo che resterà tale almeno fino al primo lunedì post Wimbledon. Lo Chatrier aveva quindi scelto chiaramente da che parte stare e infatti anche il dj del centrale di Bois de Boulogne ha cercato in qualche modo di caricare lo spagnolo riproducendo a massimo volume We Are The Champions quando ancora il murciano doveva servire per il match, anche se non ha portato fortuna in un primo momento.

Segnali, fin da Miami. Uno dei primi a profetizzare il talento di Sinner fu il suo avversario di quarti di finale, Alexander Bublik che dopo la netta sconfitta subita a Miami 2021 gli strinse la mano affermando “tu non sei umano”. Quel giorno forse inziava veramente la strada di Jan verso questa dimensione attuale, un percorso che lo ha visto attraversare diversi momenti enigmatici, complicati, come la stessa sconfitta in finale in quel torneo e il cambio di allenatore da Piatti al duo Vagnozzi-Chaill -con cui la trattativa per il prolungamento del contratto è ancora in corso-. Intanto è diventato il primo italiano a conquistare sei semifianali slam, ha vinto due coppe Davis, le Finals, tre Slam, è uno di quei giocatori per i quali il numero di vittorie negli altri tornei che non appartengono alla categoria sopracitata non si contano. Come avevano fatto Nastase, Borg e Nadal Sinner ha raggiunto al finale senza mai perdere un set, 20 set consecutivi prima del terzo con Alcaraz con cui ha incassato la seconda sconfitta di un 2025 atipico, che lo ha visto vittorioso all’Australia Open, squalificato per il clostebol e poi lo ha visto tornare, direttamente in finale sia a Roma che a Parigi. Erano 49 anni che un italiano non arrivava a competere per la Coppa dei Moschettieri, lo ha fatto con uno strpotere ai limiti dell’imbarazzante, con Lehecka che come aveva fatto Ruud a Roma, ha esultato solo per la conquista di un game. Senza un’elevata percentuale di prime ha dominato con Rublev, Bublik e Djokovic. Il tie break era una sentenza fino alla finale: Contro Nole ha annullato due set point imponendo la sua legge appunto nel Tie break dove anche in quel caso vanta numeri da alieno. Lo scorso anno a Shangai ne perse uno con Etcheverry, poi otto successi consecutivi fino alla finale di Roma con Alcaraz e a questa di Parigi. Quella tra la Volpe Rossa e Carlitos era però la prima sfida in finale slam tra i due, un evento atteso fin dal 2022, da quando a US Open i 5 set hanno beffato Jan con una dinamica molto simile a quella di questa partita.

Rivali, non nemici, ma neanche amici “Sono contento del ritorno di Jannik ma non gli ho scritto durante la squalifica, non posso essere amico stretto di un rivale che voglio battere” ha sintetizzato Alcaraz per spiegare il rapporto interpersonale tra lui e la Volpe Rossa, i nuovi Dioscuri del tennis. Quindi per raccontare questa finale iniziamo proprio da quella partita di New York, partiamo da quel rovescio in corridoio di Jannik sul suo match point che spianò la strada ad Aclaraz per il primo slam. E quindi dopo i primi due set Sinner pensava di poter vincere il titolo sulla superficie meno congeniale al suo stile di gioco, battendo il grande rivale iberico. Andava tutto bene, anche il terzo set perso sembrava non preoccupare l’altoatesino che era reduce da un parziale di 14 punti a 1 e che si trovava in vantaggio 5-4 e 0-40. C’è un motivo per cui lo chiamano lo sport del Diavolo perchè a Parigi su una sedia da regista a bordo campo ci doveva essere un qualche Lucifero sportivo, già premio Oscar per le sceneggiature di Gaston Gaudio-Guillermo Coria nel 2004 e del Djokovic Federer del 2019 le finali slam in cui lo sconfitto è uscito dal campo ripensando ad un match point a suo favore. D’altronde se anche Re Roger, incredibile dictu, una volta ha accusato il cosiddetto Braccino non c’è da stupirsi se la partita è andata aventi per ore dopo quei match point, e infatti ecco il colpo da cinema della giornata. Come nel 2022 con Djokjovic l’azzurro si trovava avanti due set a zero, ma se in quella occasione Jan non ebbe nessuna chance di completare l’opera dal terzo set in poi, stavolta i match point in suo favorir sono stati ben tre: uno va via col dritto lungo, uno col rovescio sempre lungo ( su una debole seconda di Carlitos) e il terzo si è spento in rete e con lui i sogni i gloria di Jannik. Ha poi serivito per il match, ma il controbreak sembrava già scritto, Alcaraz era già risorto, come poteva essere altrimenti, ci ricordiamo tutti cosa accadde alla carriera di Janik dopo aver salvato tre match point a Novak Djokovic in Coppa Davis giusto? L’iberico aveva trovato la chiave per il successo e quindi dopo 4 ore e 11 minuti si apprestava ad inviare il quinto set, a quel punto con i favori del pronostico, quando eravamo già molto vicini a riscrivere il record di durata di una finale del torneo risalente al 1982, quando un Mats Wilander diciassettenne impiegò 4 ore e 42 minuti per battere Guillermo Vilas. Alcaraz può iniziare a rotolarsi di gioia nella terra rossa di Parigi dopo 5 ore e 29 minuti, una battaglia che si sarebbe potuta concludere anche più tardi in un universo parallelo in cui non è stato introdotto il super tie break al quinto set. Contraccolpo psicologico, inevitabile, Jannik ha accusato le occasioni fallite, e infatti il quinti set si è aperto con una sua emorragia di punti, il parziale è 13-1 per Alcaraz che ottiene anche un early break e inizia a veleggiare verso il titolo ci campione del Roland Garros mentre la coppa dei moschettieri per il nostro azzurro sembrava allontanarsi come una zattera per uno sfortunato naufrago. Eppure anche Alcaraz è umano, anche Alcaraz al momento di servire per il titolo ha accusato la classica ansia da traguardo eposnendosi alla reazione d’orgoglio del suo avversario: contorbreak di Sinner con tanto di magie: il recupero sulla palla corta con una smorzata a fil di rete è un gioiello d’arte balistica che porta al 5-5. La Volpe Rossa si è trovata poi sul 6-5 a due punti dal match, il sogno si era riacceso e invece la sentenza è arrivata con un passante in allungo di rovescio iberico, super tie break a 10 punti. E a quel punto Alcaraz ha ripreso a volare, volée sopraffina e accelerazioni devastanti, come se non fosse in campo da oltre cinque ore: è un monologo, per Jannik è la prima sconfitta in una finale slam, per Alcaraz la quinta vittoria su cinque finali, un en plein che era riuscito in passato solamente a Federer.
