Sono dieci anni che “Marco” ci ha lasciati. Non so quanto gli sarebbe piaciuto l’incenso politicamente corretto sparso, quasi unanimemente, dalle forze politiche per ricordarlo in questi giorni. L’icona pubblica lo celebra come leader dei diritti civili, protagonista delle battaglie laiche e libertarie, figura di grande statura morale e civica. Tutto vero. Ma insufficiente.
Marco Pannella fu molte cose insieme e spesso persino contraddittorie. Innovatore della comunicazione pubblica, padre nobile di quel personalismo mediatico degenerato oggi nella politica social priva di contenuti, possedeva anche un intuito analitico finissimo e una struttura culturale molto più profonda di quanto spesso venga ricordato.
Ridurre il pannellismo a innovazione comunicativa o a singole battaglie libertarie non ne coglie il nucleo di fondo. Pannella, per essere compreso, va ricondotto non soltanto all’azione — così legata alla sua dirompente personalità — ma al pensiero che l’ha sempre mosso, ovvero alla sua idea antropologica di democrazia e libertà.
Da questo punto di vista, il vero limite del pannellismo non fu semplicemente politico — benché Pannella avesse limiti politici evidenti — ma il contrasto involontario tra il tipo umano che immaginava e alcune dinamiche storiche e culturali che le sue stesse battaglie finirono per rafforzare.
La libertà come pedagogia civile
Nella sua visione uomini e donne dovevano diventare individui autonomi, responsabili, consapevoli e civilmente maturi. La sua idea di libertà non coincideva con la semplice liberazione dagli obblighi, ma con una responsabilità morale interiorizzata. Centrali erano la libera relazione tra individui, la responsabilità personale, la nonviolenza e una concezione etica della politica non subordinata a dogmi, appartenenze tribali o sovrastrutture autoritarie.
Dietro il radicalismo pannelliano vi era una concezione quasi pedagogica, per quanto non paternalista, della democrazia liberale. La libertà non doveva produrre individui più egoisti, ma persone più adulte, integrate oltre i “tabù” e felicemente responsabili.
In questo quadro appaiono significative alcune consonanze culturali, sia pure indirette, con il pensiero psicosociale di Erich Fromm e con il filone libertario influenzato da Wilhelm Reich quest’ultimo mediato in Italia soprattutto attraverso le elaborazioni dello psicologo Luigi De Marchi. A queste si aggiungono l’illuminismo laico ereditato dalla tradizione del Partito Liberale Italiano di Benedetto Croce e Luigi Einaudi, oltre all’influenza del gruppo de “Il Mondo” di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi.
Fondamentale in lui era anche la centralità del diritto, visto come rispetto della parola e rifiuto delle doppie morali. Da qui il suo eccentrico ma reale senso delle istituzioni di ascendenza Destra Storica e l’idea che la società possa emanciparsi attraverso il riconoscimento di norme “giuste”, capaci di liberare gli individui da ipocrisie, autoritarismi e retoriche contrarie a una visione empirica della ragione e della dignità umana.
Centrale è inoltre il richiamo a Piero Gobetti e alla sua lotta contro il lassismo civico, il paternalismo e gli abusi delle rappresentanze che si fanno “mafie”.
In quest’ottica la nonviolenza non è soltanto forma creativa di protesta, ma pedagogia civile. Seguendo il filone di Mahatma Gandhi e Aldo Capitini, essa è prima di tutto educazione al controllo dell’ego, responsabilità personale e capacità di autoregolare l’esercizio della libertà.
La funzione storica del radicalismo
Per realizzare la propria visione, Pannella entra subito in conflitto con il sistema di potere della Prima Repubblica, che il leader radicale considera un “regime” di partiti-Stato sotto l’egemonia clericale della DC.
In pieno terrorismo, la vittoria del referendum sul divorzio nel 1974 — di cui è il principale protagonista — gli appare lo strumento più adatto a canalizzare l’energia del movimentismo post-68 e mobilitare importanti settori della società civile. Una convinzione tattica destinata a trasformarsi progressivamente in una strategia permanente, anche quando il contesto storico muterà radicalmente.

Le premesse culturali che abbiamo elencato spiegano bene il primo Pannella: quello socialista liberale, con venature fabiane, attenzione alla democrazia economica e sensibilità occidentale ma neutralista. Da qui anche il grande successo del Partito Radicale nel 1976 e nel 1979, quando i suoi consensi, pur minoritari, superano quelli del PLI e del PRI.
L’Italia che emerge negli anni Ottanta dopo le leggi sui diritti civili — che segnano la fine dell’egemonia culturale democristiana — non cambia struttura di potere, ma muta cultura ed equilibri. La formula cattocomunista e austera del compromesso storico viene gradualmente sostituita da una nuova Italia laica, ancora acerba ma visibile, moderna e senza più complessi.
La svolta post-1989
Per Pannella, tuttavia, queste trasformazioni restano insufficienti. Con il crollo del Muro di Berlino si convince ancora di più che, contro la partitocrazia — nemica della democrazia sostanziale — sia necessario riformare il sistema attraverso l’adozione di un modello bipolare, presidenzialista e federale, anche in vista dei futuri e auspicati Stati Uniti d’Europa.
Se il suo modello politico-istituzionale guarda all’America, progressivamente anche la sua visione economica si orienta nella stessa direzione e, dalle originarie posizioni pro-mercato ma liberal-socialiste, si sposta sempre più verso il liberismo ortodosso.
Pannella e i radicali interpretano allora il nuovo scenario post-Guerra Fredda come una liberazione della società dalla politica. Il mercato viene progressivamente percepito, almeno tendenzialmente, come regolatore naturale dell’eccellenza umana e garante della libertà più della stessa mediazione democratica.
( fine prima parte)
- Sul rapporto tra libertà, maturazione individuale e società di massa si vedano Erich Fromm, Fuga dalla libertà, e Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo.
- Cfr. Luigi De Marchi, Scimmietta ti amo. Psicologia, cultura, esistenza: da Neanderthal agli scenari atomici (Longanesi, 1984), nonché gli scritti dedicati alla psicosociologia libertaria.
- Sul tema della formazione delle élite, del deficit civico e della responsabilità politica nel liberalismo italiano si veda Piero Gobetti, La rivoluzione liberale.
- Sul rapporto tra nonviolenza e pedagogia civile si vedano Mahatma Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, e Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza.
