Iran: ordine o caos?

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Tra guerra preventiva, rischio di destabilizzazione e speranze democratiche, il futuro dell’Iran si gioca tra due possibilità: l’ordine di una trasformazione politica interna o il caos di un nuovo Medio Oriente frantumato.

Due motivi possono spiegare questa guerra.

La sicurezza nucleare. Il primo è legato al rischio dell’arma atomica nelle mani di un governo fondamentalista. Il secondo riguarda la possibilità di superare una dittatura fanatica per favorire un governo più rispettoso dei diritti politici, magari guidato dal figlio dell’ultimo Scià.

Reza Pahlavi sembra infatti aver abbandonato, durante l’esilio, l’autoritarismo del padre a favore di uno Stato democratico nel senso occidentale del termine: laico, attento ai diritti ma conciliato con la tradizione islamica e con la storia millenaria della Persia.

Un Iran stabile e democratico potrebbe diventare un pilastro del nuovo ordine occidentale, contribuendo ai difficili equilibri mediorientali e al rapporto con il mondo islamico. È tuttavia fondamentale non confondere la speranza con la realtà e tenere conto dei rischi.

Il vantaggio militare. In una recente analisi, Maurizio Molinari ha spiegato molto bene i successi militari che Stati Uniti e Israele stanno ottenendo contro l’Iran. La capacità di reazione iraniana appare fortemente compromessa e, sul piano offensivo, il lancio di missili — destinati prima o poi a esaurirsi — sembra essere al momento l’unica arma disponibile, se si esclude il terrorismo.

Americani e israeliani paiono ormai prossimi al controllo quasi totale dei cieli, sia sul piano aereo sia su quello satellitare. Con una simile posizione di vantaggio, anche senza uno sbarco di terra, esiste la possibilità di influenzare in maniera determinante lo scenario interno.

Gli Stati Uniti sembrano nelle ultime ore ridurre lo spazio per una soluzione negoziale con l’attuale governo fondamentalista; Israele, al riguardo, ha posizioni più radicali.

La strategia asimmetrica di Teheran. Il regime ha comunque una propria strategia militare, fondata non solo sulle capacità dei Guardiani della Rivoluzione ma anche su una rete di milizie alleate in Libano, Iraq e Yemen e sulla minaccia allo Stretto di Hormuz, con tutti i condizionamenti energetici e geopolitici che ne derivano.

In uno scenario senza resa pattuita, resta difficile immaginare una resistenza estrema dell’apparato militare legato agli ayatollah senza gravi conseguenze sulla tenuta interna. Il fattore tempo sarà decisivo. Le guerre hanno infatti un costo non solo militare ma anche economico e politico.

Gli scenari possibili. Se la pace negoziata non dovesse arrivare, restano due possibilità.

La prima è la guerra civile, che potrebbe essere favorita anche dall’incitamento secessionistico occidentale delle minoranze etniche presenti nel paese. Questo scenario è particolarmente rischioso perché destabilizzerebbe non solo l’Iran ma l’intero Medio Oriente.

L’altro percorso è quello di una trasformazione politica capace di portare alla democratizzazione dello Stato.

La società iraniana. Non conosciamo gli effettivi rapporti di forza all’interno della popolazione, anche se sappiamo che una parte consistente degli iraniani, soprattutto giovani, sembra orientata verso la laicità ed è stanca dell’ortodossia islamica.

Più difficile comprendere il peso dell’Iran profondo, ma la repressione dei manifestanti che chiedevano diritti ha scosso anche una parte della popolazione più anziana e moderata.

Ordine o caos. Se, come ci si auspica, Stati Uniti e Israele avranno un ruolo importante nel condizionare ciò che accadrà, è bene ricordare che nella storia è possibile esercitare controllo sia attraverso l’ordine sia attraverso il caos.

Nel mondo islamico, i cambiamenti di regime imposti dall’esterno hanno spesso prodotto instabilità. Questo significherebbe, per iniziare, un aumento a lungo termine del costo del petrolio e assetti regionali esposti alla legge del più forte. Basti pensare a quanto accaduto in Iraq e in Libia.

L’ipotesi Pahlavi. La soluzione Pahlavi potrebbe avere qualche carta in più rispetto a repubbliche fantoccio o a generali da operetta che finiscono poi per cannibalizzarsi tra loro.

Il popolo iraniano ha mostrato negli ultimi anni — e soprattutto negli ultimi mesi — una straordinaria capacità di resistenza. Non ha bisogno che qualcuno esporti la democrazia, ma probabilmente solo di dare forma politica a ciò che una parte significativa della popolazione ha già maturato dentro di sé.

Si tratta di una nuova “gold generation”, come la definisce il professor italo-iraniano Pejman Abdolmohammadi, docente di storia islamica.

Reza Pahlavi non si propone come nuovo Scià ma come traghettatore di un governo di ricostruzione incaricato di portare il paese a un referendum: repubblica o monarchia democratica, in ogni caso fedele a una visione laica e moderna.

Il principe, popolarissimo nella diaspora e — a quanto sembra — anche in patria, non sarebbe una soluzione contro l’Islam ma all’interno dell’Islam. Le monarchie nelle società musulmane tendono infatti a favorire una maggiore moderazione anche teologica.

La responsabilità dell’Occidente. Il popolo iraniano dovrà fare le proprie scelte, probabilmente anche attraverso la lotta. Ma gli Stati Uniti — e Israele in particolare — saranno chiamati a una forte responsabilità politica.

Trump è quello che è. Il suo ruolo appare legato soprattutto alla potenza che può mettere in campo più che a una reale visione strategica. Il segretario di Stato neoconservatore Rubio, probabilmente, possiede un’analisi più articolata.

Su Israele le aspettative sono diverse: fino al 1979 l’alleanza tra Tel Aviv e Teheran era solida e perfettamente allineata con Washington. Oggi le tentazioni di agire unilateralmente restano forti.

Il ruolo dell’Europa. L’Europa dovrebbe mantenere una certa distanza da un conflitto sul quale non è stata neppure consultata, ma utilizzare al momento opportuno il proprio peso politico per favorire una soluzione democratica per l’Iran invece del caos.

In piena tempesta, se vale ancora la pena scommettere su qualcosa, è sulla dignità dei popoli e sul loro desiderio di libertà.