Le due anime di un capolavoro. Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, l’opera di Dmitrij Šostakovič che ha inaugurato la stagione del Teatro alla Scala di Milano, ha rappresentato una scelta coraggiosa sotto molti punti di vista. Perché – pur essendo uno dei vertici del Novecento musicale – costituisce di fatto un titolo non di repertorio, cantato in russo e con una storia violenta e scabrosa, al punto che gli spettatori vengono messi in guardia circa la presenza di “scene forti” da una comunicazione sul display posto sulle poltrone. Eppure il pubblico della prima del 7 dicembre ha apprezzato, tributando allo spettacolo ben 11 minuti di applausi.
Merito anzitutto della direzione di Riccardo Chailly, alla sua ultima inaugurazione da direttore musicale del teatro, che ha offerto una lettura di alto virtuosismo sonoro, grazie a un’orchestra scaligera in gran spolvero. Soprattutto, ci è parso che il maestro milanese abbia voluto offrire una prospettiva del tutto singolare dalla quale osservare questa partitura. Ovvero quella di un lirismo assorto e dolente, che veste di inedite risonanze la figura stessa della protagonista (“un raggio di luce nelle tenebre”, la definì Šostakovič stesso), e che è l’altra faccia della luna rispetto alla più evidente dimensione di un lavoro pervaso da una violenta e grottesca critica del potere. Questa seconda anima ha invece trovato compiuta restituzione nella regia di Vasily Barkhatov, che decide di inserire la vicenda nella cornice di un’indagine di polizia, affidata ad alcuni mimi e alle proiezioni che scandiscono i passaggi da una scena all’altra. Il tutto nel segno di una tagliente e a tratti greve ironia.

Chailly affonda le mani nel magma sonoro dell’orchestra cavando suoni ora cupi, ora luminosi, ma generalmente smussando le asperità della scrittura e giungendo a esiti di assoluto nitore nei magnifici interludi. Merito di un approccio analitico che se da un lato squaderna davanti agli ascoltatori l’articolatissima scrittura, dall’altro non perde mai la tensione teatrale. La concentra, anzi, per farla poi deflagrare in fortissimi di calibratissimo vigore sonoro. E la dolcezza del sentimento è distillata con un pudore espressivo che si fa trasparenza di anime tormentate.
Quello che Chailly lascia un po’ sullo sfondo, come accennato, lo pone invece al centro il regista. Ed è l’anima grottesca di Lady Macbeth, quell’aspra critica sociale che valse al capolavoro la celebre definizione di “caos anziché musica”, pronunciata da Stalin in persona. La storia di una donna che uccide due borghesi, due mercanti, all’inizio, probabilmente fu vissuta come il racconto di un gesto rivoluzionario nel senso “socialista” del termine, quindi di lotta di classe. Ma si tratta di un travestimento che nasconde un profondo attacco al potere, anche per come il compositore mette alla berlina la religione, la polizia, il sistema delle regole. Tutti riferimenti, questi ultimi, che trovano puntuale riscontro nella regia. È il tipico umorismo tragico di Šostakovič, con elementi farseschi che dischiudono un senso di vuoto: il funerale di Boris che diventa parodia, il pope che si ubriaca, i poliziotti vestiti di bianco come a una parata (i bei costumi sono di Olga Shaishmelashvili).

La sontuosa cornice scenica disegnata da Zinovy Margolin trasporta la vicenda agli anni Trenta del Novecento, dunque nel momento storico in cui l’opera vide la luce. La semplicità provinciale delle ambientazioni originali viene qui sostituita da un fine gusto decò che tuttavia non trascura di sottolineare la distanza tra quanto appare – la laccata sala da ristorante gestita da marito e suocero di Katerina – e quanto invece si cela nel retro: cucine e stanze spoglie, illuminate da luci fredde (cura il disegno luci Alexander Sivaev). L’avvicendarsi degli spazi alla lunga produce una sensazione di prevedibilità che viene franta dall’irrompere, nell’ultimo atto, del camion che trasporta i condannati in Siberia. Tuttavia, il vero coup de théâtre arriva alla fine: invece che morire annegate in un lago, Katerina e Aksinja muoiono avvolte dal fuoco, in una scena oggettivamente impressionante. Certo: un tradimento di quanto prescritto dal libretto, ma forse metafora della passione amorosa che ha animato la protagonista e che la trascina verso la fine insieme all’odiata rivale.
Tutti gli interpreti appaiono all’altezza del proprio compito. A cominciare dalla protagonista Sara Jakubiak, tanto efficace in scena quanto vocalmente a fuoco. E questo sia negli abbandoni amorosi che nei momenti di maggiore tensione emotiva come gli stupri e le violenze. Se il Sergej di Najmiddin Mavlyanov pone una voce vigorosa a servizio di una generale ruvidezza espressiva, il Boris di Alexander Roslavets risulta particolarmente convincente nella sua crudezza, forte di una vocalità incisiva e di una presenza scenica importante. Sbiadito e in fondo debole lo Zinovij di Yevgeny Akimov, dotato di una apprezzabile voce tenorile; Aksinja ha la voce sopranile scura di Ekaterina Sannikova. Molto bravi tutti i comprimari, sia sotto il profilo vocale che scenico. Di alto livello la prestazione del coro, istruito da Alberto Malazzi, compatto nel suono e prodigo di colori.
Fabio Larovere
