Londra, London Coliseum – Dead Man Walking.

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Oggigiorno, quando si fa riferimento al repertorio, difficilmente si pensa all’opera contemporanea. Questo perlomeno in Italia, dove le rare prime sovente coincidono con il loro de profundis. Molto spesso si tratta di prodotti figli delle seconde avanguardie, in cui melodia, tonalità e narrazione vengono bandite, con esiti interlocutori che mostrano una profonda incompatibilità fra l’autore – figlio o nipote di Darmstadt che sia – e il pubblico.

Il mondo anglosassone ha compreso da decenni che la stagione delle avanguardie è terminata, che gli anni Settanta sono finiti e che per tornare a comunicare con il pubblico serve un linguaggio figlio erede della tradizione plurisecolare del teatro musicale. Non è un caso che le uniche opere entrate in repertorio, composte negli ultimi quarant’anni, siano melodrammi di autori britannici e statunitensi. Pensiamo a Nixon in China e The Death of Klinghoffer di Adams, Ahkanet di Philip Glass, Written on Skin e Picture a day like this di Benjamin, The extermination angel e The tempest di Ades, Hadrian di Wainwright e Dead Man Walking di Jake Heggie. Questi titoli ottengono da decenni riscontri di pubblico: non si tratta di prodotti di intrattenimento accondiscendenti al gusto degli spettatori, ma di lavori culturali di alto livello che trovano un punto di equilibrio fra poetica e stile personale dell’autore e un codice comprensibile da un vasto pubblico.

Dead Man Walking rientra a pieno titolo in questa categoria e, anzi, ne è l’esempio più calzante. Composta da Jake Heggie nel 2000, in cinque lustri è stata messa in scena oltre ottanta volte, divenendo il titolo operistico di maggiore successo degli ultimi decenni. L’abbiamo vista al London Coliseum di Londra in occasione della prima rappresentazione scenica nel Regno Unito, secondo teatro d’opera della capitale britannica e sede della English National Opera.

L’opera racconta il percorso di avvicinamento fra la suora cattolica Hellen Prejean della congregazione delle Sorelle di San Giovanni di Medaille, e il condannato a morte Joseph De Rocher, colpevole del brutele omicidio di una coppia di fidanzati appartati in macchina di notte. Vengono affrontati tanto il relativo avvicinamento tra la sorella e il condannato, il progressivo convincimento di Hellen a stare vicino all’uomo, quanto il rapporto con i genitori delle vittime, fino alla narrazione degli esiti del processo e dell’esecuzione.

Il melodramma è basato sull’omonimo scritto dalla stessa Prejean, che racconta quanto vissuto in prima persona. Sia nell’opera lirica sia nel romanzo e nella realtà degli avvenimenti, il rapporto tra suor Hellen e De Rocher richiama, sebbene calato nella contemporaneità, quello fra Santa Caterina da Siena e Nicolò da Toldo. Tanto De Rocher quanto Da Toldo, in un percorso di maturazione e crescita psicologica, finiscono per accettare la morte in una visione convertita e rivelata, e tanto suor Hellen quanto Caterina da Siena ne lasciano testimonianza scritta.

La forza dell’opera risiede nel suo equilibrio: da un lato un impianto narrativo asciutto, quasi cinematografico, che ricostruisce con verosimiglianza l’intera vicenda; dall’altro una lucida denuncia della pena capitale, senza indulgere al patetismo. L’alternanza serrata delle scene permette allo spettatore di formarsi un giudizio personale, senza forzature retoriche.
Oltre al notevole libretto di Terrence McNally, ci troviamo davanti a una partitura di alto livello e grande unità, in cui convivono tradizione tonale – con costruzioni armoniche à la Mascagni o Giordano – influssi jazz ed echi di Bernstein, oltre a costrutti lontanamente riconducibili alla scuola minimalista americana e colpi di genio assolutamente innovativi. Si pensi alla deposizione della madre del condannato, che la cantante declama attraverso un microfono acceso, unendo tradizione e ricerca in modo fine e sofisticato, sovrapponendo finzione scenica e componente musicale; o al geniale finale del primo atto, erede del concertato ottocentesco, costruito sul delirio di suor Hellen che, poco prima di svenire, sente nella propria voce, in un momento di “caos organizzato”, tutti gli eventi musicali e sonori del primo atto fra coro di voci bianche, coro senza parole e interventi dei comprimari.

Elemento portante dell’opera è il Leitmotiv “He will gather us around”, esposto nella scena iniziale e rielaborato in molteplici forme fino al conclusivo, dolcissimo canto a cappella della protagonista dopo la somministrazione del veleno. Una scelta che ferisce e commuove più di qualunque finale enfatico: il silenzio della scena, l’ingresso delle figure delle vittime e la voce nuda di Helen creano uno dei momenti più intensi dell’intero repertorio contemporaneo.

Molto riuscito l’allestimento firmato da Annilese Miskimmon, direttrice artistica della ENO. La regista affronta l’alternanza di numerosi ambienti con una scena fissa ideata da Alex Eales: un interno su due piani, dai colori pastello, trasformabile attraverso pochi elementi di arredo nel convento, nel penitenziario o nel tribunale. Ottima la soluzione del prologo, risolta con il fondale in ombra e un’auto immersa nella nebbia, mentre i due fratelli De Rocher irrompono dalla platea. La recitazione è curata e sempre credibile, aspetto indispensabile per un’opera che richiede forte aderenza al dato realistico.

Il cast è di ottimo livello, occasione per ascoltare voci raramente udibili in Italia. Christine Rice è perfetta tanto vocalmente quanto scenicamente. Il mezzosoprano ha una voce corposa, acuti squillanti e risonanti. Convince sia nei momenti lirici, specie nell’aria “This journey to Christ”, sia nel canto di conversazione, brillando per intensità e credibilità. Recita perfettamente e restituisce l’evoluzione psicologica della protagonista. Michael Mayes veste i panni del condannato a morte Joseph De Rocher con voce baritonale ben timbrata e voluminosa, pur con qualche rigidità negli acuti, non sempre perfettamente a fuoco. Anche lui tratteggia l’evoluzione del personaggio recitando molto e bene: si pensi all’inizio del secondo atto, in cui deve declamare e cantare mentre esegue flessioni in scena.

Vera e propria star britannica, Dame Sarah Connolly interpreta la Signora de Rocher, madre del condannato. Voce scura e densa, è impeccabile nel canto di conversazione come nei i passaggi più lirici e negli acuti. Per lei, un meritato trionfo alla fine. Ottime le prove dei tenori Ronald Samm, nei panni di Father Grenville, Zwakele Tshabalala, poliziotto, e Jacques Imbrailo, padre della vittima: voci tenorili squillanti e luminose, capaci di riempire la sala con declamati perfetti.
Madeline Boreham, suor Rose, è ottimo contraltare alla protagonista, grazie a un canto più lirico e a una vocalità più leggera; Andrew Manea, direttore del penitenziario, risulta corretto nonostante una voce un po’ piccola. Perfetto il quartetto dei genitori delle vittime, oltre Imbrailo, di cui abbiamo già detto, colpisce il timbro scuro e corposo di Gweneth Ann Rand, madre della vittima, nonché l’intensità delle prove dei due genitori del ragazzo, Catherine Carby e Hubert Francis. Completano il cast i corretti Michael Lafferty (Older brother), Marcus Swietlicki (Younger brother), Olivia Rose Tringham (Sister Catherine), Amy Holyland (Sister Lillianne), Alaric Green (Prison guard 1) e Malachy Frame (Prison guard 2).

Buone la prova del Coro della English National Opera e del Coro di Voci bianche, così come quella della English National Opera Orchestra, che emerge per compattezza, pulizia e cura tanto nelle sezioni quanto nell’insieme. Dal podio, Karem Hasan opta per una lettura appassionata ma attenta al dettaglio, non solo in buca ma anche in scena. L’insieme funziona perfettamente senza il minimo scollamento e il direttore non si fa prendere la mano: non copre mai le voci, pur non rinunciando alla potenza sonora.

Alla fine, applausi lunghi e sentiti da parte di un Coliseum straripante, con ovazioni generali, specie ai due mezzi e a Mayes, che si commuove agli applausi finali. Resta difficile comprendere per quale motivo un capolavoro moderno come questo non sia mai stato rappresentato in Italia in venticinque anni. Ci auguriamo di vederlo presto nella programmazione di qualche teatro dello stivale.

London Coliseum
DEAD MAN WALKING
Opera in due atti
Libretto di Terrence McNally,
basato sull’omonimo libro di Sister Helen Prejean
Musica di Jake Heggie

Sister Helen Prejean Christine Rice
Joseph De Rocher Michael Mayes
Mrs. Patrick De Rocher Sarah Connolly
Father Grenville Ronald Samm
Sister Rose Madeline Boreham
George Benton Andrew Manea
Kitty Hart Gweneth Ann Rand
Owen Hart Jacques Imbrailo
Jade Boucher Catherine Carby
Howard Boucher Hubert Francis
Motorcycle Cop Zwakele Tshabalala
Older Brother Michael Latterfty
Younger Brother Marcus Swietlicki
Sister Catherine Olivia Rose Tringham
Sister Lillianne Amy Holyland
Prison Guard 1 Alaric Green
Prison Guard 2 Malachy Frame

Orchestra e Coro dell’English National Opera
Finchley Children’s Music Group
Direttore Kerem Hasan
Maestro del coro Matthew Quinn
Regia Annilese Miskimmon
Scene Alex Eales
Costumi Evie Gurney
Luci D.M. Wood
Movimenti coreografici Imogen Knight

Nuovo allestimento English National Opera
in co-produzione con Opera North e Finnish National Opera
Londra, 18 novembre 2025

Eugenio Poli

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