Quattro isole, che secondo la leggenda cinematografica sono nate da quattro gocce perfette cadute da una spada di corallo immersa nell’oceano. Una teoria alquanto fantasiosa, mitologica con qualche riferimento alle dinamiche con le quali nascevano le divinità nell’antica Grecia, è esposta ne L’ultimo samurai. Di mitologia l’estremo oriente ne è pervaso quasi quanto lo è il mondo ellenico che nel 2021, (ma anche nel 1964, 1972, 1988, 1998, 2008, 2018, 2022) hanno trovato la congiunzione nella tradizione olimpica con il Sacro fuoco che ha attraversato l’Heartland per allontanarsi come mai aveva fatto prima di allora senza cambiare emisfero. Nella terra che come spiega Akira Kurosawa “vede l’autoaffermazione immorale” la massima espressione dell’individualismo sportivo è passata ed è poi tornata a distanza di quattro anni, un tempo classico se non fosse per quel despota maligno nato in Estremo Oriente chiamato Covid 19 che ha spostato le Olimpiadi di un anno svuotando le città, le scuole, i cinema e gli stadi. Già proprio gli stadi, proprio quello stadio Nazionale di Tokyo che quattro anni fa faceva risuonare l’eco della gioia di Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs abbracciati nella solitudine di un impianto vuoto, senza pubblico che ha potuto accedere con cinque anni di ritardo alle gare di atletica della capitale del Kanto. Si sono ritrovati di nuovo legati a destini paralleli i nostri due olimpionici -perché non si smette mai di essere campioni olimpici una voltati che lo si è diventati-, abbracciati nella delusione questa volta alla fine di quella stessa pista di atletica che il 1 agosto 2021 aveva per 10 minuti portato l’Italia a vincere le gare regine dell’Olimpiade. Sono trascorsi più o meno gli stessi 10 minuti tra l’eliminazione di Tamberi in qualificazione nel salto in alto e quella di Marcell Jacobs in semifinale dei 100 metri; ciò che è passato non torna più indietro, siamo Nati per correre canta il Boss Bruce Springsteen, questo per dire di tenersi stretti i ricordi di quei giorni d’oro, ma di non disperare per poterne creare di nuovi e diversi, questa volta con i boati del pubblico a far da colonna sonora. Con gli spalti pieni non avremmo potuto sentire il dialogo tra Barshim e Tamberi probabilmente, ma quei giochi di Tokyo sono rimasti unici anche per quel motivo, e adesso, tornati a Tokyo abbiamo capito che l’atletica italiana non ha vissuto una bolla di successo temporanea.

Record di medaglie: Furlani salta nel futuro d’oro
Record, è una parola che da queste parti conoscono bene. Probabilmente, anzi sicuramente per una questione statistica tra i 68 mila presenti il giorno della medaglia d’oro di Mattia Furlani allo Stadio Nazionale ci sarà qualcuno che in quello stesso luogo, in quello che era lo spettro, l’anima dell’attuale stadio nazionale che è stato ricostruito nel 2019, nel 1991 ha assistito alla gara di salto in lungo più famosa della storia. Appassionante, sovrumana, si sono spesi aggettivi ultraterreni per quel confronto tra Carl Lewis e Mike Powell perso dal figlio del vento che aveva battuto il record del mondo di Bob Beamon ed è rimasto primatista solo per pochi minuti fino al salto di Powell. In piccolo è successo qualcosa di simile ad Andrea Dallavalle, 17.68 nel salto triplo, non è un record, non è un primato nazionale, ma era una misura sufficiente per dargli il titolo mondiale fino al salto del fenomeno cubano naturalizzato portoghese Pedro Pichardo 17.91. Quella di Dallavalle è la quattrocentesima medaglia della storia delle fiamme gialle, arrivata con Berrettini in tribuna, con il supporto di una famiglia di atleti. Un argento che in realtà è solo una parte dello straordinario mondiale dell’Italia. Quello si che è stato un record, mai nella storia avevamo vinto sette medaglie, solo in altre due occasioni un singolo atleta si era portato a casa due medaglie e solo in altre 12 occasioni abbiamo potuto festeggiare un oro ma mai con qualcuno così giovane. Sono stati i mondiali migliori della storia dell’atletica italiana, qui nello stadio nazionale dove ancora risuona l’eco dell’abbraccio di Tamberi e Jacobs, ma anche dei passi velocissimi della 4×100 e poco distante dei passi invece a ritmo di marcia di Massimo Stano e Antonella Palmisano, i cinque ori dei giochi del 2021.

Quando a 20 anni sono sei volte consecutive che nelle rassegne globali arrivi sul podio significa che non hai le stigmate del campione, significa che sei già un campione, perché l’Impresa di Mattia Furlani è già passata alla storia. Giovanissimo ha vinto il mondiale nel salto in lungo, con il personal best a 8 metri e 39 diventando uno degli atleti azzurri più medaglisti di sempre, adesso portabandiera e nuovo simbolo dell’atletica italiana. Il papà è un ex saltatore in alto, con un record di 2.27 e pensate che Mattia stava anche ricalcando le sue orme e quelle della sorella Erika anche lei saltatrice in alto. Anzi, pensare che tutt’oggi è il detentore del record italiano under 16 con 2 metri e 17 lascia intendere che per Mattia il salto in alto è stato qualcosa di più che un passatempo familiare, ma come per tanti dei nostri sportivi italiani a un certo punto della loro carriera si è resa necessaria una scelta che lui ha fatto sotto la guida della mamma Katy Seck. Gli ha aggiustato la rincorsa durante la finale, gli ha detto che sarebbe dovuto diventare un killer, lo ha redarguito quando colmo di felicità si è tolto il pettorale alzandolo al cielo come fosse Cannavaro a Berlino 2006, o – se vogliamo usare paragoni più usiamo paragoni più contemporanei- come Moki De Gennaro a Bangkok, Tathiana Garbin a Shenzen. “Potresti incorrere in una sanzione” quel che dice la mamma si ascolta sempre, anche quando al mondo non hai nessuno davanti a te. Per Furalni quindi il rapporto con la madre è qualcosa di più che quello di tra genitore/allenatore-Filgio/atleta. Di storie di allenatori che non hanno fatto altro che danneggiare le carriere dei figli se ne sentono a bizzeffe , quella tra il ragazzo rietino e romanista e la ex sprinter di origini senegalesi non è una di quelle. Fu lei con la famiglia a portarlo a 5 anni a Roma al Golden Gala, era il 2010 i 100 metri li vinse un giamaicano (come successo a Tokyo con Oblique Seville) Asafa Powell e nel lungo il trionfo fu di Dwight Phillips con 8.42, l’alto di Blanka Vlasic a 2.03. Quel giorno Mattia si innamorò dell’atletica, ma per una questione di sviluppo pisco fisico per cinque anni si lanciò nel basket. Nel 2022 un doppio oro europeo under 18 a Gerusalemme lo ha obbligato a scegliere tra alto e lungo e quindi ha deciso che era il caso di combattere anche con i fastidi e le scomodità della vasca di sabbia. Odia sporcarsi, ma adesso ha capito che tanto vale insabbiarsi se poi questi sono i risultati. Ai vertici del CIO c’è una madre, Kristy Coventry, tra i volti che circondano l’immagine aurea di Jannik Sinner, il simbolo attuale dello sport italiano, c’è anche quello coinvolto e ansioso di mamma Siglinde, e adesso abbiamo imparato anche a conoscere Mattia e Katy, madre e figlio insieme verso l’oro, e – almeno per questa edizione-peccato per Larissa Iapichino e Fiona May.

E’ ancora Nadia: Battocletti doppia gioia
Vale come le Olimpiadi se non di più. Il fenomeno Nadia Battocletti, la migliore europea, l’unica in grado di competere contro quelle che sembravano imbattibili keniote che hanno scritto pezzi di storia del mezzofondo come Beatrice Chebet e Fatih Kypiegon. Due medaglie che la inseriscono in un ristretto club di atleti dei quali fanno parte solo Pietro Mennea ad Helsinki 83 e Francesco Panetta a Roma 87, ossia gli unici italiani che hanno vinto due medaglie nella stessa edizione dei mondiali di atletica. Ci riesce nei 5000 e nei 10000 metri, le massime distanze della pista, stancanti ed estenuanti ma “Se sei stanca tu saranno stanche anche loro, non sono marziane”. Questa la lezione che si è ripetuta durante le sue traversate ovali ripetendo quasi all’infinto quel percorso quasi tutto uguale di 400 metri che è la pista di atletica dello Stadio Nazionale di Tokyo. L’argento nei 10 km si aggiunge a quello dolimpico e all’oro di Roma quando arrivò il record personale e il record italiano. Nella finale olimpica aveva corso in maniera simile, è rimasta tra el favorite per tutta la gara e poi ha deciso di giocarsela allo sprint con le milgiori del mondo, un gruppo di campionesse delle quali adesso fa parte anche lei. Anche la medaglia che porta al collo significa record, una è il record italiano migliorato di 5 secondi rispetto alle Olimpiadi dove davanti a lei c’era sempre Beatrice Chebet. L’altra medaglia singifica record nazionale, il simbolo dell’intero movimento perchè è la settima ottenuta a Tokyo, non era mai successo, ci eravamo andati vicini solo a Goteborg nel 1995 quando arrivarono sei medaglie tra cui i titoli di Fiona May anche lei nel salto in lungo e di Michele Didoni nei 20 km di marcia. E forse è proprio la marcia che ha mancato il suo titolo mondiale, ma abbiamo poco da recriminare per Antonella Palmisano, felice abbracciata alla sua amica Maria Perez comunque con un argento al collo conquistato in quella prima giornata, storica per le tre medaglie italiane che avevano già dato un indizio su come sarebbe andato questo mondiale. Rientra tra quelle tre il bronzo di Leo Fabbri, finalmente c’è da dire: la delusione delle olimpiadi in cui arrivava con la World Lead è qualcosa che appartiene ormai al passato. Ancor una volta viene battuto da Crouser e viene passato da Uziel Munoz che trova il lancio della vita, ma in virtù della seconda miglior misura sul terzo gradino del podio c’è lui, peccato per quel lancio nullo oltre ei 22 metri che gli avrebbe dato la vittoria. E infine, non poteva mancare la sorpresa, la medaglia che non ti aspetti in una gara che l’altletica non dimenticherà facilmente Iliass Aouani è terzo nella maratona, in una gara in cui ha visto i suoi predecessori tagliare il traguardo insieme, classificati con lo stesso tempo dopo 42 km con Alphonse Simbu che ha vinto per tre centresimi su Petros, pensate solamente due centesimi in più rispetto al distacco che Oblique Seville ha rifilato a Kishane Thompson, nei 100 metri di questi splendidi mondiali di Tokyo 2025.
